di Federica Cannas

Cinque minuti recuperati evitando una fila, dieci guadagnati rispondendo a una mail mentre camminiamo, altri ancora salvati ordinando qualcosa con un clic. Le nostre giornate sono piene di queste piccole economie, frammenti di tempo sottratti all’attesa e alla lentezza. Eppure c’è qualcosa che non torna. Dove finisce tutto il tempo che siamo diventati così bravi a risparmiare?

La cosa curiosa è che abbiamo inventato quasi tutto per guadagnarne.

Le mail dovevano evitarci lettere e attese. I messaggi hanno eliminato molte telefonate. Le riunioni si fanno senza spostarsi. Possiamo comprare, pagare, prenotare, lavorare, leggere un giornale e parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo senza alzarci da una sedia. Un documento che impiegava giorni ad arrivare oggi attraversa un continente in pochi secondi.

Dovremmo avere una quantità impressionante di tempo.

E invece abbiamo fretta.

Forse è questo uno dei piccoli paradossi del nostro secolo. Più diventiamo veloci, più il tempo sembra insufficiente.

Seneca aveva intuito qualcosa quasi duemila anni fa. Nel De brevitate vitae scriveva che non disponiamo di poco tempo, ne perdiamo molto. La frase è sopravvissuta magnificamente ai secoli, ma oggi merita forse una correzione. Perché non tutto il tempo che perdiamo lo perdiamo noi. Una parte ci viene sottratta nostro malgrado.

Non necessariamente con la forza.

Il tempo ci viene portato via da una notifica, da una mail arrivata alle 19.43, dal messaggio di lavoro che “richiede solo un minuto”, da i na piattaforma progettata perché continuiamo a scorrere, da una riunione che avrebbe potuto essere evitata, dall’abitudine a essere raggiungibili sempre.

Il confine che un tempo separava abbastanza chiaramente il tempo del lavoro da quello della vita si è fatto poroso. Il lavoro non ha più bisogno di trattenerci fisicamente in un luogo per continuare a occuparci. Può seguirci in tasca.

Ed è una conquista straordinaria poter lavorare da luoghi diversi, organizzare diversamente una giornata, ridurre spostamenti inutili. Sarebbe sciocco rimpiangere un passato nel quale tutto era più lento soltanto perché era più lento. Il problema comincia quando una tecnologia nata per liberarci dal vincolo del tempo finisce per colonizzarlo.

Abbiamo persino inventato un’espressione piuttosto rivelatrice. Tempo libero.

Come se il tempo avesse bisogno di un aggettivo per appartenerci.

E forse è proprio qui che la questione smette di riguardare soltanto Seneca e diventa politica.

Perché il tempo non è distribuito in maniera uguale.

C’è chi può pagare qualcuno perché faccia ciò che gli porterebbe via ore. Chi impiega ogni giorno molto tempo per raggiungere il posto di lavoro. Chi può spegnere il telefono e chi deve rispondere. Chi può permettersi di aspettare e chi vive contando minuti, turni, coincidenze, scadenze. Chi ha tempo per leggere, passeggiare, accompagnare un figlio, stare accanto a un genitore anziano, cucinare lentamente, annoiarsi. E chi arriva alla sera avendo eseguito tutto ciò che doveva fare senza avere avuto quasi un momento che potesse chiamare davvero proprio.

Per questo avere tempo sta diventando una forma silenziosa di ricchezza.

Si manifesta in modi poco appariscenti, come poter dire “domani”, non essere sempre reperibili, sedersi senza dover fare contemporaneamente qualcos’altro.

Persino la noia, che per generazioni abbiamo considerato un nemico, comincia ad assomigliare a un privilegio.

Annoiarsi significa avere davanti un pezzo di tempo che nessuno ha ancora occupato.

È uno spazio apparentemente improduttivo nel quale, però, nascono idee, libri, amicizie, innamoramenti, domande. Anche il pensiero ha bisogno di intervalli. Difficilmente un dubbio importante riesce a farsi strada tra una notifica e l’altra.

E qui il nostro tempo incontra un altro protagonista che Seneca non avrebbe potuto immaginare. L’algoritmo.

Una parte crescente delle nostre giornate viene contesa da sistemi costruiti precisamente per ottenere la nostra attenzione.

Un minuto diventa cinque, cinque diventano venti. Non ce ne accorgiamo perché nessuno ci sottrae materialmente qualcosa. Eppure stiamo cedendo l’unica risorsa che, a differenza del denaro, non possiamo guadagnare di nuovo.

A questo punto la vera domanda è chi decide come spendiamo il tempo abbiamo.

Il Novecento ha combattuto grandi battaglie intorno al tempo. La riduzione dell’orario di lavoro, il riposo settimanale, le ferie, i limiti alla giornata lavorativa non furono questioni marginali. Dietro quelle conquiste c’era un’idea molto semplice e molto radicale. Una persona non può appartenere interamente al lavoro.

Oggi quella discussione ritorna sotto forme diverse. Diritto alla disconnessione, lavoro da remoto, settimana corta, automazione, intelligenza artificiale. Ogni innovazione promette di farci risparmiare tempo. La domanda decisiva viene sempre dopo: quel tempo risparmiato a chi resterà?

Se una macchina permette di svolgere in quattro ore ciò che prima ne richiedeva otto, possiamo immaginare almeno due futuri. Nel primo lavoreremo quattro ore e avremo guadagnato una parte della nostra giornata. Nel secondo riempiremo le altre quattro con nuove attività, nuovi obiettivi, nuove misurazioni della produttività.

La tecnologia non sceglierà al posto nostro.

Forse Seneca, se potesse guardarci, rimarrebbe stupito dalle nostre giornate. Vedrebbe persone capaci di parlare istantaneamente con il mondo intero e incapaci, qualche volta, di concedersi dieci minuti senza guardare uno schermo. Scoprirebbe che abbiamo costruito macchine velocissime per risparmiare tempo e poi abbiamo riempito ogni minuto risparmiato.

Ma probabilmente riconoscerebbe il problema.

La vita, forse, non diventa breve quando finisce. Diventa breve molto prima, quando ci accorgiamo che troppe delle nostre ore avevano già un padrone.

Abbiamo imparato a misurare il tempo, a risparmiarlo, a riempirlo, perfino a venderlo. Molto meno a lasciarlo vuoto. Eppure è proprio in quel vuoto che qualche volta accadono le cose che non avevamo programmato: un pensiero che finalmente arriva fino in fondo, una conversazione che dura più del previsto, una strada presa senza fretta, il diritto di restare fermi mentre tutto intorno continua a correre.

Forse sarà questo il vero lusso del futuro.

Avere ancora a disposizione del tempo che nessuno ha prenotato al posto nostro.

Ore senza una notifica che le interrompa, senza una prestazione che le giustifichi, senza la necessità di dimostrare che sono servite a qualcosa.

Perché alla fine il tempo più prezioso potrebbe essere proprio quello che agli occhi del mondo abbiamo sprecato.

E che, invece, abbiamo vissuto.

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