di Federica Cannas

Un ragazzo in piedi sulla riva del Mediterraneo, con il vento che viene dal mare e le onde che si alzano dietro di lui. Parla alla telecamera con calma e con una dignità che disarma: “Come atleti a Gaza, siamo isolati dal resto del mondo sportivo. È un mio diritto praticare questo sport.” È la voce di chi sa che il mare è lì, che le onde ci sono, e che nessun blocco, nessun bombardamento, nessuna frontiera può toglierti il desiderio di cavalcarle.

Il surf a Gaza non è una novità degli ultimi anni. È uno sport presente nella Striscia fin dagli anni Novanta. Gaza si affaccia sul Mediterraneo con quasi quaranta chilometri di costa. Le onde ci sono, potenti e frequenti tutto l’anno. Eppure su tutto il resto pesa il blocco. Israele ha vietato l’importazione di tavole da surf, adducendo motivi di sicurezza. Non solo le tavole, anche le attrezzature per il nuoto, comprese quelle invernali, sono bloccate all’ingresso. È difficile spiegare in che modo una tavola da surf costituisca una minaccia alla sicurezza di uno Stato. Fa tutto parte del tentativo sistematico di rendere la vita a Gaza non solo precaria, ma grigia, spogliata di ogni forma di gioia, di ogni slancio verso qualcosa di bello. Eppure la risposta di questi ragazzi è stata “resistiamo comunque. Con grande sforzo e nonostante le severe sanzioni, nel corso degli anni sono state importate alcune decine di tavole. La comunità dei surfisti si è organizzata collettivamente, convinta che il surf sia una pratica emancipatoria, e che il mondo stia diventando sempre più consapevole di questo. Nel 2008 nasce ufficialmente il Gaza Surf Club, fondato per diventare una risorsa educativa e di sviluppo comunitario per i surfisti palestinesi, un club che non si limita a insegnare come stare in piedi su una tavola, ma che costruisce comunità, identità, futuro.

Bisogna fermarsi un momento su questa idea. In uno dei luoghi più densamente abitati e più duramente controllati del pianeta, dove ogni metro quadro di terra è conteso, sorvegliato, militarizzato, c’è uno spazio che ancora resiste: il mare. Quelle tavole danno a una manciata di palestinesi l’opportunità di sperimentare un piccolo pezzo di libertà, tra il promemoria costiero di una realtà deprimente e il confine marino controllato da Israele. L’acqua non ha checkpoint. L’onda non chiede i documenti. Il momento in cui ci si alza sulla tavola e si scivola sull’acqua è un momento che appartiene solo a chi lo vive. E in quel momento, anche solo in quel momento, si è liberi. Non è un’evasione dalla realtà. È, al contrario, una forma di realtà alternativa, concreta. Il corpo che si muove, che sente il peso dell’acqua, che cade e ritorna su. La vita che continua a manifestarsi nonostante tutto.

La comunità internazionale del surf ha risposto. Un gruppo transnazionale di surfisti provenienti da tutto il mondo, fatto da atleti, allenatori, fotografi, operatori del settore, ha firmato una dichiarazione di solidarietà con i surfisti di Gaza. Come persone le cui vite sono costruite intorno all’oceano, si sono detti consapevoli dell’importanza di rispettare il rapporto dei popoli con il proprio mare. Il mare, ancora una volta, come lingua comune. Come luogo in cui le differenze si abbattono e resta solo la forza di un’onda e il coraggio di cavalcarla.

C’è una parola araba che ricorre spesso quando si parla di Palestina: sumud. Significa resistenza, resilienza, fermezza, perseveranza. È una parola che non si traduce facilmente perché contiene tutto insieme. Il dolore e la determinazione, la stanchezza e la volontà di non cedere. I surfisti di Gaza rappresentano questa parola. Con una tavola, con il mare, con la testarda convinzione che la vita meriti di essere vissuta fino in fondo anche quando tutto cerca di spegnerla. È realtà fisiologica, psicologica, umana. Il respiro è il primo gesto della vita. E il surf, in quel contesto, è un modo di continuare a respirare.

A Gaza la storia ci chiede di guardare le cose nella loro verità più nuda. Una striscia di terra devastata da decenni di occupazione, da blocchi economici, da bombardamenti, da negazione totale di ogni più elementare diritto. Una popolazione, metà della quale composta da bambini, che ha visto tutto l’orrore possibile. Eppure in mezzo a tutto questo, qualcuno ha trovato il modo di portare una tavola fino al mare e di stare in piedi su un’onda. È uno dei gesti più potentemente umani che possiamo immaginare. L’affermazione che la vita è più grande della violenza, che il desiderio di bellezza sopravvive alla brutalità, che i giovani di Gaza non hanno rinunciato a essere giovani. Il Centro Studi Salvador Allende crede che la cultura, lo sport, l’arte, la solidarietà non siano ornamenti della politica, ma la sua sostanza più vera. In questo senso, i surfisti di Gaza ci insegnano che resistere non significa solo sopravvivere, ma anche, ostinatamente, cocciutamente, continuare a desiderare. Continuare a correre verso il mare. Perché il mare non ha padroni, non ha muri, non ha filo spinato. Ha solo onde. E le onde, da sempre, aspettano qualcuno che abbia il coraggio di cavalcarle

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

SCARICA L'APP del Centro Studi Salvador Allende sul tuo cellulare

INSTALLA
×
PWA Add to Home Icon

Seleziona questa icona in alto a destra PWA Add to Home Banner e poi scegli l'opzione AGGIUNGI alla SCHERMATA HOME

×