
di Federica Cannas
Il G7 non è più quello di trent’anni fa. Nato nel 1975 per iniziativa del presidente francese Valéry Giscard d’Estaing come forum delle grandi economie industrializzate del Nord, il club dei “Sette Grandi” ha a lungo rispecchiato un ordine mondiale in cui il peso economico, tecnologico e militare coincideva quasi perfettamente con la geografia dell’Occidente.
Quel mondo non esiste più. E il G7 di Évian-les-Bains, in corso dal 15 al 17 giugno 2026 sotto la presidenza francese di Emmanuel Macron, lo certifica con la lista stessa degli invitati. Oltre ai sette membri permanenti, siedono al tavolo India, Brasile, Kenya, Corea del Sud e Siria. Non ospiti di protocollo, ma interlocutori politicamente necessari per affrontare le grandi crisi del momento, quali la guerra commerciale globale aperta dagli Stati Uniti di Trump, il conflitto in Ucrânia, la transizione energetica, l’intelligenza artificiale, il futuro della governance multilaterale.
Tra tutti gli invitati, una figura si impone con particolare forza scenica: Luiz Inácio Lula da Silva, presidente del Brasile, che ha fatto il suo ingresso a Évian in mattinata come, nelle parole dell’agenzia Nova, “figura centrale del dialogo con il Sud globale”.
La logica dell’allargamento risponde a una necessità strutturale, non a un gesto di cortesia diplomatica.
Il G7 rappresenta oggi circa il 45% del PIL mondiale in termini nominali, ma quella quota si restringe di anno in anno. I BRICS, il raggruppamento che include Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e altri, proiettano per il 2026 una crescita media del 3%, quasi tre volte superiore all’1,1% del G7. L’India, da sola, crescerà al 6,5%, la Cina al 4,4%. Il Brasile, rivisto al rialzo dal FMI, toccherà l’1,9% e tornerà, secondo le proiezioni del Fondo Monetario compilate da Austin Ratings, nella top 10 delle economie mondiali, superando il Canada in termini di PIL in dollari correnti.
Il dato ha un significato politico preciso: i paesi del G7 hanno bisogno di interlocutori che parlino per quell’altra metà del mondo, in termini di produzione, di risorse naturali, di voti nelle istituzioni multilaterali e di capacità di stabilizzare o destabilizzare i mercati globali. Senza il Brasile al tavolo, non si può discutere seriamente di clima, di sicurezza alimentare, di minerali critici, di accordi commerciali con il Mercosur. Senza l’India non si governa l’Asia. Senza il Kenya, o chi parla per l’Africa, il continente più giovane e più velocemente crescente del pianeta rimane un’assenza ingombrante.
Emmanuel Macron lo ha capito. A febbraio 2026, durante l’AI Impact Summit di Nuova Delhi, ha invitato sia Lula che il primo ministro indiano Narendra Modi. La mossa aveva anche una valenza tattica, in in quanto l’amministrazione Trump aveva minacciato di boicottare il vertice se fosse stato invitato il Sudafrica, accusato di simpatie per la Russia nella questione ucraina, e Macron ha aggirato l’ostacolo scegliendo il Kenya come rappresentante africano. Ma al di là delle geometrie del momento, la sostanza è che il G7 allargato è la risposta occidentale alla crescente influenza del Sud Globale nelle istituzioni internazionali.
Il Brasile non è un paese qualsiasi tra gli invitati. È la più grande economia dell’America Latina, la quinta nazione per estensione territoriale, la settima per popolazione con oltre 215 milioni di abitanti, e, dato cruciale per la geopolitica del XXI secolo, custode di circa il 60% della foresta amazzonica, il più grande ecosistema terrestre del pianeta.
Sul piano economico, il FMI ha alzato la stima di crescita brasiliana per il 2026 dall’1,6% all’1,9%, segnalando che il paese è “meno esposto di Asia, Europa e Africa” agli effetti del conflitto in Medio Oriente ed è anzi un potenziale beneficiario nel breve termine, in quanto esportatore netto di energia. Nel primo trimestre del 2026, il PIL è cresciuto dell’1,1%, il sesto risultato migliore tra i 45 paesi monitorati da Austin Ratings.
