di Federica Cannas
Equilibrio
Quando si cerca di rimanere in equilibrio su una gamba sola, non si cade mai in un colpo solo. Si cade a piccoli scarti, correggendo, resistendo, fino a quando la caduta arriva comunque. Ecco, l’America Latina è un continente che sta su una gamba sola da più di cinquant’anni, e non è ancora caduto del tutto.
Non parlo solo dei suoi presidenti. Parlo dei popoli che li hanno votati, perduti, rivoluti, traditi, e votati di nuovo. Un popolo che ha vissuto il golpe, la fame, i desaparecidos, l’iperinflazione, e che invece di chiudersi in una rabbia sterile ha continuato a scendere in piazza cantando. Le madri di Plaza de Mayo manifestano per i propri figli scomparsi da quarant’anni con i fazzoletti bianchi in testa, e in quel camminare circolare, ostinato, senza mai una risposta definitiva, c’è tutta la fisica di un equilibrio che non si trova stando fermi, ma continuando a muoversi. Un popolo in equilibrio non è un popolo senza contraddizioni, è un popolo che vota lo stesso partito che lo ha deluso, che si divide in famiglie tra chavisti e non, che manda in piazza insieme sindacalisti e studenti di destra contro lo stesso nemico, che perdona troppo presto o non perdona mai abbastanza. È disordinato, è umano, ed è proprio per questo che tiene.
Pepe Mujica lo sapeva meglio di tutti, perché lo aveva imparato nel modo più duro. Prima di diventare il presidente più povero e più amato del mondo, ha passato quattordici anni in carcere sotto la dittatura uruguaiana, molti dei quali in isolamento, in un pozzo, senza libri, senza voce umana. È uscito da lì senza rancore, portando con sé una filosofia che sembrava quasi uno scherzo e che invece era una teoria politica completa. La felicità non si compra e non si conquista, si coltiva, come i pomodori nella sua fattoria fuori Montevideo. “Non sono povero, sono sobrio”, diceva, e in quella frase minima c’è la differenza tra chi ha smesso di cadere perché ha smesso di desiderare, e chi ha imparato invece a cadere leggero, senza farsi troppo male, perché sa già che si rialzerà. La sua era l’arte di portare il dolore senza lasciare che diventasse l’unica cosa che si è.
Michelle Bachelet ha visto il padre morire sotto tortura, ed è stata lei stessa, con la madre, detenuta e torturata a Villa Grimaldi prima dell’esilio. È tornata in Cile per diventarne presidente, due volte, e poi a guidare le Nazioni Unite sui diritti umani, portando quella ferita in cura minuziosa per chi soffre come lei aveva sofferto.
Lula ha vissuto seicentoventi giorni di carcere, condannato in un processo che la Corte Suprema brasiliana ha poi annullato, e ha attraversato momenti in cui sembrava politicamente finito, seppellito, irrecuperabile. È tornato alla presidenza del Brasile con la stessa parola che ripete da una vita, esperança.
E Gustavo Petro, che da giovane militante dell’M19 conobbe anche lui il carcere e la violenza dello Stato, siede oggi nel palazzo di Nariño da primo presidente di sinistra nella storia della Colombia, in un paese che si è dilaniato per decenni tra guerriglia, narcotraffico e paramilitari, e che nonostante tutto ha trovato ancora, da qualche parte dentro di sé, la forza di votare per il cambiamento.
E sopra tutti loro, come una radice più antica, resta Salvador Allende. Il suo socialismo non ha mai avuto il volto della rabbia. Era un socialismo che credeva nella via democratica, nelle elezioni, nella Costituzione, in un cambiamento che potesse arrivare senza fucili, per quanto i fucili alla fine siano arrivati comunque. “Más temprano que tarde”, disse nel suo ultimo discorso da La Moneda in fiamme, prima di morire piuttosto che arrendersi. Presto più che tardi si riapriranno i grandi viali dove cammina l’uomo libero. Era l’equilibrio più estremo che si possa immaginare.
Forse è questo che il Sudamerica ha da insegnare, ai suoi leader e a chiunque lo guardi da fuori. L’equilibrio non è l’assenza di dolore, e nemmeno l’assenza di contraddizioni. È la capacità di restare in piedi proprio mentre si oscilla, senza pretendere di essere puliti, coerenti, senza cicatrici. È un popolo che sbaglia e ricomincia, un uomo che esce da un pozzo e diventa Presidente dell’Uruguay, un presidente che muore sotto le bombe dell’aviazione, continuando a parlare di un futuro che non vedrà. Cadere e rialzarsi non è la descrizione di un momento difficile, è, da quelle parti, l’intero senso della vita.
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