di Federica Cannas

«Il sentimento che mi muove oggi è quello dell’indignazione».

Luiz Inácio Lula da Silva avrebbe potuto cominciare con la pace, con il Brasile, con le guerre, con la democrazia. Ha scelto una parola che appartiene, prima ancora che alla diplomazia, alle persone.

Indignazione.

Il 22 settembre, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Lula sale per la decima volta sulla tribuna che il Brasile occupa tradizionalmente per primo nel dibattito generale. La conosce da più di vent’anni. Nel 2003 vi era arrivato da presidente appena eletto, portandosi dietro la fame come grande questione politica del suo tempo. Nel 2026 vi ritorna trovando un mondo diverso e un’istituzione che descrive come attraversata dalla più grave crisi che abbia conosciuto da quando lui frequenta quella tribuna. 

È qui che il discorso acquista il suo significato.

Perché Lula non parla soltanto delle guerre. Parla dell’impotenza davanti alle guerre.

Dice che le Nazioni Unite stanno fallendo nella missione per la quale furono costruite, quella di liberare l’umanità dal flagello della guerra. Ricorda che il 2025 ha registrato il numero più alto di conflitti armati dalla Seconda guerra mondiale, denuncia la nuova corsa agli armamenti e punta il dito contro un Consiglio di Sicurezza paralizzato dal diritto di veto. 

C’è un’immagine particolarmente forte nelle sue parole. Sono diventati più difficili da proteggere proprio coloro che non possiedono eserciti e arsenali.

È quasi una definizione del nostro tempo.

Abbiamo costruito istituzioni internazionali perché la forza non fosse l’ultima misura della giustizia. E ci ritroviamo in un mondo nel quale chi possiede più forza può spesso permettersi di aspettare, mentre chi non ne possiede abbastanza non ha tempo.

Gaza entra nel discorso da questa porta.

Lula condanna gli attacchi terroristici di Hamas e, nello stesso intervento, accusa Israele di genocidio nella Striscia, denuncia l’occupazione della Cisgiordania e gli attacchi contro l’autorità del diritto internazionale. Ribadisce la prospettiva dei due Stati e colloca la questione palestinese dentro una crisi più grande. Quella di un sistema internazionale incapace di far rispettare le proprie regole quando a violarle sono attori abbastanza potenti da sottrarsi alle conseguenze. 

Anche sull’Ucraina insiste sulla diplomazia. La frase forse più politica dell’intervento, però, supera entrambe le guerre: «La guerra non è la continuazione della politica per altri mezzi, è la falência totale della politica». 

In quelle parole c’è una rottura interessante con una delle formule più celebri della storia del pensiero militare. Clausewitz vedeva la guerra come prosecuzione della politica. Lula ne capovolge il significato. Quando iniziano a parlare le armi, la politica ha già perso.

Poi il discorso cambia geografia.

Arriva in America Latina.

Ed è qui che il presidente brasiliano pronuncia la frase destinata probabilmente a sopravvivere al resto dell’intervento:

«Il Brasile non cabe nel cortile di nessuno». 

Sono poche parole, ma portano con sé due secoli di storia latinoamericana.

La Dottrina Monroe, gli interventi, i colpi di Stato, le dittature sostenute dall’esterno, le pressioni economiche, la Guerra fredda, Cuba, le risorse naturali, il rapporto irrisolto tra Washington e il continente che sta sotto gli Stati Uniti sulle carte geografiche e che troppo spesso è stato considerato anche politicamente “sotto”.

Lula parla di sovranità mentre il Brasile si avvicina alle elezioni del 4 ottobre e denuncia possibili interferenze esterne. Non cita Donald Trump né il suo principale avversario elettorale, Flávio Bolsonaro, ma il contesto rende trasparente il riferimento politico. Reuters ha letto quelle parole proprio alla luce delle tensioni con Washington e della campagna elettorale brasiliana. 

Ma nel discorso la sovranità assume anche forme meno solenni.

Può chiamarsi Pix.

Un sistema di pagamento istantaneo sembra lontanissimo dalla grande politica internazionale. Lula lo porta invece sul palco dell’ONU e lo trasforma in una questione di autonomia economica. Dice che il Brasile non intende cedere alle pressioni per privatizzare quella infrastruttura pubblica e gratuita, che ha esteso l’accesso ai pagamenti digitali a milioni di persone. 

È uno dei passaggi più curiosi dell’intervento perché racconta quanto sia cambiata l’idea stessa di sovranità.

Un tempo aveva soprattutto confini, bandiere, eserciti.

