Sconfitta

di Federica Cannas

In politica perdere è un verbo difficile da coniugare.

Si perde un’elezione, certamente. Ma si può perdere molto prima. Si perde quando non si capisce più il Paese che si pretende di rappresentare, quando le parole continuano a essere quelle di sempre e le persone che dovrebbero ascoltarle sono cambiate. Si perde quando si scambia la propria comunità politica per la società intera. Quando si comincia a parlare soprattutto a chi è già d’accordo.

Il voto, qualche volta, arriva soltanto alla fine.

Le sinistre latinoamericane conoscono bene questa storia. Negli ultimi venticinque anni hanno vissuto vittorie enormi, sconfitte che sembravano definitive, ritorni inattesi. Lula è passato dal Planalto al carcere e dal carcere di nuovo al Planalto. Il peronismo argentino ha conosciuto il potere quasi come una condizione naturale e poi ha visto Javier Milei conquistare la Casa Rosada. In Cile, la generazione che aveva riempito le piazze e portato Gabriel Boric alla presidenza ha scoperto quanto rapidamente una promessa di cambiamento possa trasformarsi in delusione e quanto sia pericoloso pensare che una società che chiede trasformazioni sia necessariamente una società che si sposta stabilmente a sinistra.

È qui che la sconfitta diventa interessante.

Perché perdere può produrre due reazioni opposte. La prima è cercare immediatamente un colpevole. I media, gli avversari, le élite economiche, le campagne sui social, le fake news, l’astensionismo, la paura, l’ingratitudine degli elettori.

A volte sono spiegazioni vere. Il potere economico esiste, la manipolazione dell’informazione esiste, le campagne di disinformazione esistono. Ma una forza politica che attribuisce sistematicamente la propria sconfitta a qualcosa che sta fuori da sé compie un errore ancora più grave della sconfitta stessa. Perché rinuncia a capire.

La seconda possibilità è molto più scomoda.

Domandarsi perché.

Perché una parte dei lavoratori che avrebbe dovuto riconoscersi nella sinistra ha scelto la destra? Perché la promessa della sicurezza riesce qualche volta a essere più convincente della promessa dell’uguaglianza? Perché Milei è riuscito a parlare a tanti giovani argentini? Perché in diversi Paesi latinoamericani settori popolari hanno cominciato a percepire le destre come una possibilità di rottura e le sinistre come parte dell’ordine esistente?

Sono domande spiacevoli. Proprio per questo sono utili.

L’autocritica politica, del resto, non consiste nel presentarsi davanti alle telecamere e dichiarare che «non siamo riusciti a comunicare». È probabilmente una delle formule più consolatorie inventate dalla politica contemporanea. Significa quasi sempre “avevamo ragione, ma non siamo stati capaci di spiegarvelo”.

Può darsi invece che gli elettori abbiano capito benissimo.

E che non siano stati convinti.

Accettare questa possibilità è il principio di qualsiasi ricostruzione.

La sconfitta costringe una forza politica a uscire per qualche tempo dal palazzo e a verificare se le categorie con cui interpreta la società corrispondano ancora alla società reale. Il lavoro precario del 2026 non è quello attorno al quale nacquero i grandi partiti operai del Novecento. Le periferie sono cambiate. Sono cambiate le paure, le famiglie, i linguaggi, le aspirazioni. Persino la parola progresso non significa necessariamente la stessa cosa per chi la pronuncia da una sede di partito e per chi aspetta un autobus alle sei del mattino.

Per questo l’opposizione non dovrebbe essere considerata la sala d’attesa del potere.

È un mestiere politico.

Stare all’opposizione significa controllare chi governa, certamente, ma significa soprattutto tornare a osservare. Se ogni provvedimento dell’avversario è una catastrofe, alla fine nessuna catastrofe lo sarà davvero. Se ogni scelta viene respinta soltanto perché proviene dall’altra parte, l’opposizione smette di costruire un’alternativa e diventa semplicemente il contrario del governo.

E il contrario di qualcosa non è ancora un progetto.

L’America Latina offre anche un’altra lezione. Nessun ciclo politico è eterno. La cosiddetta marea rosa sembrò per qualche tempo aver modificato definitivamente gli equilibri del continente. Poi arrivarono le destre. Poi tornarono governi progressisti. Poi nuove destre, spesso più radicali delle precedenti, hanno imparato a parlare una lingua che intercetta rabbia, insicurezza, insofferenza verso le istituzioni.

Il pendolo, però, non spiega tutto.

Pensare che dopo una destra tornerà inevitabilmente una sinistra è un modo elegante per non fare politica. Le società non restituiscono automaticamente ciò che hanno tolto. Possono cambiare direzione, identità, perfino le domande che rivolgono alla politica.

Una sconfitta allora può diventare una specie di privilegio involontario.

Ti toglie la possibilità di amministrare e ti restituisce quella di pensare.

Ti obbliga a distinguere ciò che appartiene ai tuoi valori da ciò che appartiene semplicemente alle tue abitudini. L’uguaglianza può essere un valore. Una determinata ricetta economica è una scelta. La giustizia sociale può essere un principio. Il linguaggio con cui la si è raccontata per trent’anni può diventare vecchio. Difendere i primi non significa conservare per sempre i secondi.

Forse è questo che una sinistra dovrebbe fare quando perde. Non diventare meno sinistra per tornare a vincere, ma capire che cosa significhi essere di sinistra nella società che ha davanti.

È molto più difficile.

Richiede di ascoltare anche persone che dicono cose sgradevoli. Di entrare nei luoghi nei quali non si ricevono applausi. Di capire le ragioni di chi ha votato dall’altra parte senza trasformarlo immediatamente in un nemico, un ignorante o una vittima inconsapevole della propaganda. E richiede persino di riconoscere quando l’avversario ha individuato un problema reale, pur offrendo una risposta che si considera sbagliata.

Una democrazia, in fondo, si misura anche da questo.

Dalla capacità di vincere senza credersi proprietari del Paese e di perdere senza considerare il Paese improvvisamente irriconoscibile.

Salvador Allende perse un’elezione presidenziale nel 1952, un’altra nel 1958 e ancora nel 1964. Nel 1970 si presentò per la quarta volta. Quelle sconfitte non furono tutte uguali e non contengono una formula da imitare. Dicono però qualcosa che oggi tendiamo a dimenticare. La politica può avere tempi più lunghi di una campagna elettorale.

Tra perdere e vincere esiste uno spazio.

È lì che si capisce se una forza politica possiede soltanto elettori oppure ha ancora un’idea di società.

Ed è forse per questo che la domanda più importante, la sera di una sconfitta, non è «come facciamo a vincere la prossima volta?».

È un’altra.

Che cosa non abbiamo capito?

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