Utopia
di Federica Cannas
Ci sono parole che vengono svuotate lentamente, fino a diventare il contrario di se stesse. Succede quasi senza che ce ne accorgiamo. Restano le stesse lettere, lo stesso suono, ma cambiano il loro peso. Finiscono per raccontare un mondo diverso da quello che avevano contribuito a immaginare.
È successo anche a utopia.
Oggi la pronunciamo quasi sempre con un sorriso appena accennato, quello che riserviamo alle idee considerate troppo belle per essere vere. Basta dire «è un’utopia» perché una proposta perda improvvisamente credibilità. La parola è diventata una scorciatoia per evitare il confronto. Un modo elegante per dire che qualcosa non si farà mai.
Eppure era nata per fare esattamente il contrario.
Quando Thomas More pubblicò Utopia nel 1516 stava ponendo una domanda radicale. E se il mondo potesse essere organizzato in modo diverso? E se ciò che consideriamo inevitabile fosse soltanto il risultato dell’abitudine? L’utopia nasce come il tentativo di guardare la realtà senza darla per scontata. È un esercizio di immaginazione critica. Invita a distinguere ciò che esiste da ciò che potrebbe esistere.
Forse è proprio questa la sua forza. L’utopia non promette certezze. Ci impedisce di trasformare il presente nell’unico orizzonte possibile.
La storia, del resto, è piena di idee che all’inizio sembravano impossibili. L’abolizione della schiavitù, il voto alle donne, la scuola pubblica, le otto ore lavorative, la sanità accessibile, la tutela dei lavoratori. Prima di diventare conquiste sono state giudicate illusioni. Ogni generazione tende a dimenticare che i diritti dentro cui vive sono nati come sogni giudicati irrealizzabili da chi difendeva l’ordine esistente.
L’utopia, allora, non è l’opposto della realtà. È spesso il suo anticipo.
Anche Salvador Allende è stato definito un utopista. Per molti era un uomo che chiedeva troppo alla storia, un medico che pretendeva di curare non soltanto le persone, ma anche le ingiustizie che le circondavano. Quel termine gli fu cucito addosso come un’accusa, quasi che immaginare un Paese più giusto significasse non comprendere il funzionamento del mondo.
Ma la sua esperienza racconta qualcosa di diverso.
Nel breve tempo in cui guidò il Cile non costruì castelli in aria. Nazionalizzò il rame, la principale ricchezza del Paese, rafforzò la sanità pubblica, sostenne l’istruzione, ampliò i programmi di alimentazione scolastica, accelerò la riforma agraria, cercò di redistribuire opportunità prima ancora che ricchezza. Lo fece dentro il quadro delle istituzioni democratiche, rispettando la volontà popolare e senza rinunciare alla convinzione che la democrazia dovesse migliorare concretamente la vita delle persone.
Naturalmente la storia non è mai un racconto semplice. Ogni esperienza politica porta con sé limiti, errori, contraddizioni. Sarebbe sbagliato trasformare Allende in un’icona. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare il suo progetto come una fantasia irrealizzabile. Le sue riforme non appartenevano al mondo dell’immaginazione. Erano politiche pubbliche concrete, fondate sull’idea che dignità, istruzione, salute e partecipazione non fossero privilegi, ma diritti.
È questo che spesso dimentichiamo. Le grandi trasformazioni non nascono quando qualcuno accetta il mondo così com’è. Nascono quando qualcuno decide che la realtà può essere cambiata senza rinunciare alla democrazia.
Non è un caso che molti uomini e donne capaci di lasciare un segno nella storia siano stati definiti utopisti. Lo fu chi immaginò la fine dell’apartheid. Lo fu chi lottò per i diritti civili. Lo furono coloro che sfidarono le dittature latinoamericane quando sembravano invincibili. Ogni volta il giudizio fu lo stesso. Troppo idealisti. Troppo lontani dalla realtà. E ogni volta la realtà, lentamente, ha finito per inseguire quelle idee.
Forse oggi il paradosso è ancora più evidente.
Viviamo in un’epoca che considera perfettamente plausibile affidare decisioni agli algoritmi, immaginare città governate dall’intelligenza artificiale o progettare colonie umane su Marte. Eppure giudica ingenuo parlare di uguaglianza, di lavoro dignitoso, di giustizia sociale, di beni comuni, di una scuola capace di ridurre le disuguaglianze invece di riprodurle.
Non abbiamo smesso di credere nelle utopie.
Abbiamo semplicemente cambiato oggetto dei nostri sogni.
Abbiamo imparato a sognare il progresso tecnologico più facilmente del progresso umano.
Eppure una società cresce quando riesce a immaginare entrambe le cose.
Per questo il contrario dell’utopia non è il realismo.
È la rassegnazione.
È convincersi che il presente rappresenti il punto più alto a cui possiamo aspirare. È rinunciare a porre domande perché si teme di non trovare risposte. È accettare che ciò che appare inevitabile oggi debba restare inevitabile anche domani.
L’utopia, invece, continua a ricordarci che il futuro non è una destinazione già scritta. È uno spazio aperto, costruito dalle idee, dalle scelte e dal coraggio delle persone.
Salvador Allende lo aveva espresso con una frase che ancora oggi conserva una straordinaria forza: «La storia è nostra e la fanno i popoli.»
Era un invito alla responsabilità.
Perché la storia non cambia da sola. Cambia quando qualcuno trova il coraggio di immaginare ciò che ancora non esiste e decide, con pazienza e determinazione, di renderlo possibile.
Forse è proprio questo il significato più autentico dell’utopia.
Non un luogo inesistente.
Ma una direzione.
e poi scegli l'opzione