Oltre il neoliberismo. Perché il “caso Spagna” riapre una strada europea
Per anni il neoliberismo è stato raccontato come l’unico orizzonte possibile. Liberalizzare, comprimere il lavoro, ridurre il ruolo dello Stato, affidare al mercato la funzione di arbitro finale. In Europa ha prodotto stagnazione, disuguaglianze crescenti, fratture sociali difficili da ricomporre.
Oggi, però, esiste un dato politico che non può essere ignorato. In uno dei grandi Paesi dell’Unione, la Spagna, si sta affermando un modello diverso, che non nega i vincoli europei ma li interpreta in modo opposto rispetto al paradigma neoliberista.
Non si tratta di una rivoluzione ideologica, ma di una rottura concreta con l’idea che crescita, diritti sociali e intervento pubblico siano incompatibili.
Nel biennio 2024–2025 la Spagna registra una crescita economica nettamente superiore alla media europea. Nel 2024 il PIL cresce del 3,5 per cento, nel 2025 le previsioni della Commissione europea indicano un +2,9 per cento. Nello stesso periodo l’Unione europea e l’area euro si muovono intorno all’1 per cento.
Questo scarto non è marginale. Dice che una politica economica meno ossessionata dal rigore immediato, più attenta alla domanda interna e agli investimenti pubblici, può produrre risultati migliori anche sul piano macroeconomico.
Il punto politico è decisivo. La crescita spagnola non arriva da una deregulation spinta, ma da una combinazione di investimenti pubblici, utilizzo mirato delle risorse europee, rafforzamento del lavoro e protezione del potere d’acquisto.
Uno dei pilastri del superamento del modello neoliberista è la rivalutazione del lavoro. In Spagna questo passa da due scelte precise.
La prima riguarda la riforma del mercato del lavoro, che ha ridotto in modo significativo l’uso dei contratti temporanei, storicamente uno dei punti più critici del sistema spagnolo. La precarietà non è scomparsa, ma è stata limitata per legge, riportando una parte rilevante dell’occupazione verso forme più stabili.
La seconda è l’aumento del salario minimo. Nel 2025 il salario minimo legale arriva a 1.184 euro mensili su 14 mensilità. Dal 2018 l’aumento complessivo supera il 60 per cento. È una scelta che rompe apertamente con l’idea neoliberista secondo cui i salari devono restare bassi per garantire competitività.
Qui la direzione è opposta. Si sostiene che salari più alti rafforzano i consumi, riducono le disuguaglianze e rendono la crescita più solida. Non è una tesi teorica, è una politica pubblica misurabile.
Un altro elemento di rottura è il ruolo dello Stato nell’economia. Il caso dell’energia è emblematico. Con la cosiddetta “eccezione iberica”, la Spagna ha introdotto un tetto al prezzo del gas utilizzato per la produzione elettrica, misura approvata dalla Commissione europea in piena crisi energetica.
Il messaggio politico è chiaro. Di fronte a uno shock sistemico, il mercato non è neutro né autosufficiente. Serve un intervento pubblico che protegga cittadini e imprese, senza attendere che le disuguaglianze facciano il loro corso.
Questa scelta ha contribuito a contenere i prezzi dell’energia e a ridurre l’esposizione sociale alla crisi, dimostrando che la regolazione pubblica non è un tabù ideologico, ma uno strumento di governo.
Uno degli argomenti più usati contro ogni alternativa al neoliberismo è quello dei conti pubblici. Eppure, anche su questo terreno, l’esperienza spagnola è istruttiva.
Il deficit pubblico è in progressiva riduzione e le previsioni indicano un rientro sotto il 3 per cento, con un debito pubblico in calo sotto la soglia del 100 per cento del PIL nei prossimi anni.
Il punto non è ignorare i vincoli europei, ma decidere come rispettarli. Non attraverso tagli lineari e compressione della spesa sociale, bensì attraverso crescita, occupazione e una gestione selettiva delle risorse pubbliche. È una differenza politica, non solo tecnica.
Il valore del “caso Spagna” sta anche in questo. Non è un’esperienza periferica o isolata. È un grande Paese dell’Unione che dimostra come il neoliberismo non sia una legge naturale, ma una scelta storica che può essere superata.
Restano limiti evidenti. La disoccupazione è ancora alta, la produttività resta una sfida aperta, le disuguaglianze territoriali non sono scomparse. Ma proprio per questo il modello spagnolo è interessante. Non promette miracoli, mostra un percorso.
Per il pensiero socialista e progressista europeo, e per chi lavora a ricostruire una cultura politica alternativa, la lezione è chiara. Uscire dal neoliberismo non significa tornare al passato, ma rimettere la politica al centro delle scelte economiche.
La Spagna non offre una formula da copiare, ma una prova concreta che un’altra strada è possibile, anche dentro l’Europa di oggi.
La Presidente
Federica Cannas
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