di Federica Cannas

Beniamino Zuncheddu aveva ventisette anni quando è entrato in carcere. Sessanta quando è tornato libero.

In mezzo ci sono quasi trentatré anni. Un tempo abbastanza lungo per vedere nascere e diventare adulti dei figli, per innamorarsi, cambiare lavoro, perdere qualcuno, ricominciare, invecchiare accanto alle persone amate. Per commettere errori, perfino. Perché anche la possibilità di sbagliare appartiene alla libertà.

A Beniamino tutto questo è stato sottratto.

Quando si parla della sua vicenda, si tende a misurare l’ingiustizia attraverso il numero degli anni trascorsi in carcere. Trentatré. Un numero enorme, che tuttavia racconta soltanto una parte della storia. Non dice nulla delle mattine che avrebbe potuto vivere, delle conversazioni mai avvenute, delle persone che avrebbe potuto conoscere, dei luoghi che non ha visto cambiare. E soprattutto non racconta la vita che avrebbe potuto costruire e che oggi nessuno è in grado neppure di immaginare.

È questo l’aspetto più terribile di un errore giudiziario di tali proporzioni. La condanna continua a produrre i suoi effetti anche quando viene cancellata.

L’8 gennaio 1991, nelle campagne di Sinnai, in Sardegna, vengono uccisi Gesuino Fadda, suo figlio Giuseppe e il pastore Ignazio Pusceddu. Una quarta persona, Luigi Pinna, rimane gravemente ferita. Una strage che lascia tre famiglie davanti a una perdita irreparabile e una comunità in attesa di giustizia. Le indagini conducono a Beniamino Zuncheddu, un giovane pastore di Burcei, che viene condannato all’ergastolo.

La sua storia attraversa decenni di battaglie giudiziarie, fino a quando la revisione del processo fa emergere le contraddizioni della testimonianza decisiva e i dubbi sull’attendibilità del riconoscimento dell’imputato. Luigi Pinna, unico sopravvissuto alla strage, racconta di aver ricevuto indicazioni da un investigatore prima di riconoscere Zuncheddu. Una circostanza contestata dall’investigatore, ma che assume un peso determinante nella revisione del processo. Il 26 gennaio 2024 la Corte d’appello di Roma revoca la condanna e lo assolve.

Ma c’è un particolare che rende questa vicenda ancora più dolorosa e merita di essere raccontato.

La Corte pronuncia l’assoluzione ai sensi dell’articolo 530, secondo comma, del codice di procedura penale. Le nuove risultanze del processo hanno fatto emergere un ragionevole dubbio sulla colpevolezza, anche se nelle motivazioni i giudici esprimono alcune perplessità sulla sua effettiva estraneità alla strage. È un’assoluzione a tutti gli effetti, ma quelle parole lasciano nell’uomo che ha trascorso quasi trentatré anni in carcere un’amarezza ulteriore, quella di sentirsi, come lui stesso ha raccontato, «innocente a metà».

Qui si apre una questione che riguarda tutti noi.

In uno Stato di diritto, la libertà di una persona non può dipendere dalla sua capacità di dimostrare un’innocenza assoluta. È l’accusa che deve provare la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. E deve farlo rispettando regole tanto più rigorose quanto più grave è la pena che intende infliggere.

La presunzione di innocenza è una delle più grandi conquiste della civiltà giuridica proprio perché accetta un limite al potere di punire. Significa riconoscere che il desiderio di trovare un colpevole, anche davanti a un delitto atroce, non può diventare più importante della ricerca della verità.

Quando questo equilibrio si spezza, il rischio è che alla tragedia delle vittime se ne aggiunga un’altra, senza che la prima abbia trovato giustizia.

Beniamino Zuncheddu ha raccontato di aver desiderato una famiglia, figli e nipoti. Oggi sa che quel progetto di vita non potrà più realizzarsi come lo aveva immaginato. Ha detto di aver trascorso più tempo dentro il carcere che fuori.

È difficile trovare parole adeguate davanti a una confessione del genere.

Perché il tempo ha una caratteristica che rende alcune ingiustizie radicalmente irreparabili. Possiamo restituire un bene sottratto, correggere un documento, annullare una sentenza. Possiamo riconoscere un danno e stabilire un risarcimento. Ma non esiste nulla capace di restituire a un uomo i suoi trent’anni.

E sarebbe profondamente sbagliato considerare il denaro una misura sufficiente di quella perdita.

Il risarcimento è un diritto, un dovere dello Stato, un riconoscimento materiale della responsabilità. Deve arrivare velocemente e deve essere adeguato. Ma non compra il passato. Non restituisce gli affetti perduti, le occasioni mancate, la giovinezza, la possibilità di scegliere chi diventare.

Anzi, c’è qualcosa di particolarmente crudele nel chiedere a chi ha aspettato trentatré anni per riavere la libertà di aspettare ancora per ottenere il riconoscimento economico di ciò che ha subito.

Nell’ottobre 2026, mentre la sua storia arriva al cinema, Zuncheddu racconta di non aver ancora ricevuto il risarcimento principale per l’ingiusta detenzione. Ha ottenuto un indennizzo di circa trentamila euro per le condizioni di sovraffollamento delle celle, una questione distinta dal riconoscimento economico per gli anni trascorsi ingiustamente in carcere. E aggiunge una frase ancora più difficile da accettare. Nessuno, racconta, gli ha chiesto scusa.

Forse dovremmo soffermarci proprio su questo.

