di Federica Cannas

Quattro volte a Pechino in quattro anni. Tre firmatari, Spagna, Brasile e Sudafrica, su un manifesto per il multilateralismo che Xi Jinping cita a memoria. Un summit progressista globale convocato a Barcellona a metà aprile. Una conferenza internazionale sul finanziamento allo sviluppo che aprirà i battenti a Siviglia in estate. È la trama di una strategia precisa, che Pedro Sánchez porta avanti con coerenza per costruire un ruolo attivo per  la Spagna nell’architettura del nuovo ordine multilaterale.

Il 10 e 11 aprile 2026, Sánchez è atterrato a Pechino. Una frequenza che non ha precedenti tra i leader europei e che dice molto sulla visione strategica del premier spagnolo. 

L’incontro con Xi Jinping ha prodotto risultati tangibili. I due presidenti hanno rinnovato i pilastri dell’Associazione Strategica Integrale che lega i due paesi da vent’anni, sottoscrivendo un Piano d’Azione che stabilisce una tabella di marcia di cooperazione avanzata fino al 2028 in settori chiave, quali economia, commercio, investimenti, agricoltura, pesca, scienza, tecnologia, innovazione e sviluppo sostenibile.

Sánchez ha ribadito davanti a Xi il principio che guida la politica estera del suo governo: “La Spagna è un paese profondamente europeista che vede la Cina come partner dell’Unione Europea”. Un messaggio non scontato, in un’Europa divisa tra chi segue Washington e chi cerca autonomia strategica.

Chi volesse ridurre la politica cinese di Sánchez a una scelta ideologica commetterebbe un errore di prospettiva. Dietro ci sono numeri robusti e interessi concreti. Nel 2023, il commercio bilaterale tra Spagna e Cina ha superato i 51.800 milioni di euro, con oltre 14.500 imprese spagnole che esportano regolarmente nel mercato cinese. La Cina è il quarto partner commerciale della Spagna e il suo secondo fornitore di merci.

Ma la cooperazione si è evoluta ben oltre i settori tradizionali. Oggi abbraccia la transizione industriale del XXI secolo. La fabbrica di batterie in Aragona, la produzione di veicoli elettrici a Barcellona, dove uno stabilimento punta a produrre 20.000 unità nel 2025 recuperando i posti persi con la chiusura Nissan, il memorandum siglato con Envision per una fabbrica di elettrolizzatori per la produzione di idrogeno verde con un investimento di un miliardo di dollari. La Spagna si posiziona così all’incrocio tra la domanda europea di transizione verde e l’offerta tecnologica cinese, in una logica che pochi altri paesi europei hanno saputo costruire con altrettanta sistematicità.

Sánchez ha anche toccato le tensioni commerciali, ribadendo davanti al vicepresidente cinese Han Zheng, incontrato a giugno 2025, che “una guerra commerciale non fa bene a nessuno” e che la Spagna sostiene un ordine internazionale basato su regole, sul libero scambio e sull’apertura economica. Una posizione che guarda ai rischi dell’unilateralismo trumpiano senza per questo cedere a logiche di blocco.

La visione di Sánchez non si esaurisce nel rapporto bilaterale con Pechino. Si inscrive in una cornice più ampia, quella di un multilateralismo attivo che la Spagna pratica su più tavoli contemporaneamente.

A marzo 2025, Sánchez aveva firmato insieme ai presidenti brasiliano Lula da Silva e sudafricano Ramaphosa un articolo congiunto pubblicato su media internazionali. Un testo che Xi Jinping stesso ha citato come “un appello a dare nuovo impulso al multilateralismo e a rifiutare il ripiegamento verso l’isolazionismo e le azioni unilaterali”. Non è un dettaglio: tre leader del Sud e del Nord del mondo che scrivono insieme, in un momento di massima polarizzazione geopolitica, è un segnale politico di grande portata.

A questo si aggiunge la Conferenza Internazionale sul Finanziamento allo Sviluppo di Siviglia, prevista dal 30 giugno al 3 luglio, che Sánchez ha presentato ai partner cinesi come un’opportunità per riaffermare l’impegno comune verso l’ordine multilaterale. La Spagna si propone, con questa scelta, come sede naturale dei grandi forum di governance globale. Un Paese che non si limita a commentare i processi internazionali, ma li ospita e li co-costruisce.

E proprio mentre Sánchez rientra da Pechino, Barcellona si prepara a diventare per due giorni la capitale politica del progressismo mondiale. Il 17 e 18 aprile si terrà nella città catalana la prima edizione della Global Progressive Mobilisation (GPM), annunciata dal presidente del Partito dei Socialisti Europei Stefan Löfven e ospitata dallo stesso Sánchez in collaborazione con partner internazionali.

L’idea è nata dal congresso del PES ad Amsterdam nell’ottobre scorso, sostenuta da Sánchez e da Lula. L’obiettivo è costruire un coordinamento globale delle forze progressiste per rispondere all’autoritarismo, all’estrema destra e all’indebolimento del multilateralismo. Al summit partecipano leader da ogni continente. Lula da Silva dal Brasile, Ramaphosa dal Sudafrica, Orsi dall’Uruguay, Petro dalla Colombia, il presidente del Consiglio europeo Costa, la vicepresidente esecutiva della Commissione Teresa Ribera, il vicecancelliere tedesco Klingbeil, la premier lituana Ruginiené, il vice-premier britannico Lammy. E ancora la premio Nobel filippina Maria Ressa e la segretaria del Partito Democratico italiano Elly Schlein.

È un tentativo, il più strutturato finora, di costruire un’Internazionale progressista capace di rispondere in modo coordinato alla sfida globale delle destre nazionaliste.

La politica di Sánchez ha i suoi  tratti essenziali nel rifiuto della logica dei blocchi, nell’autonomia strategica rispetto alle pressioni di Washington, nella costruzione di un ordine mondiale fondato su regole condivise anziché sulla forza del più potente, nell’attenzione al Sud globale come interlocutore.

La Spagna, con i suoi porti di Valencia, Algeciras e Barcellona che sono crocevia naturali tra Europa, Asia e America Latina, con la sua doppia appartenenza all’Europa e al mondo iberoamericano, con la sua storia di ponte tra civiltà diverse, ha tutte le carte per svolgere questo ruolo. E Sánchez sembra volerlo giocare fino in fondo.

Il mondo di oggi premia la frammentazione. I populismi nazionali, le guerre commerciali, le logiche identitarie, tutto spinge verso il ripiegamento. In questo scenario, scommettere sul multilateralismo è una scelta di realismo politico per chi, come la Spagna, non ha le dimensioni per giocare da solo ma ha le reti, la storia e la visione per giocare da protagonista in un sistema cooperativo.

Barcellona, Pechino, Siviglia. Un filo rosso che connette la Spagna a una visione di futuro. Non è poco, in un momento in cui molti rinunciano perfino a immaginarlo.

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