di Federica Cannas
Antonio Gramsci probabilmente non avrebbe mai immaginato che, quasi un secolo dopo la sua morte, qualcuno avrebbe accusato la sinistra di aver lasciato le sue idee nelle mani dell’estrema destra. Eppure è proprio questo il paradosso sollevato da Camila Vallejo, ex ministra portavoce del governo cileno di Gabriel Boric, in un’intervista al giornale The Clinic.
«L’estrema destra ha letto Gramsci meglio della sinistra», sostiene Vallejo. Una frase provocatoria, certamente, ma anche una delle osservazioni più interessanti sullo stato del progressismo contemporaneo, in America Latina come in Europa.
Gramsci aveva compreso che il potere non si conquista soltanto attraverso le istituzioni. Prima ancora delle elezioni, esiste una battaglia che si combatte nella cultura, nell’educazione, nell’informazione e nel linguaggio quotidiano. È lì che si forma il senso comune, che alcune idee diventano familiari e altre finiscono per apparire impossibili, persino quando potrebbero migliorare la vita delle persone.
Secondo Vallejo, l’estrema destra ha studiato questa lezione con molta attenzione. Ha costruito reti di comunicazione, investito nei media, trovato nuovi linguaggi e utilizzato le piattaforme digitali per diffondere una propria interpretazione della realtà. Ha imparato soprattutto a parlare alle emozioni, trasformando l’insicurezza economica, la paura del futuro e la sfiducia nelle istituzioni in consenso politico.
La sinistra, invece, è arrivata spesso in ritardo, convinta forse che i risultati di governo, l’estensione dei diritti e la forza delle proprie ragioni fossero sufficienti a conservare il rapporto con la società.
Ma avere ragione non significa necessariamente riuscire a convincere. E una conquista sociale, per quanto importante, non produce automaticamente appartenenza politica.
Qui la riflessione di Vallejo diventa particolarmente interessante, perché supera la spiegazione più comoda delle sconfitte progressiste, quella che attribuisce ogni responsabilità alla disinformazione e alla propaganda degli avversari. Le notizie false esistono, condizionano il dibattito pubblico e possono orientare le scelte. Tuttavia, sarebbe troppo semplice pensare che milioni di persone votino a destra soltanto perché ingannate.
Forse bisognerebbe chiedersi perché certi messaggi trovino un terreno così favorevole. Quali bisogni intercettino, quali delusioni raccolgano e soprattutto quali risposte la sinistra abbia smesso di offrire.
Il Cile rappresenta un osservatorio particolarmente significativo. Vallejo sostiene che la vittoria di José Antonio Kast non corrisponda necessariamente a una maggioranza culturale conservatrice. Porta l’esempio di una società che, su questioni come la tassazione delle grandi imprese e la distribuzione della ricchezza, continua a esprimere orientamenti diversi da quelli del governo.
È una distinzione importante, perché una vittoria elettorale non equivale al consenso su ogni scelta politica. Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato considerare quel risultato una semplice parentesi. Kast ha conquistato voti che il progressismo non è riuscito a ottenere. Alcuni elettori hanno cambiato posizione, altri hanno perso fiducia, altri ancora hanno rinunciato a partecipare. E ciascuna di queste scelte merita una spiegazione che vada oltre la denuncia dell’avanzata delle destre.
C’è una domanda che la sinistra dovrebbe avere il coraggio di porsi. Che cosa accade quando le persone alle quali prometti una vita migliore smettono di riconoscersi nelle tue parole?
Il governo di Boric ha introdotto riforme importanti, dall’aumento del salario minimo alla riduzione dell’orario di lavoro a quaranta ore settimanali. Eppure queste conquiste non sono bastate a consolidare un consenso capace di garantire continuità politica. Vallejo riconosce che i governi progressisti hanno migliorato alcuni aspetti della vita dei cittadini senza riuscire a modificare profondamente le strutture della disuguaglianza.
