di Federica Cannas

Italo Moretti conobbe l’America Latina quando molte delle storie che avrebbe raccontato non avevano ancora un nome.

Erano fatti che accadevano davanti ai suoi occhi, testimonianze raccolte con cautela, porte che non si aprivano, persone che avevano paura di parlare e famiglie che continuavano a fare domande alle quali nessuno voleva rispondere.

Cominciò a raccontare quel continente per la Rai nel 1968. Negli anni successivi attraversò il Cile, l’Argentina, l’Uruguay, il Nicaragua, El Salvador. Vide governi cadere, militari prendere il potere, oppositori costretti all’esilio, uomini e donne arrestati e poi inghiottiti nel nulla.

Moretti lavorò a lungo dentro quel momento particolare in cui i fatti non sono ancora diventati Storia.

Oggi pronunciamo parole come golpe, Pinochet, Videla, tortura, desaparecidos e sappiamo quale tragedia contengono. Quando Moretti cominciò a raccontarla, quella tragedia era ancora sparsa in centinaia di storie individuali. Bisognava osservarle, ascoltarle, collegarle. E soprattutto bisognava avere qualcuno disposto a raccontarle.

L’11 settembre 1973 i militari cileni rovesciarono il governo di Salvador Allende. La Moneda venne bombardata, il Presidente morì nel palazzo presidenziale e Augusto Pinochet prese il potere. Moretti fu tra i primi giornalisti italiani a raggiungere Santiago dopo il golpe. 

Dovette raccontare un Paese nel quale raccontare stava diventando pericoloso.

Le immagini che oggi appartengono alla storia del Cile allora erano presente. I militari nelle strade, gli arresti, gli stadi trasformati in luoghi di detenzione, la paura, la censura, gli oppositori costretti alla clandestinità o all’esilio. Gli archivi Rai conservano ancora la voce di Moretti che ricostruisce quel tempo, dal bombardamento della Moneda ai prigionieri rinchiusi negli stadi, fino all’ultimo discorso di Allende.

Ma forse è in Argentina che il lavoro di Moretti assume un significato ancora più particolare.

Il 24 marzo 1976 le Forze armate rovesciarono Isabel Perón. Cominciò la dittatura che avrebbe trasformato la sparizione delle persone in uno strumento sistematico di repressione.

Si poteva essere arrestati senza che l’arresto risultasse da nessuna parte. Portati in un centro clandestino. Torturati. Uccisi. Gettati nell’oceano. Una persona poteva scomparire e lo Stato poteva contemporaneamente esserne responsabile e sostenere di non sapere dove fosse.

Era questa la forza spaventosa della desaparición. Cancellare un essere umano lasciando la famiglia sospesa persino davanti alla certezza della sua morte.

Moretti cominciò a raccontare quella realtà mentre intorno all’Argentina prevalevano ancora silenzi, cautele e interessi diplomatici. I suoi servizi portarono nelle case italiane la vicenda dei desaparecidos quando una parte consistente della comunità internazionale non aveva ancora compreso, o non voleva comprendere, la dimensione della repressione.

E qui il giornalismo incontra qualcosa che lo supera.

Perché un desaparecido esiste due volte.

Esiste nella propria vita, nelle fotografie, negli amici, nella famiglia, nel lavoro, nelle idee. Poi esiste nella battaglia di qualcuno che rifiuta di lasciarlo scomparire.

È ciò che fecero le Madres de Plaza de Mayo quando cominciarono a camminare attorno alla Pirámide de Mayo chiedendo dove fossero i loro figli. La dittatura aveva costruito un sistema fondato sull’assenza. Quelle donne risposero occupando lo spazio pubblico con la presenza.

Moretti comprese la potenza di quella domanda.

Dove sono?

Due parole elementari che mettevano in crisi l’intera architettura della dittatura.

Molti anni dopo dedicò proprio a quella storia uno dei suoi libri più importanti, I figli di Plaza de Mayo. Scrisse anche In Sudamerica. Trent’anni di storie latinoamericane dalle dittature degli anni settanta al difficile cammino verso la democrazia e L’Argentina non vuole più piangere

Non aveva quindi semplicemente seguito l’America Latina per qualche stagione professionale. Ci era tornato, l’aveva studiata, aveva continuato a interrogare ciò che aveva visto.

Dal 1979 raccontò anche il Nicaragua e la guerra civile in El Salvador. La sua geografia professionale finì così per coincidere con alcune delle grandi fratture politiche latinoamericane del secondo Novecento. 

Quando le dittature finirono, accadde qualcosa di significativo.

L’Argentina democratica gli conferì l’Ordine di Maggio. Il Cile tornato alla democrazia l’Ordine di Bernardo O’Higgins. Due Paesi che Moretti aveva raccontato nei loro anni più bui decisero di riconoscere il lavoro del giornalista italiano che quegli anni li aveva mostrati al mondo. 

Sappiamo molto di più sui desaparecidos di quanto Moretti potesse sapere mentre li raccontava. Abbiamo gli archivi della repressione, le testimonianze dei sopravvissuti, i processi, le identificazioni dei resti, le confessioni, le ricostruzioni sui centri clandestini e sui voli della morte.

Lui lavorava quando il disegno completo non era ancora visibile.

Il giornalismo, qualche volta, consiste proprio in questo accorgersi della Storia quando la Storia si presenta ancora come una serie di fatti apparentemente separati.

Un ragazzo che non torna a casa.

Una madre che cerca il figlio.

Una porta dietro la quale qualcuno è stato portato.

Un nome che scompare da un registro.

Una piazza nella quale alcune donne decidono di camminare.

Un giornalista venuto dall’Italia che ascolta, raccoglie, verifica e racconta.

Italo Moretti morì a Roma il 9 gennaio 2020, a 86 anni. Era stato inviato, conduttore del Tg2, vicedirettore e poi direttore del Tg3, scrittore, presidente del Premio Ilaria Alpi. 

Ma prima di tutto questo resta forse l’immagine più semplice.

Un giornalista davanti a un continente che stava attraversando uno dei periodi più violenti della propria storia, con il compito di spiegare agli italiani ciò che vedeva.

Dietro di lui c’erano Santiago e Buenos Aires, La Moneda e Plaza de Mayo, Allende e le madri con i fazzoletti bianchi.

Davanti, una telecamera.

E dall’altra parte milioni di persone che, grazie anche a quella voce, cominciavano a sapere.

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