
di Federica Cannas
La memoria pubblica ha criteri piuttosto bizzarri. Può dimenticare una buona strategia politica e ricordare un dettaglio, lasciare sbiadire un’intuizione che ha anticipato gli eventi e conservare perfettamente un’immagine che, nella storia di un Paese, conta poco o nulla. Con Gianni De Michelis è accaduto qualcosa del genere. Nell’immaginario italiano sono sopravvissute le discoteche, l’esuberanza. Molto meno è rimasto del ministro degli Esteri che, tra il 1989 e il 1992, si trovò davanti un mondo che cambiava a una velocità impressionante e provò a capire quale posto avrebbe potuto occuparvi l’Italia.
Forse è proprio da qui che vale la pena ricominciare.
De Michelis arrivò alla Farnesina nel luglio del 1989. Quattro mesi dopo cadde il Muro di Berlino. Nel giro di tre anni si riunificò la Germania, scomparve l’Unione Sovietica, cominciò la dissoluzione della Jugoslavia, scoppiò la guerra del Golfo e l’Europa mise le fondamenta dell’Unione che sarebbe nata con Maastricht. Pochi ministri degli Esteri italiani hanno attraversato una concentrazione simile di avvenimenti. Ancora meno hanno provato a leggerli dentro una visione complessiva.
Lui pensava che la fine della Guerra fredda potesse restituire all’Italia una centralità che la divisione del mondo in due blocchi aveva in parte soffocato. L’Italia si trovava esattamente nel punto di incontro tra Europa occidentale, Europa centro-orientale, Balcani e Mediterraneo. Bisognava smettere di considerare questa posizione una fragilità e cominciare a usarla come una forza.
Lo fece con una rapidità che, riletta oggi, impressiona. L’11 novembre 1989, appena due giorni dopo la caduta del Muro, Italia, Austria, Ungheria e Jugoslavia si incontrarono a Budapest dando vita alla Quadrangolare, embrione di quella che sarebbe diventata l’Iniziativa Centro Europea. C’erano insieme un paese della NATO e della Comunità europea, uno neutrale, uno appartenente al Patto di Varsavia e la Jugoslavia non allineata. Mentre il vecchio ordine europeo stava crollando, De Michelis cercava già di costruire i collegamenti del successivo.
Aveva compreso anche un altro problema. La Germania riunificata sarebbe tornata inevitabilmente a esercitare una fortissima influenza sull’Europa centrale e orientale. L’Italia non poteva assistere da lontano. Doveva esserci, politicamente ed economicamente, costruendo relazioni lungo l’Adriatico e il Danubio. Non per sostituirsi alla Germania, ma per evitare che la nuova Europa si organizzasse intorno a un unico centro. Era la stessa ragione per cui guardava con diffidenza a un continente ridotto all’asse Parigi-Bonn. Voleva un’Italia protagonista dell’integrazione europea, non spettatrice di decisioni prese altrove.
E infatti il suo europeismo non ebbe nulla di passivo. Durante la presidenza italiana della CEE del 1990 furono avviate le due conferenze intergovernative sull’unione politica e sull’unione economica e monetaria che avrebbero condotto a Maastricht. Il 7 febbraio 1992, quando nacque formalmente l’Unione europea, sotto il trattato c’era anche la firma di Gianni De Michelis.
Ma probabilmente è guardando verso Sud che la sua politica appare oggi più moderna.
De Michelis comprese che la fine del conflitto Est-Ovest non avrebbe reso il mondo più semplice. Una delle grandi fratture successive sarebbe passata attraverso il Mediterraneo, tra differenze di sviluppo, instabilità politica, migrazioni, energia e sicurezza. Per questo immaginò una “Helsinki del Mediterraneo”, uno spazio di cooperazione che mettesse insieme sicurezza, economia, sviluppo, dialogo politico e diritti, secondo una logica che gli studi più recenti sulla sua azione diplomatica considerano anticipatrice della successiva politica euromediterranea.
Era un’idea ambiziosa, forse troppo per il tempo in cui venne proposta. Ma conteneva un’intuizione che trentacinque anni dopo l’Europa non ha ancora risolto. Il Mediterraneo non può essere trattato soltanto come un confine da controllare. Le due sponde sono legate da ciò che accade all’economia, alle società, alle guerre, all’energia e ai movimenti delle persone. La sicurezza europea comincia molto prima che una barca raggiunga le sue coste.
Poi c’erano i Balcani.
De Michelis intuì presto il pericolo della crisi jugoslava e cercò inizialmente di tenere insieme quel paese accompagnandolo verso l’Europa. Non ci riuscì. La Jugoslavia precipitò nella guerra e sarebbe sbagliato trasformare quell’esperienza in un successo che non fu. Ma anche in quella sconfitta c’era una domanda destinata a rimanere. Quale valore politico poteva avere l’Europa se non riusciva a intervenire efficacemente in una guerra che esplodeva dentro il proprio continente? La questione della capacità europea di avere una politica estera comune, che allora sembrava quasi un esperimento, è ancora davanti a noi.
È questo, più di ogni singola decisione, che rende De Michelis una figura interessante da rileggere. Aveva una concezione politica della politica estera. Non pensava che il compito dell’Italia fosse semplicemente scegliere l’alleato giusto e seguirlo. L’appartenenza occidentale ed europea era chiarissima, ma dentro quelle alleanze bisognava costruire uno spazio italiano, avere interessi propri, avanzare proposte, creare relazioni, qualche volta persino disturbare gli equilibri consolidati.
Non sempre ebbe ragione. Alcuni suoi progetti fallirono, altri erano probabilmente sovradimensionati rispetto alla forza reale dell’Italia. Anche questa parte della storia va detta, perché altrimenti il ritratto diventerebbe un omaggio e perderebbe interesse.
Ma De Michelis possedeva una qualità che nella politica estera conta enormemente. Vedeva connessioni dove altri vedevano dossier separati. Europa orientale e integrazione europea, Mediterraneo e sviluppo, Balcani e interesse nazionale, migrazioni e disuguaglianze, sicurezza e cooperazione.
Soprattutto aveva capito che per un paese come l’Italia essere fedeli alle proprie alleanze non significa rinunciare ad avere una propria idea del mondo.
Forse per questo la sua politica estera conserva qualcosa di sorprendentemente contemporaneo. Oggi discutiamo nuovamente dell’autonomia dell’Europa, del peso della Germania, dei Balcani, del Mediterraneo, delle migrazioni, delle guerre alle porte del continente e della difficoltà italiana di trasformare la propria posizione geografica in influenza politica.
Sono cambiate le crisi, i governi e persino le potenze. La geografia è rimasta ostinatamente la stessa.
Non so se sia possibile stabilire chi sia stato il miglior ministro degli Esteri della Repubblica, e probabilmente non è neppure necessario farlo. Si può però dire qualcosa di meno assoluto e forse di più importante.
Gianni De Michelis fu uno degli ultimi ministri degli Esteri italiani ad avere un’idea precisa di dove fosse l’Italia nel mondo e, soprattutto, di dove avrebbe dovuto provare ad andare.
Non tutto ciò che immaginò si realizzò. Ma molte delle domande che aveva posto sono ancora qui.
E non è poco, per un uomo politico, aver previsto il futuro.
e poi scegli l'opzione