
di Federica Cannas
A pochi giorni dal ballottaggio del 21 giugno, una lettera aperta firmata da alcuni dei più autorevoli esperti internazionali certifica i risultati del governo di Gustavo Petro e chiede che quella strada non venga abbandonata.
Il 16 giugno 2026, a cinque giorni dal secondo turno delle elezioni presidenziali colombiane, è stata pubblicata una lettera aperta firmata da 67 tra economisti, accademici ed esperti di politiche pubbliche provenienti da tutto il mondo. Il documento, coordinato dalla Progressive International e dal Centro de Pensamiento Vida, è una valutazione circostanziata, cifre alla mano, di quanto accaduto in Colombia negli ultimi quattro anni sotto la presidenza di Gustavo Petro Urrego.
Il testo si apre con la constatazione di portata storica che il consenso neoliberale che ha plasmato le politiche di sviluppo per oltre tre decenni si è incrinato. Per troppo tempo, scrivono i firmatari, ai Paesi del Sud globale è stato detto che lo sviluppo richiede sacrifici familiari, quali salari compressi, protezioni lavorative indebolite, investimento pubblico vincolato, industrie estrattive protette e ambizione climatica rinviata. La Colombia, affermano, ha cominciato a tracciare un percorso diverso.
La lettera non si limita alle affermazioni di principio. Richiama dati verificabili e di pubblico dominio.
La povertà è scesa dal 36,6% del 2022 al 31,8% nel 2024. Il tasso di disoccupazione nazionale è calato al 8,8% entro marzo 2026, dal 9,6% dell’anno precedente: il livello più basso registrato in 25 anni, accompagnato da una crescita sia nella partecipazione alla forza lavoro sia nel tasso di occupazione. La quota del reddito nazionale destinata ai lavoratori è salita dal 38,9% al 42,5% nello stesso arco di tempo.
Questi risultati trovano conferma indipendente. Un’analisi del Center for Economic and Policy Research (CEPR) pubblicata nelle scorse settimane in vista delle elezioni documenta come l’amministrazione Petro abbia aumentato la spesa sociale di oltre un punto percentuale di PIL, innalzato il salario minimo di circa il 9% annuo in termini reali e distribuito e formalizzato più terra di qualsiasi altro governo colombiano recente. Il tutto mentre i consumi delle famiglie hanno sostenuto la crescita economica.
I firmatari sottolineano che il percorso colombiano non si riduce a redistribuzione del reddito esistente. La lettera cita esplicitamente i progressi nella riforma agraria democratica, la ripresa di una politica industriale e la crescita delle esportazioni non estrattive. Sul fronte energetico, i dati sono significativi. Nel 2022 la Colombia disponeva di poche centinaia di megawatt di capacità solare ed eolica operativa ed entro febbraio 2026 la generazione da fonti pulite aveva raggiunto i 4 gigawatt, pari al 17,09% della matrice elettrica nazionale. Perfino Ecopetrol, la compagnia petrolifera di Stato, ha avviato una ridefinizione di sé come impresa energetica integrata, acquisendo il progetto eolico Windpeshi da 205 MW e siglando accordi per l’acquisto fino a 1,3 GW di energia solare ed eolica.
La conclusione degli esperti su questo punto è netta. Responsabilità climatica e sviluppo non devono necessariamente essere posti in contrapposizione.
Tra i 67 firmatari figurano nomi di primo piano del pensiero economico internazionale: Thomas Piketty (Paris School of Economics), Jayati Ghosh (University of Massachusetts Amherst), Ha-Joon Chang (SOAS University of London), Yanis Varoufakis (già ministro delle Finanze della Grecia), James K. Galbraith (University of Texas), Isabella Weber (University of Massachusetts), Jason Hickel (Autonomous University of Barcelona), Ann Pettifor (Policy Research in Macroeconomics) e Fadhel Kaboub (Denison University). Tra i politici e i funzionari internazionali figura l’ex presidente dell’Ecuador Rafael Correa.
La presenza congiunta di economisti eterodossi e figure istituzionali di estrazione diversa conferisce al documento un peso che va oltre la semplice solidarietà politica.
La lettera è pubblicata in un momento politicamente cruciale. Il 21 giugno 2026 si tiene il secondo turno delle elezioni presidenziali colombiane. Al primo turno, il candidato di estrema destra Abelardo de la Espriella, avvocato del movimento Defensores de la Patria, la cui retorica richiama il modello securitario di Nayib Bukele e quello di deregolamentazione radicale di Javier Milei, ha ottenuto il 43,7% dei voti. Il senatore Iván Cepeda, candidato del Pacto Histórico di Petro, si è fermato al 40,9%.
Cepeda ha assunto l’impegno di portare avanti e approfondire l’agenda riformista del governo uscente. De la Espriella ha invece promesso un cambiamento radicale: riduzione drastica del ruolo dello Stato, deregolamentazione e politiche di sicurezza “a pugno duro”.
Gli esperti firmatari non si esprimono su chi votare, ma rendono esplicita la posta in gioco: “La continuazione del progetto economico progressista della Colombia è di importanza internazionale”. E avvertono: la storia latinoamericana è piena di riforme interrotte prima che potessero maturare, spesso in nome della “responsabilità economica”, una formula che ha frequentemente celato il ripristino del privilegio.
Un’analisi equilibrata non può ignorare le tensioni. Le stesse fonti indipendenti che certificano i progressi sociali segnalano che la politica monetaria eccessivamente restrittiva della Banca centrale colombiana, indipendente dal governo, e il deterioramento delle condizioni esterne hanno frenato la crescita del PIL e gli investimenti privati. Il deficit fiscale 2025 ha raggiunto il 7,5% del PIL, con proiezioni preoccupanti per il 2026. Il Congresso ha bloccato diverse riforme chiave, tra cui quella tributaria progressiva necessaria a garantire la sostenibilità dei programmi sociali.
I firmatari della lettera riconoscono apertamente questi vincoli: pressioni fiscali, debito, inflazione, investimenti privati deboli e un’architettura finanziaria internazionale organizzata attorno al potere dei creditori rimangono realtà concrete. La loro tesi non è che i problemi non esistano, ma che la risposta non può essere il ritorno all’austerità, alla soppressione salariale o a una dipendenza estrattiva più profonda.
In un dibattito elettorale dominato dalla polarizzazione, la lettera dei 67 esperti introduce, quale elemento insolito, la valutazione tecnica, fondata su dati, di un’esperienza di governo. Non è un manifesto ideologico, ma una presa d’atto di risultati misurabili, accompagnata da un’analisi delle alternative possibili.
Il suo significato va oltre la Colombia. In un momento in cui modelli di sviluppo alternativi al neoliberismo vengono sperimentati in diversi Paesi del Sud globale, con esiti e contesti molto diversi, la lettera afferma che un’economia emergente può contemporaneamente aumentare i redditi, ridurre la povertà, rafforzare il lavoro, perseguire una riforma agraria, recuperare politica industriale e avviare una transizione energetica giusta. Non importando un modello dall’esterno, ma costruendo un percorso allineato alle proprie realtà e alle esigenze della propria popolazione.
Il 21 giugno i colombiani decideranno se quella strada continua o si interrompe.
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