Sul piano geopolitico, il Brasile occupa da anni una posizione rara. È, infatti, membro dei BRICS e al contempo, ha relazioni solide con Washington e Bruxelles, ha ospitato la COP30 a Belém nel novembre 2025, posizionandosi come punto di riferimento globale sul clima, ha guidato il G20 nel 2024 con una presidenza centrata su lotta alla fame, transizione energetica e riforma della governance globale. Il Brasile si pone come punto di riferimento e mediazione tra gli aderenti ai BRICS e i Paesi del G7, sottolineando un suo livello di autonomia che rafforza la sua azione internazionale.
È esattamente questo il ruolo che Lula interpreta a Évian. Quello quello di un paese che porta una voce, quella del Sud Globale, in un consesso che altrimenti rischierebbe di parlare solo a sé stesso.
Il dossier più scottante che il presidente brasiliano porta a Évian è quello dei dazi americani. L’amministrazione Trump ha annunciato tariffe sulle esportazioni brasiliane che potrebbero raggiungere il 37,5%, una misura che Brasília ha accolto con sorpresa e preoccupazione, come dichiarato dal ministero degli Esteri. Parallelamente, l’Unione europea ha imposto restrizioni sull’importazione di carne e prodotti di origine animale brasiliani.
Lula punta a ottenere incontri bilaterali sia con Trump che con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’obiettivo è negoziare, o quanto meno aprire canali diplomatici, per proteggere l’export brasiliano e difendere un sistema multilaterale di regole condivise.
Il Brasile arriva a Évian con in tasca il capitale simbolico enorme dell’ospitato la COP30 a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, pochi mesi fa.
L’agenda del G7 include, tra i temi settoriali, la protezione delle foreste e la prevenzione degli incendi, nonché la sicurezza energetica. Per il Brasile, ricco di litio, niobio e altri minerali critici fondamentali per la transizione energetica e per l’industria dei semiconduttori, si tratta di un’opportunità strategica.
Un incontro già confermato nell’agenda di Lula è quello con la prima ministra giapponese Sanae Takaichi, la prima donna a guidare il governo di Tokyo, in carica dall’ottobre 2025. I due si incontrano per la prima volta ufficialmente, e sullo sfondo c’è l’ipotesi di un accordo commerciale tra il Giappone e il Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay), che darebbe all’area un accesso privilegiato al mercato asiatico. Si profila anche una riunione bilaterale con Macron, e un pranzo dedicato all’intelligenza artificiale con rappresentanti del settore tecnologico, dove Lula intende difendere la sovranità digitale e portare la prospettiva del Sud Globale sulle opportunità e i rischi dell’IA.
Tutto questo avviene a pochi mesi dalle elezioni presidenziali brasiliane dell’ottobre 2026. Lula, al termine del suo terzo mandato, non potrà ricandidarsi. Ma il G7 di Évian è anche, inevitabilmente, una scena politica interna.
Le elezioni del 2026 si preannunciano come un vero referendum sull’identità internazionale del Brasile.
In questo senso, la presenza di Lula a Évian come figura centrale del dialogo con il Sud Globale è la prova vivente di una visione del Brasile che il governo vuole consegnare come eredità prima delle urne. Un paese che conta, che siede ai tavoli che contano, che non è vassallo di nessun blocco ma interlocutore indispensabile di tutti.
Il G7 di Évian 2026 è, in fondo, il riconoscimento pragmatico di un principio di realtà. Nessuna delle sfide del nostro tempo, quali la guerra commerciale, la crisi climatica, la governance dell’intelligenza artificiale, la sicurezza energetica, la stabilizzazione geopolitica, può essere affrontata da sette paesi soli, per quanto potenti.
Il Brasile è al tavolo perché senza il Brasile non si governa l’Amazzonia, non si chiude un accordo Mercosur-UE, non si parla credibilmente al Sud America e, in larga misura, all’Africa e all’Asia che guardano a Lula come a uno dei pochi leader capaci di stare in entrambi i mondi senza perdere credibilità in nessuno dei due.
Lula arriva a Évian con un’agenda concreta e qualche scadenza stringente. I dazi americani, le restrizioni europee, le elezioni di ottobre. Ma arriva anche come l’incarnazione di una tesi politica che il movimento progressista latinoamericano e il Centro Studi Allende hanno sempre sostenuto. Il Sud Globale non è periferia da assistere, ma protagonista da includere. Che la governance mondiale non può essere un monologo del Nord. Che il multilateralismo è l’unica risposta seria alla complessità del XXI secolo.
Se quella tesi si consolida a Évian, sarà anche una vittoria politica che il Brasile porterà alle urne di ottobre.
e poi scegli l'opzione