Giustizia

di Federica Cannas

La invochiamo quando qualcosa si rompe, la reclamiamo quando qualcosa ci viene tolto, la citiamo nei tribunali e nelle piazze. Eppure è una parola che cambia significato a seconda di chi la pronuncia e di quanto tempo ha dovuto aspettarla. Per chi la aspetta a lungo, dentro una cella o dentro un’assenza, diventa una promessa che si logora giorno dopo giorno, e che va difesa proprio quando sembra meno credibile.

Ci sono momenti in cui la vita di una persona viene messa in pausa. Il tempo si ferma, gli anni migliori, quelli in cui l’energia dovrebbe correre verso il mondo, verso gli altri, verso ciò che si vuole costruire, vengono trattenuti, sospesi, consegnati a un’attesa che non si è scelta.

Chi viene travolto da un’indagine ingiusta sa che non si tratta solo di un’accusa che poi si rivelerà vuota. Si tratta di tutto quello che intorno smette di esistere. Lavori che si interrompono. Rapporti che si sfilacciano, a volte per paura, a volte per il semplice peso del sospetto. Persone che si allontanano, come se l’ingiustizia fosse contagiosa. E accanto, quelli che restano, chi ama, chi resta fedele, costretti a un’impotenza che forse fa male quanto l’accusa stessa. Guardare qualcuno che si ama soffrire per qualcosa che non ha commesso, e non poter fare nulla se non restare con forza.

Sappiamo che la giustizia degli uomini è imperfetta. Lo è per definizione, perché è fatta dagli uomini, con i loro errori, le loro lentezze, le loro cecità. Una giustizia ingiusta è una contraddizione che portiamo dentro come una ferita, ogni volta che si consuma. Ma proprio per questo vale la pena distinguere. C’è la giustizia che si amministra, lenta e fallibile, e c’è quell’idea più alta di giustizia che resta, nonostante tutto, dentro di noi. È a quella che bisogna aggrapparsi quando il peso sembra non diminuire mai.

Perché è lì che si misura davvero la forza di una persona. Non tanto nel giorno dell’assoluzione, quanto in tutti i giorni prima, quelli vissuti senza arrendersi, senza lasciare che l’ingiustizia diventi anche una sconfitta interiore. Chi ne esce, ne esce spesso più consapevole. E può e deve riprendere in mano esattamente quell’energia che gli era stata sottratta. Non è detto che debba ricominciare tutto da capo. Può ripartire dallo stesso punto in cui si era fermato, magari con più chiarezza su cosa conta davvero.

Non è un invito ingenuo all’ottimismo. È il riconoscimento che la vita, quando le viene concesso lo spazio che le spetta, sa essere più forte anche dell’ingiustizia più lunga. E che restare in piedi, in attesa, credendo in quella giustizia più alta anche quando quella degli uomini vacilla, è l’unico modo per non lasciarsi rubare, insieme al tempo, anche il senso di ciò che si è.

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