
di Federica Cannas
La politica è, prima di ogni altra cosa, una questione di sentimenti. Nel senso più profondo e costitutivo dell’esperienza umana.Il Sudamerica lo sa meglio di ogni altra parte del mondo. Lo sa con una consapevolezza che ha la densità e il peso specifico di chi ha pagato questa verità con il sangue, con l’esilio, con la sparizione dei propri cari, con il silenzio imposto dalle dittature militari e dalla paura. Quel continente enorme e contraddittorio, solcato da cordigliere e percorso da fiumi che sembrano mari, abitato da popoli che hanno imparato a sopravvivere alle conquiste e ai tradimenti con una tenacia che ha qualcosa di commovente e di cosmico insieme, ha prodotto nel Novecento una delle esperienze politiche più intensamente emotive che la storia ricordi: il tentativo di costruire il socialismo attraverso la democrazia, attraverso la persuasione, attraverso la fiducia nelle persone.
Salvador Allende era un uomo che credeva nell’amicizia politica come forma di conoscenza. Non era un visionario solitario rinchiuso nelle proprie certezze ideologiche, ma un medico abituato ad ascoltare il corpo degli altri, ad avvicinarsi alla sofferenza altrui con quella particolare forma di attenzione che i Greci chiamavano phronesis, la saggezza pratica, il discernimento che nasce dall’esperienza. La sua politica era fatta di relazioni, di incontri, di conversazioni prolungate intorno a tavole imbandite dove si mescolavano il vino cileno e le discussioni sulla riforma agraria, dove gli operatori della sanità pubblica sedevano accanto ai minatori del rame e agli intellettuali di Santiago, dove la speranza aveva ancora la forma di qualcosa che si poteva toccare con mano.
Quella speranza aveva un nome preciso: la via cilena al socialismo. Diceva che era possibile trasformare una società profondamente ingiusta senza ricorrere alla violenza, senza annientare l’avversario, senza tradire i valori che avevano alimentato il sogno. Diceva che la democrazia non era uno strumento da usare e poi abbandonare quando diventava scomodo, ma il terreno stesso su cui costruire qualcosa di nuovo. Era una scommessa sul futuro, e come tutte le scommesse sul futuro conteneva in sé la vulnerabilità del sogno, quella fragilità necessaria senza cui nessuna cosa bella viene mai al mondo.
Il tradimento che arrivò l’11 settembre del 1973 non fu soltanto un colpo di stato militare. Fu qualcosa di più lacerante e di più difficile da assorbire emotivamente, perché venne da dentro, perché portò i volti familiari di uomini che avevano giurato fedeltà alla Costituzione, perché smentì in un solo giorno anni di fiducia faticosamente costruita. Allende morì da uomo nel Palacio de la Moneda, con la sua vita concreta, i suoi affetti concreti, le sue speranze concrete per un paese che amava con quella particolare forma d’amore che si prova per le cose nelle quali si è investita tutta la propria esistenza. Il suo ultimo discorso radiofonico, quelle parole dette sapendo che erano le ultime, con i bombardieri che sorvolavano Santiago, non era un testo politico, era un atto d’amore nei confronti di un popolo e di un’idea di giustizia che riteneva più grande di qualsiasi sconfitta militare.
La delusione che seguì in tutto il continente, e non soltanto in Chile, fu di quelle che cambiano le persone in profondità, che modificano il modo in cui si guarda il mondo, che lasciano una cicatrice nel modo di sperare. I militanti della sinistra latinoamericana degli anni Settanta portano quella cicatrice ancora oggi, e chi è stato abbastanza fortunato da conoscerli ha potuto notare come essa si manifesti in un certo modo di parlare del futuro con cautela, con una saggezza dolorosa, con quella consapevolezza di chi sa che le cose belle si rompono e che questo le rende più preziose.
Ma la delusione, quando non uccide l’anima, insegna. E il Sudamerica ha fatto della delusione una forma di intelligenza politica straordinaria. La capacità di tornare a sperare sapendo che cosa costa, sapendo quali abissi si aprono quando la speranza viene tradita, scegliendo comunque di non smettere di farlo. Hugo Chávez, Lula, Evo Morales, Néstor e Cristina Kirchner, Salvador Sánchez Cerén. Figure diversissime tra loro, percorse da contraddizioni autentiche e da limiti reali, eppure tutte animate da quella stessa tensione emotiva che spinge gli esseri umani a credere che il mondo possa essere diverso da come è, che l’ingiustizia non sia una legge naturale ma una scelta politica modificabile con un’altra scelta politica.
L’amicizia politica, tema che le filosofie del potere trattano quasi sempre con sospetto, come se fosse una debolezza strutturale o una fonte di nepotismo, è in realtà il cemento invisibile di ogni movimento politico degno del nome. Non si costruisce nulla di duraturo senza la fiducia, e la fiducia è sempre, prima di tutto, una dimensione emotiva. Si sopporta la sconfitta insieme, ci si ricostruisce insieme, ci si riconosce nello sguardo di chi ha condiviso la stessa esperienza di rischio e di speranza. I movimenti popolari latinoamericani lo sanno bene, e per questo hanno una tenuta che sorprende gli osservatori esterni abituati a interpretare la politica come un sistema di interessi razionalmente perseguiti. Perché quando gli interessi vengono meno o si scontrano, rimane il legame, rimane quella forma di amore politico che è più difficile da estinguere di qualsiasi calcolo di convenienza.