Chiedere scusa non cancella un’ingiustizia. Ma riconoscerla pubblicamente significa restituire almeno una parte della dignità che è stata calpestata. Significa che le istituzioni sono capaci di guardare ai propri errori senza nascondersi dietro il linguaggio impersonale delle procedure.

La giustizia ha bisogno di autorevolezza, e l’autorevolezza cresce anche dalla capacità di riconoscere i propri fallimenti.

Il film Zustìssia, diretto da Francesco Piras, riporta oggi la vicenda di Zuncheddu davanti al pubblico. Il cinema ha la capacità di rendere visibile ciò che le sentenze e le cronache spesso lasciano fuori. Un volto, un’attesa, il peso del silenzio. E forse la cosa più importante che possiamo chiedere a questo film è di impedirci di archiviare la vicenda come un caso eccezionale, tanto terribile quanto lontano dalla nostra vita.

Perché il problema non riguarda soltanto Beniamino.

Riguarda la facilità con cui siamo disposti a considerare colpevole qualcuno quando una condanna ci offre la rassicurante impressione che la verità sia stata raggiunta. Riguarda il coraggio di mettere in discussione una decisione definitiva, la possibilità concreta di difendersi, la qualità delle indagini e la responsabilità di chi esercita un potere così grande sulla libertà altrui.

E riguarda anche il modo in cui una società accompagna chi ritorna dopo essere stato ingiustamente privato della propria esistenza.

Nel 2026 è stata portata all’attenzione del Parlamento una proposta di legge nata da un’iniziativa popolare promossa dal Partito Radicale e dalla famiglia Zuncheddu, successivamente sostenuta e presentata anche da parlamentari di Forza Italia, per prevedere un sostegno economico anticipato a favore delle vittime di errori giudiziari, in attesa della definizione del risarcimento. Al di là dei tempi e degli esiti dell’iter parlamentare, la questione che solleva è concreta. Chi esce da una detenzione ingiusta deve poter ricominciare a vivere senza dipendere da nessuno.

È una prospettiva che merita attenzione, indipendentemente dalle appartenenze politiche. Eppure da sola non basta. Servono strumenti di prevenzione degli errori, controlli effettivi sulle indagini, possibilità di revisione realmente accessibili e un’assistenza capace di accompagnare le persone nella ricostruzione della propria autonomia.

Una democrazia si misura anche dalla protezione che garantisce a chi si trova solo davanti al potere delle sue istituzioni.

E poi c’è Beniamino, l’uomo.

Nella sua storia esiste qualcosa che resiste alla tentazione di considerare tutto definitivamente perduto.

Quando gli hanno chiesto come fosse riuscito a sopportare il carcere, ha parlato della fede, della famiglia, della speranza. Ha raccontato che continuava a ripetersi che un giorno sarebbe uscito. Non poteva sapere quando, né se quel giorno sarebbe davvero arrivato.

È una forma di speranza difficile da comprendere per chi non ha conosciuto una privazione tanto lunga. Non ha nulla di ingenuo. Non promette che le cose andranno bene. È piuttosto il rifiuto ostinato di lasciare che una condanna decida anche ciò che un uomo deve pensare di sé stesso.

Ma c’è un dettaglio della sua vita dopo il carcere che mi sembra ancora più significativo.

Beniamino ha raccontato che gli piacerebbe aprire un caseificio nel suo paese. E che vorrebbe farlo soprattutto per dare lavoro ai giovani.

Un uomo al quale sono stati sottratti trentatré anni pensa al futuro degli altri.

È forse qui che questa storia trova il suo significato più profondo. Nella capacità di immaginare ancora qualcosa che non esiste, di sentirsi parte di una comunità, di desiderare che qualcuno possa avere le opportunità che a lui sono state negate.

Non dobbiamo trasformare questa capacità in un obbligo morale. Beniamino non deve perdonare, essere generoso o dimostrare una straordinaria forza d’animo per meritare giustizia. Ne aveva diritto anche nei giorni in cui avrebbe potuto provare soltanto rabbia e disperazione.

La sua speranza appartiene a lui. Alle istituzioni spetta invece il dovere di accertare le responsabilità, riconoscere le conseguenze degli errori e adottare le misure necessarie perché vicende simili non si ripetano.

E forse è proprio questa distinzione a indicarci una via d’uscita.

Non possiamo risarcire il passato nella sua interezza, ma possiamo impedire che il futuro venga nuovamente sottratto. Possiamo trasformare una vicenda individuale in garanzie più solide per tutti, pretendere che chi ha subito un’ingiustizia riceva risposte, sostegno e riconoscimento, fare in modo che la ricerca della verità non si interrompa davanti alla comodità di una certezza apparente.

La speranza, allora, acquista un significato diverso. Diventa la possibilità di correggere ciò che può ancora essere corretto, senza fingere che tutto sia riparabile.

Beniamino Zuncheddu non riavrà i suoi ventisette anni. Nessuna sentenza, nessun film, nessuna somma di denaro potrà restituirglieli.

Ma oggi può scegliere come vivere il tempo che gli resta. Può tornare sulle montagne che conosce, incontrare persone, immaginare un lavoro, coltivare un desiderio. Può finalmente disporre delle proprie giornate.

E noi possiamo scegliere che cosa fare della sua storia.

Commuoverci è inevitabile. Ricordarla è necessario. Ma sarebbe troppo poco se, spenti i riflettori e terminati gli applausi, tutto rimanesse esattamente com’è.

Perché trentatré anni non si restituiscono.

Si può però fare in modo che non vengano sottratti a qualcun altro.

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