ESILIO
di Federica Cannas
C’è una piazza a Santiago del Cile, a pochi passi dal luogo dove riposa Salvador Allende, che porta il nome di un politico italiano. Non è un cileno, non ha mai vissuto sotto quella dittatura, eppure il popolo che l’ha subita ha scelto di ricordarlo lì, accanto al proprio amato presidente Allende. Per capire l’esilio bisogna partire da qui. Da un gesto di gratitudine che ha attraversato quarantacinque anni e un oceano.
Il gesto originario risale a poche settimane dopo l’11 settembre 1973. Bettino Craxi, allora giovane vicesegretario del Partito Socialista Italiano, guida una delegazione a Santiago con l’intenzione di deporre dei fiori sulla tomba di Allende. Non ci riesce. I soldati li fermano, uno punta il mitra e urla “un paso más y tiro”. Un passo in più e sparo. La delegazione si ritira, ma qualcosa rimane. Da quel momento l’Italia diventa, per migliaia di cileni in fuga, uno dei pochi luoghi dove poter ricominciare. Craxi tornerà davvero su quella tomba solo anni dopo, mantenendo una promessa fatta a distanza.
L’esilio è un corpo che attraversa un confine sapendo che potrebbe non tornare mai più. È una lingua che si impara di notte, un indirizzo che cambia, un nome che a volte bisogna nascondere. Ma è anche, e questo lo dimentichiamo troppo spesso, la storia di chi apre una porta. L’ambasciata italiana a Santiago, nei giorni convulsi del golpe, arrivò a ospitare fino a duecentocinquanta persone contemporaneamente, famiglie intere, bambini, gente che aveva lasciato tutto in poche ore, mentre i diplomatici trattavano con i militari per garantire un espatrio sicuro. Non fu un’operazione di Stato pianificata a tavolino, fu il lavoro quotidiano, spesso silenzioso, di persone che scelsero di rischiare la propria posizione per salvare quella di altri.
Ma il Cile non fu l’unica ferita del continente, e qui la parola esilio si allarga fino a farsi corale. Il Plan Cóndor, l’alleanza tra le dittature di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile per dare la caccia agli oppositori oltre i propri confini, trasformò l’intero Cono Sur in una macchina repressiva senza frontiere. Chi scappava dal Cile poteva ritrovarsi braccato in Argentina. Chi scappava dall’Argentina di Videla, dal 1976 in poi, percorreva spesso le stesse rotte, bussava alle stesse porte italiane già aperte tre anni prima. L’esilio, in quegli anni, non ebbe una sola nazionalità, ebbe piuttosto un’unica, enorme famiglia di desaparecidos, di figli cercati per una vita intera, di lettere che non arrivavano mai a destinazione.
È in questa geografia del dolore condiviso che l’esilio diventa anche letteratura, perché la scrittura è stata per molti l’unico modo di restare vivi in un luogo che non esisteva più. Juan Gelman, poeta argentino, visse l’esilio due volte. Quello politico, imposto dalla dittatura, e quello ancora più straziante della ricerca del figlio e della nuora, desaparecidos, e poi della nipote nata in cattività e ritrovata solo dopo anni. Mario Benedetti trasformò il proprio esilio uruguaiano in una delle voci più lette del continente, capace di raccontare la nostalgia senza mai scadere nel lamento. Ariel Dorfman, cileno costretto a lasciare il paese dopo il golpe, ha dedicato gran parte della sua opera al tema della memoria e della tortura, come se scrivere fosse l’unico modo per non lasciare che il regime avesse anche l’ultima parola. E Julio Cortázar, dal suo esilio parigino, non smise mai di alzare la voce contro Videla, dimostrando che si può restare argentini, e combattenti, anche a migliaia di chilometri da Buenos Aires.
Oggi, mentre il continente osserva nuove migrazioni politiche, venezuelane, nicaraguensi, e l’Europa discute di confini con un linguaggio sempre più duro, quella piazza di Santiago resta un piccolo monumento a un’idea semplice. Che l’esilio non è solo una condanna, ma anche, a volte, l’occasione per qualcuno di dimostrare cosa significa davvero accogliere. Il Centro Studi Salvador Allende nasce proprio da questa eredità. Dalla convinzione che ricordare chi ha aperto una porta sia importante quanto ricordare chi è stato costretto a varcarla.
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