di Federica Cannas

La felicità ha un curioso difetto. Quando la raccontiamo, sembra sempre più semplice di quando la viviamo.

La riconosciamo nelle fotografie, nei ricordi dell’infanzia, nelle canzoni che ci riportano improvvisamente in un luogo o accanto a qualcuno. Qualche volta la collochiamo persino in un periodo della nostra vita che, mentre lo attraversavamo, non ci sembrava particolarmente felice. La memoria possiede anche questa libertà, quella di correggere il passato, attenuarne le ombre e convincerci che la felicità abitasse proprio lì, dove allora non avevamo pensato di cercarla.

Forse è anche per questo che abbiamo imparato a considerarla una faccenda strettamente personale. Ciascuno dovrebbe trovare la propria, custodirla, possibilmente mostrarla il meno possibile quando gli altri stanno male e il più possibile quando ha bisogno di dimostrare che la sua vita procede nella direzione giusta.

Ma c’è qualcosa che non torna.

Se la felicità appartiene esclusivamente all’individuo, perché la sua possibilità dipende così spesso da circostanze che l’individuo non ha scelto?

Aristotele aveva già intuito la complessità della questione. La eudaimonia, che traduciamo abitualmente con felicità, indicava una vita riuscita, un’esistenza capace di realizzare le proprie possibilità attraverso l’esercizio delle virtù. Eppure, anche per Aristotele, la qualità della vita dipendeva in parte da condizioni esterne. La salute, gli affetti, una certa disponibilità di mezzi, perfino la fortuna avevano il loro peso.

Blaise Pascal, molti secoli dopo, ha osservato un’altra contraddizione della nostra esistenza. Nei suoi Pensieri descrive uomini continuamente impegnati a cercare la felicità, spesso incapaci di fermarsi abbastanza a lungo da comprendere che cosa stiano realmente cercando.

Ci convinciamo che saremo felici quando avremo raggiunto un risultato, superato una difficoltà, conquistato qualcosa che ancora ci manca. Organizziamo l’esistenza come una lunga preparazione a un momento futuro, mentre il presente scivola via tra le cose da fare e quelle che rimangono in sospeso.

È una riflessione che sembra scritta per il nostro tempo, per questa abitudine a considerare il presente una sala d’attesa e la felicità una ricompensa da ottenere quando avremo finalmente sistemato tutto.

Ma quando arriva, esattamente, quel momento?

Pascal chiamava divertissement quella continua ricerca di occupazioni e distrazioni attraverso le quali tentiamo di sottrarci all’inquietudine della nostra condizione. La sua riflessione aveva un significato religioso e filosofico ben preciso, ma conserva una capacità sorprendente di interrogare anche la nostra epoca.

Abbiamo imparato a riempire ogni spazio, a misurare i risultati, a trasformare persino il riposo in un’attività da organizzare. E qualche volta abbiamo la sensazione di essere in ritardo rispetto a una felicità che immaginiamo sempre un passo più avanti.

Eppure esiste un’altra questione, altrettanto importante.

Non tutti possono permettersi di fermarsi.

Due persone possono desiderare esattamente la stessa cosa, trascorrere un pomeriggio con un figlio, leggere un libro, imparare a suonare uno strumento, passeggiare senza una destinazione. Per una, quel desiderio è una possibilità concreta. Per l’altra, che lavora molte ore, affronta lunghi spostamenti e deve preoccuparsi continuamente di arrivare alla fine del mese, può diventare un lusso.

Il desiderio è identico. La libertà di realizzarlo, evidentemente, no.

Duemila anni dopo Aristotele, continuiamo a discutere dello stesso problema, con una differenza significativa. Abbiamo trasformato la felicità in un obiettivo individuale e, contemporaneamente, abbiamo costruito società nelle quali molte delle condizioni necessarie per perseguirla sono distribuite in maniera profondamente diseguale.

Eppure, quando parliamo di felicità, raramente cominciamo da qui. Preferiamo cercarla nel carattere, nell’atteggiamento mentale, nella capacità di adattamento. Ci viene suggerito di pensare positivo, di riconoscere le opportunità, di imparare a essere soddisfatti di ciò che abbiamo.

Sono consigli che, in alcune circostanze, possono perfino essere utili. Diventano discutibili quando finiscono per attribuire all’individuo la responsabilità di condizioni che dipendono anche dall’organizzazione della società.

Una persona può imparare a convivere con molte difficoltà. Questo non significa che quelle difficoltà siano giuste.

Possiamo abituarci a desiderare sempre meno, fino a considerare irraggiungibile ciò che ad altri appare del tutto normale. Chi cresce senza determinate opportunità può arrivare a non immaginarle nemmeno per sé.

È una delle questioni più delicate della felicità. Possiamo abituarci a quasi tutto, perfino a una vita più piccola di quella che avremmo potuto vivere.

E allora la soddisfazione personale, da sola, non basta a dirci se una società sia giusta.