È una constatazione che dovrebbe aprire una discussione seria. Perché governare significa anche misurarsi con i limiti del potere, con le resistenze economiche, con i rapporti parlamentari e con aspettative che spesso crescono più rapidamente dei risultati. Ma significa anche assumersi la responsabilità di ciò che non si è riusciti a realizzare.
Quando Vallejo osserva che arrivare al governo non equivale a conquistare il potere, richiama una distinzione che Gramsci avrebbe certamente riconosciuto. Le istituzioni possono cambiare maggioranza mentre gli equilibri economici, culturali e sociali rimangono sostanzialmente intatti. Il problema, però, è capire come modificarli, evitando che questa consapevolezza diventi una giustificazione permanente.
Ed è qui che il pensiero torna inevitabilmente a Salvador Allende.
Allende aveva compreso quanto fosse difficile trasformare una società attraversata da profonde disuguaglianze. La sua idea di socialismo nasceva dalla convinzione che la democrazia dovesse produrre effetti concreti nella vita delle persone. La possibilità di curarsi, di studiare, di lavorare dignitosamente, di avere accesso alla cultura e di partecipare alle decisioni collettive apparteneva alla stessa idea di libertà.
Ma Allende sapeva anche che nessuna trasformazione sarebbe stata possibile senza una partecipazione popolare consapevole, senza organizzazione e senza un rapporto continuo tra politica e società. La sua esperienza, con tutte le sue contraddizioni e la sua tragica conclusione, ricorda quanto sia difficile sostenere un progetto di cambiamento quando il consenso politico non riesce a tradursi in una forza sociale sufficientemente ampia.
Oggi il contesto è profondamente diverso. Le piazze convivono con gli algoritmi, il dibattito pubblico si consuma spesso nella velocità di pochi secondi e le opinioni si formano attraverso strumenti che Gramsci non avrebbe potuto immaginare. Ma il problema che aveva individuato rimane sorprendentemente attuale. Chi contribuisce a formare il senso comune finisce per influenzare anche ciò che una società considera giusto, desiderabile o inevitabile.
E forse la sinistra ha commesso un errore proprio quando ha cominciato a considerare la cultura un settore della politica, anziché uno dei luoghi nei quali la politica prende forma.
Non basta ricordare la propria storia, celebrare i propri protagonisti o difendere conquiste che le nuove generazioni rischiano di percepire come lontane. Occorre riuscire a collegare quella storia alle domande del presente, trovare parole capaci di raccontare il lavoro che cambia, le nuove disuguaglianze, la solitudine, la tecnologia e il desiderio, sempre più diffuso, di avere un futuro meno incerto.
Vallejo parla di speranza, una parola che nella comunicazione politica rischia facilmente di diventare retorica. Ma la questione che pone è concreta. Se la destra riesce a costruire consenso attraverso la paura, il progressismo deve tornare a rendere credibile la possibilità di un cambiamento. E per farlo servono idee, progetti, organizzazione, risultati e soprattutto la capacità di ascoltare anche chi ha smesso di sentirsi rappresentato.
C’è infine un’ironia difficile da ignorare. Gramsci è morto nel 1937, dopo aver trascorso anni nelle carceri del fascismo. Il suo pensiero continua a essere studiato in tutto il mondo, mentre una parte della sinistra sembra averne conservato più facilmente il nome che la lezione.
Forse, allora, la provocazione di Camila Vallejo andrebbe presa sul serio fino in fondo.
Perché il problema non è stabilire chi abbia letto meglio Gramsci. È capire chi abbia saputo utilizzare le idee per interpretare il proprio tempo, parlare alla società e costruire una prospettiva politica.
E soprattutto perché la sinistra, che ha contribuito a immaginare alcune delle più grandi trasformazioni sociali del Novecento, oggi sembri così spesso costretta a difendere il passato, mentre altri si prendono la libertà di raccontare il futuro.
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