Ripensando ai desaparecidos sudamericani, a quei corpi scomparsi nel nulla e a quelle famiglie che per decenni hanno cercato risposte in un muro di silenzio, mi sono chiesta: cosa resta, di tutto questo? Cosa rimane, quando le dittature finiscono e i carnefici muoiono e i sopravvissuti invecchiano? Rimane la memoria. Rimane la scelta di non dimenticare. Rimane la convinzione che la giustizia, anche quando arriva tardi, conta.
Salvador Allende è entrato nella mia vita come un punto di riferimento morale. Era l’uomo che aveva scelto di morire nel palazzo presidenziale piuttosto che arrendersi. Era l’uomo che, nelle ultime parole trasmesse via radio mentre i caccia bombardavano La Moneda, aveva detto: “Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori”. Era la sintesi di una vita intera, pronunciata nel momento in cui quella vita finiva. Ho pensato spesso a quell’uomo. Ho pensato a cosa significa credere in qualcosa così profondamente da non abbandonarlo nemmeno quando tutto crolla.
Da Cagliari, città che sa cosa vuol dire essere periferica rispetto ai grandi centri del potere, e che proprio per questo ha sempre guardato al Mediterraneo e al mondo con occhi aperti, abbiamo seguito con passione e con rigore il vertice di Barcellona. Lo abbiamo seguito come si segue qualcosa a cui si tiene davvero. Con l’attenzione critica di chi non vuole essere deluso, e con la speranza testarda di chi non ha smesso di credere che le cose possano cambiare.
C’è un’immagine che continua a tornare, da quando ho saputo della sala principale del vertice. La sala intitolata ad Allende. La sala dove Lula, Shánchez, Sheinbaum, Petro, Ramaphosa, Boric hanno parlato davanti a migliaia di persone. Abbiamo sentito quelle parole risuonare in una sala che portava il suo nome. C’è qualcosa di profondamente giusto in questo. Come se la storia avesse trovato, per una volta, il modo di onorarsi da sola.
Voglio essere onesta, però. I vertici non bastano. Le dichiarazioni non bastano. Ho imparato dalla storia, dalla storia di Allende, dalla storia dei desaparecidos, dalla storia di tutti coloro che hanno creduto e hanno pagato, che le parole belle pronunciate in luoghi belli non cambiano nulla da sole. Ci vuole il dopo. Ci vuole il lavoro silenzioso e ostinato che trasforma un discorso in una legge, una legge in una vita migliore, una vita migliore in fiducia collettiva. Ed è esattamente questo che bisognerebbe chiedere ai leader che si sono incontrati a Barcellona: mantenete le promesse.
A Gaza continuano a morire bambini. A Cuba si vive al buio per venti ore al giorno. In Venezuela le conseguenze di anni di destabilizzazione e di un’invasione militare illegale pesano su milioni di persone. Questi non sono solamente temi geopolitici. Sono persone, sono fame, sono paura, sono bambini che soffrono e muoiono. Finché il progressismo mondiale non tratterà questi nodi come emergenze morali assolute, la sua credibilità avrà un livello basso. Dirlo fa parte del nostro compito.
Quando ho letto che Isabel Allende, la figlia del presidente, donna che porta nel nome e nel volto la memoria di tutto quello che è stato, era sul palco di quella stessa sala, ho provato qualcosa che non so definire con precisione. La sensazione di un filo che non si era mai spezzato davvero, che aveva attraversato sotterraneo cinquant’anni di storia, e che riemergeva lì, in quella sala, davanti a migliaia di persone. Il golpe del 1973 ha cercato di spezzare quel filo. Non ci è riuscito. Questo ci dà una speranza.
Un Centro Studi non è una struttura impersonale, né un meccanismo che procede da sé. È un patto, un impegno condiviso tra persone che scelgono di dedicare tempo, energie e pensiero a qualcosa che supera l’interesse individuale.
È un lavoro fatto di confronto, di responsabilità e di visione. Ed è un patto che si rinnova ogni giorno.
Allende disse, quella mattina dell’11 settembre 1973, che le grandi strade per le quali passa il popolo libero si sarebbero aperte “presto”. Usare la parola “presto” in quel momento, mentre i tank circondavano il palazzo, mentre i caccia si preparavano a bombardare, non era ingenuità, era una forma suprema di fiducia nella storia. Noi non abbiamo la statura di quell’uomo. Ma possiamo ereditarne la fiducia. E possiamo, da Cagliari, continuare a fare la nostra piccola parte: leggere, capire, scrivere, raccontare, tenere viva la memoria di chi ha creduto che un mondo più giusto fosse possibile. E dimostrare, con il nostro lavoro quotidiano, che lo è ancora.
Federica Cannas
Presidente del Centro Studi Salvador Allende
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