di Federica Cannas

Il 30 giugno, nel Centro Convenzioni della Conmebol a Luque, alle porte di Asunción, si è consumato l’ennesimo capitolo di un’integrazione sudamericana che compie trentacinque anni, portandosi dietro tutte le sue contraddizioni. La LXVIII Cumbre di Capi di Stato del Mercosur e Stati Associati ha chiuso il semestre di presidenza pro tempore paraguaiana e ha consegnato il testimone all’Uruguay di Yamandú Orsi, in una fotografia di gruppo che racconta più di quanto dica. Undici uomini in giacca e cravatta, la basilica di Asunción alle spalle, il logo del Mercosur davanti. Un’immagine di unità che nasconde, come sempre, le fratture reali del blocco.

Lula da Silva è arrivato in Paraguay reduce da un semestre che il governo brasiliano non esita a definire storico. La firma dell’accordo di associazione strategica tra Mercosur e Unione Europea e l’entrata in vigore provvisoria del relativo accordo commerciale interinale, dal 1° maggio. Il presidente brasiliano ha ricordato che il Mercosur concentra circa il 73% del territorio sudamericano, il 65% della popolazione della regione e circa il 70% del PIL del Sudamerica. Sul piano commerciale, le esportazioni brasiliane verso i partner del blocco nel 2025 hanno sfiorato i 26 miliardi di dollari, pari al 7,5% del totale, mentre il commercio del Mercosur con il resto del mondo ha superato i 757 miliardi di dollari, con un interscambio extra-zona in crescita dell’8% nel primo quadrimestre 2026.

Brasilia ha portato in dote anche un annuncio politico di peso, un aumento del contributo brasiliano al Focem, il Fondo per la Convergenza Strutturale del Mercosur destinato a ridurre le disuguaglianze tra i paesi del blocco, attraverso il finanziamento di opere infrastrutturali, e la proposta di un patto regionale contro il femminicidio e la violenza verso le donne, insieme al proseguimento della Strategia del Mercosur contro il crimine organizzato transnazionale, ormai considerata prioritaria per l’intera regione.

Nel suo intervento in plenaria Lula ha scelto ancora una volta la carta della sovranità continentale, riprendendo, senza nominarlo, un bersaglio già colpito due settimane prima al G7 in Francia. Il presidente brasiliano ha ribadito che nessuno è padrone dell’America del Sud, replicando idealmente alla frase con cui il presidente statunitense si era presentato agli altri leader del G7 proclamandosi “il capo”. Ha poi difeso l’integrazione regionale al di sopra delle differenze ideologiche tra i governi, sostenendo che il Mercosur non può funzionare secondo la scelta di questo o quel presidente, altrimenti il blocco non sarà mai forte.

Ha colto l’occasione anche per confermare che si ricandiderà alle elezioni di ottobre per garantire che il Brasile continui a essere un paese democratico, richiamando il tentativo di golpe dell’8 gennaio 2023 e sottolineando come, nonostante i tentativi di seminare dubbi sull’integrità dei processi elettorali sudamericani, il rispetto della volontà popolare abbia finora prevalso. Un passaggio che suona come una risposta implicita all’avanzata delle destre nel continente, pur senza nominarla direttamente. Il presidente ha inoltre indicato il crimine organizzato transnazionale come una delle minacce più gravi alla democrazia regionale, capace di erodere l’autorità statale, controllare territori, intimidire comunità ed espandersi nel mondo digitale, e ha rilanciato la proposta di un fondo regionale per le catastrofi naturali.

Il momento istituzionale centrale della giornata è stato il traspaso della presidenza pro tempore da Santiago Peña a Yamandú Orsi, che guiderà il blocco fino a dicembre 2026 secondo la rotazione alfabetica tra gli Stati parte. Orsi ha aperto il suo intervento richiamando la storia lunga dell’integrazione. Ha ricordato che duecento anni fa i paesi della regione nacquero come Stati frammentati, le cui differenze portavano a scontri e competizione, mentre oggi fanno parte di un processo che cammina nella direzione opposta, quella dell’integrazione.

Il presidente uruguaiano ha insistito sul concetto di cooperazione come scelta storica del blocco. Trentacinque anni fa i paesi membri compresero che competere non bastava, che serviva cooperare, e che crescere non era sufficiente se non lo si faceva insieme, senza cancellare gli interessi particolari ma trasformandoli in una forza comune. Per il secondo semestre dell’anno Orsi ha annunciato l’obiettivo di un Mercosur più moderno, più dinamico e più aperto al mondo, orientato a produrre risultati concreti su sviluppo, occupazione e benessere della popolazione.

Tra le priorità indicate: l’attuazione effettiva degli accordi commerciali già siglati con Unione Europea ed EFTA, con un ruolo attivo chiesto al settore privato. Sono le imprese, ha detto, a trasformare l’accordo in investimento, l’investimento in lavoro e il lavoro in sviluppo; l’integrazione di frontiera, attraverso la modernizzazione dei controlli integrati e l’attuazione dell’accordo sulle località di frontiera vincolate, per garantire alle comunità di confine un accesso coordinato a salute e istruzione; il rafforzamento della cooperazione regionale contro il crimine organizzato transnazionale, perché il delitto non riconosce frontiere e la risposta degli Stati non può farlo. Non manca l’innovazione. Orsi ha indicato il Plan Ceibal come riferimento per l’integrazione educativa e ha proposto di applicare l’intelligenza artificiale al sistema scolastico regionale, oltre ad annunciare l’organizzazione di una nuova Cumbre Sociale del Mercosur con governi, università, sindacati, imprese e organizzazioni sociali.

