
di Federica Cannas
A New York il microfono non si è ancora spento. Il dibattito generale dell’81ª Assemblea delle Nazioni Unite proseguirà fino a lunedì 28 settembre, ma i primi giorni sono già sufficienti per individuare una delle linee di faglia più interessanti emerse al Palazzo di Vetro. E questa volta non passa semplicemente tra l’America Latina e Washington. Attraversa l’America Latina stessa.
È una frattura che riguarda alleanze, sicurezza, rapporti economici, ma soprattutto il significato attribuito a una parola che nel continente possiede un peso storico particolare: sovranità.
Lula ha aperto il dibattito come vuole la tradizione riservata al Brasile. Il suo discorso ha preso le mosse dalla crisi del sistema multilaterale, dall’incapacità delle istituzioni internazionali di fermare le guerre e proteggere chi dispone di meno forza, per arrivare rapidamente alla geografia. Perché la geografia, in America Latina, continua a essere politica.
La vicinanza con la maggiore potenza militare del pianeta è un dato inevitabile, ha ricordato il presidente brasiliano, soprattutto quando tornano a manifestarsi quelle che ha definito “tentazioni egemoniche”. Poi ha pronunciato la frase destinata a sopravvivere al discorso: “Il Brasile non entra nel cortile di nessuno”.
Non era soltanto una dichiarazione rivolta agli Stati Uniti. Era la sintesi di un’idea di autonomia strategica che Brasilia tenta da tempo di trasformare in politica estera: cooperare senza subordinarsi, dialogare con Washington senza accettarne una gerarchia regionale, difendere il multilateralismo proprio mentre le grandi potenze sembrano sempre più inclini a sostituire le regole con i rapporti di forza.
Anche sulla sicurezza Lula ha tracciato un confine preciso. Contrastare le organizzazioni criminali che operano oltre le frontiere è responsabilità degli Stati della regione e il Brasile non intende delegarla. Sul Venezuela ha ribadito il diritto dei venezuelani a determinare il proprio futuro, ha richiamato Cuba, Haiti e Nicaragua e ha collegato la difesa della sovranità alla tenuta democratica interna, avvertendo contro interferenze nelle elezioni brasiliane del 4 ottobre.
È una posizione coerente con l’iniziativa diplomatica che Lula aveva sottoscritto pochi giorni prima insieme al primo ministro canadese Mark Carney e ad altri leader: rilanciare il multilateralismo attraverso una riforma delle Nazioni Unite e delle istituzioni internazionali. La questione, dunque, non è semplicemente limitare il potere americano. È cercare un sistema nel quale anche le potenze medie possano esercitare influenza senza essere costrette a scegliere un protettore.
Poi è arrivato Donald Trump e, quasi per costruzione scenica, il contrasto è diventato evidente.
Il presidente americano ha rivendicato il ritorno della potenza statunitense, attaccato il globalismo e contestato l’idea che organismi sovranazionali possano imporre vincoli in materia di migrazioni, ambiente e tecnologia. Ha ricordato l’operazione militare che a gennaio ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e ha difeso una politica regionale nella quale sicurezza, pressione militare, lotta ai cartelli e accesso alle risorse energetiche tendono sempre più a sovrapporsi. Su Cuba ha parlato di uno “Stato fallito”, provocando l’uscita dall’aula della delegazione dell’Avana.
Due discorsi pronunciati a poca distanza l’uno dall’altro hanno così restituito due concezioni quasi opposte dell’ordine internazionale. Per Lula, la sovranità dei Paesi che non sono grandi potenze dipende dall’esistenza di regole condivise. Per Trump, la sovranità coincide anzitutto con la capacità dello Stato di esercitare la propria forza e difendere i propri interessi.
Cuba rimane il luogo nel quale questa contrapposizione appare più nitida. Il 7 luglio Washington ha tentato di impedire che l’Assemblea generale affrontasse nuovamente la questione dell’embargo. Il tentativo è stato respinto con 136 voti contro 9 e 30 astensioni. Era un voto procedurale, non un pronunciamento sull’abolizione delle sanzioni, ma resta indicativo della distanza che separa gli Stati Uniti da una larga parte della comunità internazionale quando il tema riguarda embargo e misure coercitive.
Anche quel consenso, tuttavia, non è più immobile. Nell’ottobre 2025 la tradizionale risoluzione contro l’embargo aveva ottenuto 165 voti favorevoli, meno dei 187 dell’anno precedente. Argentina e Paraguay erano passati tra i contrari, Ecuador e Costa Rica tra gli astenuti. La geografia politica latinoamericana aveva già cominciato a cambiare.
