
FUTURO
di Federica Cannas
Il futuro ha un difetto piuttosto serio. Non esiste.
Non ancora, almeno. Non possiamo ricordarlo, fotografarlo, dimostrare che sarà come lo immaginiamo. Eppure gli affidiamo una quantità sorprendente di cose. Mettiamo da parte denaro per un giorno che non conosciamo, piantiamo alberi sotto i quali forse non ci siederemo, costruiamo scuole per bambini che devono ancora nascere. Facciamo promesse, programmi, rivoluzioni. Persino quando diciamo di non credere più nel futuro, in realtà stiamo formulando un giudizio su di lui.
La politica vive di questo tempo inesistente.
Chiede un voto oggi per qualcosa che accadrà domani. Domanda sacrifici nel presente promettendo che avranno un senso più avanti. Ogni governo presenta un futuro, ogni opposizione ne propone un altro. Anche le dittature ne hanno avuto uno. Ordinato, disciplinato, immobile, possibilmente senza avversari. Il problema, dunque, non è stabilire chi creda nel futuro.
La domanda è quale futuro, e soprattutto per chi.
Nel Novecento questa parola pesava moltissimo. Socialisti, comunisti, liberali, movimenti di liberazione nazionale, rivoluzioni anticoloniali potevano detestarsi reciprocamente, ma condividevano almeno la convinzione che il mondo non era terminato. La società nella quale erano nati non rappresentava necessariamente quella nella quale sarebbero morti.
Oggi questa certezza appare molto meno solida.
Abbiamo una capacità quasi prodigiosa di immaginare la fine del mondo e una crescente difficoltà a immaginare un mondo diverso. Conosciamo nei dettagli le catastrofi che potrebbero aspettarci. Città sommerse, guerre combattute da macchine, lavori cancellati dall’intelligenza artificiale, nuove migrazioni, desertificazione, democrazie svuotate. Il futuro continua a occupare moltissimo spazio, ma sempre più spesso arriva sotto forma di minaccia.
È curioso. Possediamo strumenti che permettono di prevedere domani meglio di qualsiasi generazione precedente e sembriamo aver perduto parte della capacità di desiderarlo.
In America Latina questa parola ha avuto una vita particolarmente movimentata. È stata promessa dalle indipendenze, dalle rivoluzioni, dalle riforme agrarie, dalle guerriglie, dalle transizioni democratiche. È stata pronunciata da uomini diversissimi e qualche volta utilizzata per giustificare l’ingiustificabile.
Salvador Allende ne parlò in una delle mattine in cui il futuro sembrava essersi chiuso.
L’11 settembre 1973 sapeva che il suo governo era finito e, con ogni probabilità, sapeva che anche la sua vita stava per finire. La Moneda era assediata. Le Forze armate avevano preso il controllo del Paese. Sarebbe stato comprensibile parlare soltanto di ciò che stava accadendo in quelle ore. Invece, nel suo ultimo discorso, Allende fece una cosa singolare. Parlò di uomini liberi che un giorno sarebbero tornati a percorrere i grandi viali.
Non poteva sapere quando.
Ed è questo il particolare che rende quelle parole ancora interessanti dopo più di mezzo secolo. Una previsione contiene una data, o almeno una probabilità. Una speranza può permettersi di non averne.
Diciassette anni dopo, il Cile tornò alla democrazia.
Ma neppure questa è la parte più importante della storia. Perché il futuro immaginato da una generazione non arriva mai esattamente come quella generazione lo aveva previsto. Arrivano altre persone, altre domande, altri conflitti. I figli contestano le soluzioni dei padri e qualche volta ne recuperano le parole. Nel 2022 Gabriel Boric, nato tredici anni dopo il golpe, richiamò proprio quei grandi viali nel giorno del suo insediamento alla presidenza del Cile.
Il futuro aveva compiuto uno dei suoi strani giri.
Una frase pronunciata da un uomo che stava per morire era arrivata fino a un presidente che, nel 1973, non esisteva ancora.
Forse è questa la cosa che dimentichiamo quando pensiamo al futuro. Quasi nulla di ciò che costruiamo appartiene interamente a noi.
Una scuola viene progettata da persone che non conosceranno tutti gli studenti che la frequenteranno. Chi pianta un bosco accetta che qualcun altro ne vedrà gli alberi adulti. Chi difende un diritto spesso non sa chi ne beneficerà. E chi combatte perché una società sia un poco più giusta deve convivere con una possibilità persino frustrante. Che il risultato migliore del proprio lavoro arrivi quando lui non sarà più lì per vederlo.
Il futuro richiede dunque una forma particolare di generosità.
Significa occuparsi di sconosciuti.
Forse è qui che la politica contemporanea incontra una delle sue crisi più profonde. Abbiamo imparato a misurare quasi tutto nel tempo brevissimo. Il sondaggio della settimana, la reazione nelle ore successive, il consenso immediato, la prossima elezione. Una decisione che produce un costo oggi e un beneficio tra vent’anni parte svantaggiata rispetto a una che distribuisce qualcosa oggi e presenta il conto a chi verrà dopo.
Eppure governare dovrebbe significare anche rappresentare persone che non votano.
I bambini, certamente. Ma persino quelli che devono ancora nascere.
È una rappresentanza senza elettori, senza applausi e senza gratitudine. Nessuno nato nel 2070 verrà a ringraziarci oggi perché abbiamo lasciato un mare più pulito, una democrazia più forte o una città nella quale sia ancora possibile vivere. Potrà però domandarsi perché non lo abbiamo fatto.
C’è una vecchia arroganza nel pensare al futuro come a qualcosa che ci appartiene.
Noi possiamo soltanto consegnargli delle cose.
Una lingua. Un debito. Una biblioteca. Una guerra. Un albero. Una Costituzione. Un pregiudizio. Una canzone. Un mare ancora vivo oppure un mare vuoto. Una libertà conquistata oppure una libertà lasciata consumare lentamente.
Poi arriveranno altri e decideranno che cosa farsene.
Forse il futuro è esattamente questo. Il luogo nel quale continueranno le conseguenze delle nostre azioni quando noi non potremo più controllarle.
Per questo non serve sapere come sarà.
Serve decidere che cosa vogliamo lasciargli.
e poi scegli l'opzione