Il tradimento, in questo quadro, acquista una valenza particolare. Non è soltanto una categoria morale, l’azione scorretta, l’accordo violato, la promessa non mantenuta, ma è una ferita nel tessuto emotivo di una comunità, qualcosa che rompe la fiducia in modo che richiede anni e a volte generazioni per essere ricucito. Le storie di tradimento che percorrono la storia politica del Sudamerica, e ve ne sono tante, perché la pressione che le oligarchie e le potenze esterne hanno esercitato sui movimenti progressisti è stata immensa e sistematica, sono storie di questo genere di rottura. Storie di uomini e donne che hanno creduto in qualcosa e sono stati abbandonati da chi avrebbe dovuto condividere quella fede. Storie che insegnano quanto sia difficile continuare a sperare dopo che la speranza è stata tradita, e quanto sia straordinariamente umano farlo lo stesso.
Oggi il Sudamerica è di nuovo in movimento, di nuovo percorso da quella corrente sotterranea di energia politica popolare che periodicamente riemerge alla superficie della storia e che trova sempre una nuova via verso la luce. Lula governa il Brasile dopo essere stato imprigionato e umiliato, dopo aver visto il suo paese consegnato per anni a una destra che ha usato la politica come uno strumento di vendetta e di esclusione. Il Cile — sì, proprio il Cile, quella terra ancora intrisa del sangue di Allende e dei desaparecidos — ha vissuto la presidenza di Gabriel Boric, l’ex presidente, un giovane cresciuto nella tradizione del movimento studentesco, che porta nel proprio DNA politico la memoria di ciò che fu e la volontà di costruire qualcosa di nuovo su quelle fondamenta ancora dolenti.
Non sono storie di trionfo definitivo. Non sono la fine della storia nella sua versione di sinistra, non sono la certezza che questa volta andrà bene. Sono qualcosa di più umile e di più prezioso. Sono la prova che l’emozione politica sopravvive alle sconfitte, che la speranza non è una risorsa esauribile, che le persone continuano a ritrovarsi intorno a un’idea di giustizia anche dopo che quella stessa idea è stata usata per ingannarle, che l’amicizia politica si ricostruisce sulle macerie del tradimento con una pazienza e una determinazione che hanno qualcosa di commovente nel senso più letterale del termine. Qualcosa che muove, dentro.
Il socialismo sentimentale non è una categoria teorica. È una pratica di vita.
Salvador Allende aveva capito tutto questo molto prima che diventasse un problema teorico. Aveva capito che le persone non si mobilitano per un’idea, ma per ciò che un’idea fa sentire loro, ossia la dignità, l’appartenenza, la sensazione che la propria vita conta, che non si è soli, che c’è qualcuno che vede la propria sofferenza e la prende sul serio. Aveva capito che la politica, per essere trasformativa, deve passare attraverso il corpo delle persone, attraverso le loro speranze concrete e le loro paure concrete, attraverso quella zona irriducibile dell’esperienza umana che nessuna ideologia può mai sostituire completamente. Aveva capito che fare politica significa, in ultima analisi, imparare a voler bene a qualcosa che non si possiede ancora — un paese più giusto, una società più umana, un futuro in cui i bambini del Cile non muoiano di malattie curabili per mancanza di risorse — e agire come se quel qualcosa fosse già reale, come se la sua realizzazione dipendesse esattamente dalla forza con cui lo si desidera e dal coraggio con cui lo si persegue.
Forse è questa la lezione più difficile che il Sudamerica ha da insegnare al mondo. La politica senza emozione è amministrazione, la speranza senza memoria è ingenuità, il cambiamento senza amore è soltanto un riarrangiamento del potere. E vale la pena pagare il prezzo di tutto questo, anche il prezzo altissimo del tradimento e della delusione, perché l’alternativa, l’alternativa di non sperare, di non affidarsi, di non credere che le cose possano cambiare, è una forma di morte anticipata che nessuna ragione politica è abbastanza forte da giustificare.
Las alamedas se abrirán de nuevo, diceva Allende in quelle ultime ore. I viali torneranno ad aprirsi. Era una scelta emotiva, era il rifiuto definitivo di lasciare che la storia finisse lì, in quel palazzo bombardato, in quel settembre senza speranza. Ed è rimasta, quella frase, come una brace sotto la cenere di decenni di sconfitte e di riprese, di delusioni e di nuovi inizi, perché l’emozione politica, quando è vera, non muore con il corpo di chi la esprime, ma continua a vivere nelle persone che la raccolgono e la portano avanti, di generazione in generazione, attraverso i tradimenti e le rinascite, lungo quella strada infinita che conduce verso una giustizia che forse non vedremo mai completamente realizzata, ma che vale tutta la vita che ci vuole per provarci.
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