Ed è proprio qui che una lettura fondata sul semplice antagonismo Nord-Sud smette di funzionare.
Una parte dell’America Latina guarda oggi a Washington non come alla potenza dalla quale prendere le distanze, ma come al centro di un nuovo sistema di sicurezza regionale. Trump ha celebrato quella che considera una svolta conservatrice del continente e l’allargamento dello Shield of the Americas, l’alleanza di sicurezza creata a marzo alla quale si sono recentemente avvicinati altri governi della regione.
Javier Milei ha utilizzato il podio dell’ONU per mettere sotto accusa la stessa organizzazione, sostenendo che abbia tradito il patto originario sul quale era stata fondata. Dal Cile, José Antonio Kast ha portato a New York una lettura altrettanto critica del multilateralismo contemporaneo. Il Perù ha debuttato con Keiko Fujimori, prima donna eletta alla presidenza del Paese, mentre il nuovo presidente colombiano Abelardo de la Espriella ha scelto di non partecipare personalmente, affidando la rappresentanza al vicepresidente.
Non siamo più, quindi, davanti a un’America Latina che cerca semplicemente di emanciparsi dall’influenza statunitense. Siamo davanti a governi che attribuiscono significati differenti persino alla parola emancipazione.
Il caso venezuelano rende questa contraddizione ancora più evidente.
Delcy Rodríguez è tornata al Palazzo di Vetro come presidente ad interim, nel primo viaggio negli Stati Uniti di un capo di Stato venezuelano dal 2018. Il giorno precedente aveva incontrato Trump a margine dell’Assemblea. Dal podio ha ringraziato il presidente americano per la disponibilità a ristabilire le relazioni e ha promesso elezioni nell’ambito di una transizione verso quella che ha definito una «piena democrazia», senza indicare una data precisa.
È difficile trovare un’immagine più efficace della trasformazione geopolitica avvenuta in pochi mesi. Il Paese che per anni aveva costruito una parte essenziale della propria identità internazionale sulla resistenza all’ingerenza statunitense negozia oggi con Washington petrolio, debito, riconoscimento politico e normalizzazione diplomatica. La sovranità venezuelana non è scomparsa dal vocabolario. Ha cambiato il contesto nel quale viene esercitata.
Tra questi due poli rimangono i governi che cercano uno spazio diverso.
Yamandú Orsi, presidente dell’Uruguay e presidente di turno della CELAC, ha incontrato Lula ribadendo la centralità dell’integrazione regionale e del multilateralismo. È il tentativo, sempre più difficile, di costruire una capacità latinoamericana di interlocuzione che non coincida né con l’opposizione sistematica agli Stati Uniti né con l’allineamento a Washington. Claudia Sheinbaum, invece, ha scelto di non essere a New York, mentre il Messico continua a muoversi dentro una relazione con gli Stati Uniti resa inevitabile dalla geografia, dall’economia e dalla questione migratoria.
È forse questa la vera fotografia latinoamericana che arriva dall’81ª Assemblea generale.
Non un continente diviso semplicemente tra destra e sinistra. Non più, almeno. La divisione riguarda il modo in cui ciascun governo immagina il proprio posto in un sistema internazionale nel quale le regole comuni si indeboliscono e le grandi potenze tornano a ragionare apertamente in termini di sfere di influenza.
António Guterres ha descritto un mondo nel quale le crepe si sono trasformate in canyon. La metafora vale anche per l’America Latina. E acquista un significato particolare mentre si prepara la successione alla guida delle Nazioni Unite, per la quale la regione rivendica da tempo il proprio turno.
Potrebbe dunque toccare proprio a un latinoamericano tentare di ricucire un’istituzione che, in questi giorni a New York, ha mostrato tutte le difficoltà dell’ordine internazionale contemporaneo.
Sarebbe una coincidenza significativa. Perché il continente che per due secoli ha discusso della propria autonomia dalle grandi potenze deve oggi rispondere a una domanda più complessa. Cosa significa essere indipendenti quando nessuno può davvero esserlo da solo?
Per alcuni governi latinoamericani la risposta continua a trovarsi nelle regole comuni, nell’integrazione regionale e in istituzioni internazionali capaci di limitare la forza dei più potenti. Per altri consiste nella libertà di scegliere alleanze, accordi economici e protezioni strategiche, anche quando conducono nuovamente verso Washington.
Il “cortile” evocato da Lula, allora, non è soltanto una vecchia metafora delle relazioni tra Stati Uniti e America Latina. È tornato a essere uno spazio politico conteso.
E la questione decisiva non è più soltanto chi voglia entrarci.
È capire quanti Paesi latinoamericani vogliano davvero restarne fuori.
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