di Federica Cannas

Una parola in America Latina pesa come piombo: desaparecido. Scomparso. Non morto, perché la morte ha una tomba, un corpo, una data. Scomparso. Inghiottito dal nulla, dal silenzio organizzato dallo Stato, dalla notte che non restituisce niente.

L’Argentina tra il 1976 e il 1983 fu una notte lunghissima. La dittatura militare dei generali costruì una macchina di terrore metodica, burocratica, quasi pudica nella sua efferatezza. Trentamila persone prelevate di notte, portate nei centri di detenzione clandestina, torturate, uccise. E fatte sparire. Nessun processo, nessuna condanna ufficiale, nessuna notifica alle famiglie.

Di fronte a quel silenzio, le madri cominciarono a farsi sentire.

Il 30 aprile 1977, quattordici donne si trovarono in Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada, il palazzo del governo. Avevano i volti scavati dal dolore e dalla privazione del sonno che non può esserci  quando cerchi un figlio e non lo trovi da mesi. Volevano incontrare il Ministro dell’Interno. Non le ricevette nessuno. Un poliziotto ordinò loro di muoversi, perché gli assembramenti erano vietati. E loro si mossero. Cominciarono a camminare in cerchio, due per due, in silenzio.

Era un gesto semplice. 

Quel cerchio, in un paese dove la paura aveva paralizzato milioni di persone, era una dichiarazione di esistenza. Ci siamo. Sappiamo. Non rimarremo in silenzio. Le donne torneranno ogni giovedì, ogni giovedì per anni, per decenni. In testa portavano un fazzoletto bianco. Inizialmente erano i pannolini dei figli scomparsi, poi divennero il simbolo di un movimento che avrebbe attraversato il mondo.

La giunta militare le chiamò las locas, le pazze. Era un tentativo di squalificarle, di ricacciarle dentro il recinto della follia femminile, di ridurre la loro protesta a un eccesso emotivo, a qualcosa di irrazionale e quindi di inoffensivo. Ma le locas di Plaza de Mayo erano tutt’altro che pazze. Erano le uniche, in quel momento, a vedere le cose con assoluta chiarezza.

Bisogna capire cosa significava, in quel contesto, essere una madre che protestava. Non si rischiava una multa, non si rischiava qualche ora in questura. Si rischiava di essere la prossima a sparire. E alcune sparirono davvero. Azucena Villaflor de De Vincenti, una delle fondatrici del movimento, fu rapita e uccisa nel dicembre 1977. Anche due suore francesi che le sostenevano, Léonie Duquet e Alice Domon, fecero la stessa fine.

La dittatura cercava di terrorizzarle in tutti i modi. Agenti infiltrati, pedinamenti, arresti, sparizioni. Eppure le madri tornarono. Ogni giovedì. Con il fazzoletto bianco in testa e i volti dei figli nelle fotografie che portavano al collo o tra le mani. Quelle fotografie in bianco e nero, ritagliate dai documenti, dai passaporti, dalle istantanee di famiglia, diventarono la prova vivente che quei corpi erano esistiti, che quelle persone avevano avuto un nome, un sorriso, una storia.

Non era solo dolore materno. Era una sfida politica e filosofica al cuore del progetto dittatoriale. La dittatura aveva scommesso sul silenzio come strumento di potere. Se nessuno parla dei desaparecidos, i desaparecidos non esistono, non sono mai esistiti. Le madri rompevano quel silenzio ogni settimana, in modo plateale, nel luogo simbolico per eccellenza del potere argentino.

Col tempo, qualcosa si trasformò in quelle donne. Il dolore non si attenuò, non si attenua mai, quando perdi un figlio, ma si allargò. Cominciarono a capire che i loro ragazzi non erano stati uccisi per caso, per un errore, per una bizzarria del destino. Erano stati uccisi perché sognavano un mondo diverso, perché si battevano per i diritti dei lavoratori, per la giustizia sociale, per una democrazia piena. Li avevano uccisi per le stesse ragioni per cui Salvador Allende era stato ucciso in Cile, tre anni prima.

E allora le madri fecero una cosa straordinaria. Si appropriarono di quel sogno. Dissero “Nuestros hijos nos parieron a nosotras”, i nostri figli ci hanno dato alla luce. Un capovolgimento radicale. Non erano più solo madri in lutto, erano donne rinate attraverso il pensiero dei loro figli, continuatrici di una battaglia per la dignità umana che la violenza dello Stato non era riuscita a cancellare.

Questa è forse la cosa più difficile da comprendere per chi non l’ha vissuta. Come donne spesso senza alcuna esperienza politica pregressa, donne cresciute nella cultura cattolica e tradizionale dell’Argentina degli anni Sessanta e Settanta, diventarono in pochi anni delle militanti instancabili per i diritti umani, capaci di dialogare con i parlamenti europei, le Nazioni Unite, i movimenti sociali di tutto il mondo. Non le formò nessun partito, nessuna scuola politica. Le formò l’amore, e l’orrore di ciò che all’amore era stato fatto.

Le Madri di Plaza de Mayo non sono solo un capitolo della storia argentina. Sono un punto di riferimento morale per chiunque, ovunque nel mondo, si trovi a fare i conti con la violenza di Stato, con la repressione, con la sparizione dei corpi e delle memorie.

Il loro metodo, la presenza ostinata, il corpo come strumento di protesta, il rifiuto della violenza anche di fronte alla violenza, ha ispirato movimenti in Cile, in Guatemala, in El Salvador, in Brasile, in Sud Africa. 

Oggi, nella festa della mamma, è giusto fare spazio anche a loro. Perché la maternità è anche la forma più antica e radicale di rifiuto dell’ingiustizia.

Una madre che non accetta che suo figlio sia sparito nel nulla, che torna settimana dopo settimana in piazza con la sua fotografia, che impara a parlare nelle assemblee e nei parlamenti per amore di quel figlio che non tornerà più, quella madre ci dice qualcosa di essenziale sulla natura umana. Ci dice che l’amore, quando è autentico, non conosce resa. Che il dolore, quando viene trasformato in azione, può diventare una forza storica. 

Le dittature credono di vincere quando eliminano i corpi. Ma non possono eliminare le madri che li cercano. Non possono eliminare la forza del loro amore. 

Las Madres de Plaza de Mayo, presentes, ayer y siempre.

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