Naturalmente sarebbe assurdo immaginare che la politica possa rendere felici le persone. Nessuna legge può garantire un amore corrisposto, impedire una delusione, cancellare la solitudine o restituire qualcuno che abbiamo perduto. Esiste una parte della vita che sfugge a qualsiasi organizzazione collettiva, ed è giusto che sia così.

Ma la politica può decidere se una malattia diventerà anche una catastrofe economica. Può influire sulla possibilità di studiare, di avere una casa, di crescere un figlio senza paura del futuro. Può rendere il lavoro una componente dignitosa dell’esistenza oppure permettere che occupi ogni spazio disponibile, fino a consumare il tempo necessario per vivere.

Può, soprattutto, allargare o restringere l’orizzonte delle possibilità.

Qui la felicità incontra la giustizia sociale.

Il tempo sottratto alla necessità diventa una condizione della libertà.

È un’idea che merita di essere ripresa, soprattutto in un’epoca nella quale abbiamo a disposizione strumenti tecnologici capaci di aumentare enormemente la produttività, senza che questo si traduca necessariamente in una maggiore disponibilità di tempo per tutti.

Perché una società dovrebbe essere giudicata anche dalla quantità di vita che lascia a disposizione delle persone, oltre che dalla ricchezza che riesce a produrre.

In questa prospettiva, anche il tempo libero smette di essere un intervallo tra due giornate di lavoro. Diventa una parte essenziale della vita, quella nella quale possiamo dedicarci a qualcosa senza doverne dimostrare l’utilità economica.

Leggere una poesia, ascoltare musica, coltivare un’amicizia, partecipare alla vita culturale di una città, avere il tempo di annoiarsi e magari scoprire proprio nella noia un interesse nuovo.

Sono esperienze difficili da misurare, eppure sarebbe singolare considerarle meno importanti di ciò che compare nelle statistiche economiche.

C’è poi un altro aspetto, forse ancora più interessante.

La felicità non è necessariamente una condizione solitaria. Molte delle esperienze che ricordiamo come felici hanno qualcosa in comune: la presenza degli altri.

Una conversazione che non vorremmo finisse, una tavola intorno alla quale si rimane seduti anche dopo aver mangiato, una piazza piena di persone che festeggiano, un concerto durante il quale sconosciuti cantano la stessa canzone.

In quei momenti accade qualcosa di particolare. La felicità individuale si intreccia con quella collettiva senza perdere la propria identità.

E forse abbiamo sottovalutato quanto possa renderci felici appartenere a qualcosa senza smettere di essere noi stessi.

Un’associazione culturale, un progetto condiviso, un’iniziativa nata dal desiderio di cambiare qualcosa, perfino una discussione appassionata tra persone che non la pensano allo stesso modo possono restituirci una sensazione difficile da descrivere. Quella di partecipare alla vita, anziché limitarci a osservarla.

Anche questo ha a che fare con la felicità. Sentire che la propria presenza conta, che il proprio tempo può contribuire a qualcosa che continuerà a esistere oltre noi.

Naturalmente, neppure la dimensione collettiva deve diventare un obbligo. Una società che pretendesse cittadini felici, sempre partecipi, sempre riconoscenti, finirebbe per esercitare una nuova forma di controllo. Anche la tristezza, il disaccordo, la malinconia e il desiderio di stare soli appartengono alla libertà umana.

Una buona società deve lasciare spazio perfino all’infelicità.

Sembra un paradosso, ma è proprio qui che si trova una parte della risposta.

La felicità non può essere prescritta, organizzata dall’alto o trasformata in un dovere morale. Possiamo però costruire condizioni nelle quali sia meno difficile cercarla, senza dover sacrificare continuamente la dignità, la sicurezza o le proprie aspirazioni.

E forse dovremmo diffidare delle società che chiedono alle persone di accontentarsi troppo facilmente.

Perché esiste una differenza enorme tra essere felici di ciò che si ha ed essere costretti a rinunciare a ciò che si potrebbe diventare.

Alla fine, la domanda iniziale rimane aperta. La felicità è un fatto privato?

In parte, inevitabilmente. Nessuno può viverla al posto nostro, e nessuno dovrebbe decidere quale forma debba assumere.

Ma le sue possibilità hanno una storia collettiva. Dipendono anche dalle scuole che frequentiamo, dalle cure che riceviamo, dal lavoro che svolgiamo, dal tempo che possediamo e dalla libertà che ci viene riconosciuta.

Mi piace pensare che una società giusta sia quella nella quale una persona possa permettersi di desiderare qualcosa che ancora non conosce, senza che la sua condizione di partenza abbia già deciso quanto lontano potrà arrivare.

La felicità, probabilmente, continuerà a sorprenderci nei momenti più imprevedibili.

La giustizia dovrebbe almeno evitare che, per qualcuno, anche la possibilità di incontrarla sia un privilegio.

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

SCARICA L'APP del Centro Studi Salvador Allende sul tuo cellulare

INSTALLA
×
PWA Add to Home Icon

Seleziona questa icona in alto a destra PWA Add to Home Banner e poi scegli l'opzione AGGIUNGI alla SCHERMATA HOME

×