Sul piano dei principi, Orsi ha voluto ribadire, non a caso, in un momento di destre in ascesa nel continente, che democrazia, diritti umani, libertà fondamentali e Stato di diritto non sono valori accessori ma il fondamento stesso della fiducia che rende possibile l’integrazione, richiamando esplicitamente il Protocollo di Ushuaia. Ha espresso, inoltre, la solidarietà uruguaiana con il governo e il popolo boliviano per la complessa situazione politica attraversata dal paese, si è congratulato con Perù e Colombia per i rispettivi processi elettorali svolti in un clima di pace e rispetto istituzionale, e ha manifestato cordoglio al Venezuela per le vittime dei recenti terremoti.

La cumbre ha, però, messo a nudo faglie concrete. Il nodo più caldo riguarda la distribuzione interna delle quote di esportazione preferenziali verso l’Unione Europea. Dopo l’entrata in vigore provvisoria dell’accordo il 1° maggio, gli esportatori argentini hanno esaurito in poche settimane l’intera quota assegnata al Mercosur per prodotti come miele, riso e uova, sollevando l’allarme di Paraguay e Uruguay. La vice-cancelliera uruguaiana Valeria Csukasi ha osservato che la ripartizione delle quote ha smesso di essere una questione tecnica per diventare una decisione politica.

Il presidente paraguaiano Santiago Peña, nell’aprire la cumbre, ha rivendicato i progressi dei trentacinque anni del Mercosur ma ha voluto lasciare a verbale il malcontento del suo paese, privo di sbocco marittimo e quindi esposto a costi logistici più alti di qualsiasi altro membro. Ha parlato apertamente di un limite pratico che impedisce ad Asunción di consolidare la propria presenza in un mercato strategico, arrivando a dire che un Mercosur senza giustizia non è un blocco fraterno di integrazione, e a chiedere equità più che privilegi.

Sul fronte politico, il grande assente della giornata è stato Javier Milei, che ha rinunciato al viaggio ad Asunción per occuparsi della transizione di gabinetto tra Manuel Adorni e Diego Santilli, facendosi rappresentare dal cancelliere Pablo Quirno. Un’assenza che ha assunto un peso simbolico non da poco. Nelle stesse ore in cui si apriva la cumbre, Milei riceveva a Buenos Aires il senatore brasiliano Flávio Bolsonaro, principale figura dell’opposizione a Lula in vista delle presidenziali di ottobre, un gesto letto da più testate come segnale di un distanziamento ormai esplicito tra Buenos Aires e Brasilia, e come cartina di tornasole della distanza ideologica che attraversa il Cono Sur.

Non meno significativa la presenza, per la prima volta ad Asunción, del cileno José Antonio Kast, che ha incontrato bilateralmente Lula per discutere temi commerciali, di sicurezza e integrazione, in quello che la stampa cilena ha definito il primo faccia a faccia tra i due dopo l’insediamento di Kast, con Lula peraltro già in piena campagna elettorale. Kast ha, inoltre, sottoscritto una dichiarazione congiunta con Orsi, e la sua delegazione, accompagnata da una nutrita rappresentanza imprenditoriale, ha guardato alla cumbre come occasione per rilanciare i rapporti economici con Brasile e Uruguay. Presente anche l’ecuadoriano Daniel Noboa, alla sua prima visita ufficiale in Paraguay, mentre la Bolivia di Rodrigo Paz ha usato la cumbre per rilanciare la richiesta di un corridoio bioceanico che coinvolga Cile e Brasile, dopo settimane di blocchi stradali che avevano paralizzato le trattative in patria.

Il quadro complessivo restituisce l’immagine di un Mercosur che prova a tenere insieme governi di segno opposto, dal progressismo di Lula e Orsi al conservatorismo di Kast, passando per il libertarismo assente ma pesante di Milei, proprio mentre l’onda delle destre continua ad avanzare nel continente. È lo stesso paradosso che Lula ha provato a trasformare in argomento politico. Un blocco regionale che, per sopravvivere, deve smettere di dipendere dall’orientamento ideologico di turno di ciascun governo.

Sul piano commerciale, la cumbre ha confermato la volontà del blocco di diversificare i mercati oltre l’asse tradizionale con l’Europa. È atteso l’annuncio formale dell’avvio dei negoziati per un Accordo di Associazione Economica con il Giappone, mercato di oltre 120 milioni di consumatori e tra i principali investitori in America Latina, mentre l’Uruguay di Orsi ha indicato tra le proprie priorità l’approfondimento dell’accordo commerciale già in vigore con l’India e l’apertura di negoziati ufficiali con il Vietnam. Tra gli ospiti speciali della cumbre, oltre a Cile ed Ecuador, figuravano rappresentanti di Germania, Emirati Arabi Uniti, Trinidad e Tobago, Uzbekistan, India e Giappone: un segnale della proiezione internazionale che il blocco intende darsi, pur restando ancorato a un’idea di integrazione fondata su democrazia e diritti umani, e non solo su logiche di mercato.

Alla fine della giornata di Luque, il Mercosur porta a casa un passaggio istituzionale ordinato, un accordo commerciale storico con l’Unione Europea da consolidare, l’apertura verso l’Asia e un rinnovato afflato retorico sull’integrazione come antidoto alla frammentazione. Ma porta a casa anche le sue crepe: la distribuzione ineguale dei benefici tra i soci, la distanza crescente tra Buenos Aires e Brasilia, l’incognita delle elezioni brasiliane di ottobre che potrebbero ridisegnare gli equilibri del blocco, e un continente in cui progressismo e nuove destre sono ormai costretti a sedersi allo stesso tavolo. Nelle parole di Orsi, integrare non significa pensare allo stesso modo, ma costruire fiducia. E di fiducia reciproca il Sudamerica, in questo momento storico, ha forse più bisogno che mai.

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