Oggi passa anche attraverso un algoritmo, una rete di pagamenti, un database, una piattaforma digitale, una miniera di terre rare, un’infrastruttura cloud.

E passa dall’intelligenza artificiale.

Lula chiede regole per le grandi piattaforme e per l’IA, maggiore responsabilità nella protezione delle persone e limiti a uno spazio digitale nel quale potere economico, informazione e capacità di condizionamento si sono concentrati in pochissime mani. 

A quel punto il discorso pronunciato davanti al mondo torna quasi ostinatamente alle cose quotidiane.

Il lavoro.

Il salario.

Il tempo.

Le donne.

La disuguaglianza.

Le scommesse online, che Lula descrive come un’industria capace di trasformare la dipendenza in profitto e l’indebitamento delle famiglie in modello economico. La riduzione della settimana lavorativa entra nell’aula dell’ONU. 

Si può discutere la scelta, soprattutto perché il Brasile è nel pieno della campagna elettorale. Ed è stata discussa. Osservatori brasiliani hanno sottolineato quanto l’intervento abbia intrecciato politica internazionale e temi direttamente presenti nella competizione per la presidenza. 

Ma proprio quell’intreccio rivela qualcosa della concezione politica che attraversa l’intervento.

Per Lula la geopolitica non finisce dove comincia la vita quotidiana.

Le due cose si toccano.

Una guerra decide il prezzo del cibo. Una tariffa attraversa l’oceano e arriva dentro una fabbrica. Una piattaforma tecnologica modifica il lavoro. Una decisione presa da un consiglio di amministrazione a migliaia di chilometri può cambiare ciò che milioni di persone vedono, comprano, credono. Una scelta energetica incide sul clima. Una concentrazione di ricchezza diventa concentrazione di potere.

È forse questo il filo meno evidente, e più interessante, del discorso.

La sovranità di cui parla Lula non coincide semplicemente con il confine di uno Stato. È la possibilità concreta di scegliere.

Per un Paese, significa non ricevere ordini dall’esterno.

Per una democrazia, significa che un voto non venga deformato dalla disinformazione o da pressioni straniere.

Per un lavoratore, significa possedere una parte sufficiente del proprio tempo.

Per una famiglia, significa non vedere il proprio reddito divorato dalla povertà o dalle dipendenze.

Per un popolo, significa poter decidere che cosa fare delle proprie risorse.

E per le istituzioni internazionali significa qualcosa di ancora più difficile. Riuscire a far valere una regola anche quando a infrangerla è qualcuno di potente.

Alla fine, il Lula che parla all’ONU nel 2026 è molto lontano, e nello stesso tempo sorprendentemente vicino, a quello che vi parlò nel 2003.

Sono passati ventitré anni.

Sono cambiate le guerre. È cambiata la tecnologia. È cambiata la distribuzione del potere mondiale. Sono arrivati gli smartphone, l’intelligenza artificiale, le piattaforme, le criptovalute, il Pix. Il clima è diventato una questione che nessun governo può più relegare ai margini. Il multilateralismo è più fragile.

Eppure una domanda è rimasta quasi intatta.

Chi paga il prezzo delle decisioni prese dai più forti?

È la domanda che unisce la fame di allora alle guerre di oggi, il debito di una famiglia brasiliana a Gaza, l’Amazzonia all’intelligenza artificiale, il diritto di veto del Consiglio di Sicurezza alla libertà di un Paese latinoamericano di scegliere il proprio futuro.

Per questo Lula comincia dall’indignazione.

Non perché l’indignazione risolva qualcosa.

Da sola non ferma un bombardamento, non distribuisce reddito, non salva una foresta e non rende democratica un’istituzione.

Serve però a riconoscere ciò che abbiamo cominciato a considerare normale.

Forse è questo il passaggio più inquieto di quel discorso pronunciato a New York.

Il mondo non soffre soltanto perché esistono le guerre, la fame, le disuguaglianze e le sopraffazioni. Soffre anche quando smettiamo di sorprenderci che esistano.

E allora quella parola iniziale smette di essere soltanto lo stato d’animo di un presidente brasiliano davanti alle Nazioni Unite.

Diventa una domanda rivolta a tutti gli altri.

Di fronte a un mondo che possiede strumenti mai avuti prima per conoscere in tempo reale una guerra, vedere un bambino affamato, misurare la distruzione di una foresta e calcolare con precisione quasi assoluta la ricchezza che produce, quanto siamo ancora capaci di indignarci?

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