di Federica Cannas

Forse abbiamo finito per credere che la politica sia il luogo in cui le amicizie si rompono. Succede abbastanza spesso da rendere plausibile il sospetto. Le idee dividono, le appartenenze chiedono fedeltà, il potere mette alla prova i rapporti e la sconfitta, più ancora della vittoria, conta quelli rimasti. Eppure la politica possiede anche una possibilità opposta, della quale parliamo molto meno. Può far incontrare le persone in una parte profonda della loro vita, là dove un’idea del mondo smette di essere soltanto un’opinione e diventa passione, curiosità, indignazione, speranza. In quel punto possono nascere amicizie.

Quella tra Bettino Craxi e Lucio Dalla cominciò in modo quasi comico.

Un giorno, a metà degli anni Ottanta, Bobo Craxi arrivò con Dalla davanti alla casa di famiglia in via Foppa, a Milano. Venivano dagli studi di Carimate. Suonarono. Ad aprire fu Bettino Craxi in canottiera. Era stato presidente del Consiglio e segretario del Partito socialista, e tutto poteva aspettarsi quella domenica tranne di trovare Lucio Dalla sul pianerottolo. Entrarono e passarono il pomeriggio a parlare, soprattutto di arte, ricorda Bobo.

La storia potrebbe cominciare così. Un uomo in canottiera apre una porta e dall’altra parte c’è Lucio Dalla.

Stefania Craxi, che in quegli anni aveva stretto con Dalla un rapporto intensissimo, ha spiegato molti anni dopo perché lei e il fratello avessero deciso di portarlo a casa. Avevano la sensazione che quei due uomini così diversi si sarebbero capiti. «A tutti e due piacevano gli irregolari», ha raccontato. Avevano visto giusto. Dalla cominciò a frequentare quella casa, Craxi lo seguì perfino per un fine settimana alle Tremiti, evento quasi eccezionale per un uomo che, secondo la moglie Anna, riusciva a parlare di politica persino durante le feste. 

Gli irregolari. Forse è questa la parola che spiega meglio la loro amicizia.

Craxi aveva costruito una parte importante della propria identità politica attorno all’idea di un socialismo autonomo, insofferente alle ortodossie, attento ai diritti civili e ostile alla pretesa che esistesse una sola sinistra possibile. Dalla aveva fatto dell’irregolarità quasi una condizione dell’esistenza. Era difficile incasellarlo nella musica, nella fede, nella cultura, perfino nei suoi giudizi politici. Poteva essere popolare senza diventare prevedibile, religioso senza essere conformista, politico senza appartenere a un apparato. Nelle sue canzoni stavano insieme gli ultimi e il futuro, le periferie e il cielo, la solitudine di un uomo e il destino del mondo.

Non avevano bisogno di pensarla sempre allo stesso modo.

È forse questo il particolare più bello.

Bobo Craxi ha raccontato che suo padre conosceva bene gli orientamenti politici di Lucio e non gli chiese mai di fare qualcosa per il PSI. Secondo lui fu proprio quella libertà a consolidare il rapporto. Lo ha definito «un rapporto libero», come dovrebbe essere quello tra politica e arte.

È una frase che oggi vale più dell’aneddoto familiare. Perché siamo abituati a immaginare la condivisione politica come adesione, disciplina, schieramento. Ma esiste una forma più difficile di condivisione. Riconoscere nell’altro qualcosa che ci riguarda senza pretendere di possederlo. Un’amicizia politica può nascere dalla stessa inquietudine prima ancora che dalle stesse risposte. Dalla e Craxi sembrano essersi incontrati proprio lì.

E intorno a loro, intanto, le canzoni entravano nella vita.

Stefania ricorda che Telefonami tra vent’anni nacque nella casa milanese dei Craxi. Latin Lover, pubblicata in Henna nel 1993, fu invece scritta ad Hammamet. Bobo ha raccontato che anni dopo, nel 1997, Dalla disse a Craxi che quella canzone era dedicata a lui e che aveva persino pensato di intitolarla Craxi: la storia di un uomo e di una sconfitta, raccontata senza trasformarla in un comizio. 

Nel frattempo tutto era cambiato.

L’uomo che Dalla aveva conosciuto al centro della politica italiana viveva ormai in Tunisia. Il PSI era scomparso. Craxi era diventato una delle figure più controverse della storia repubblicana, condannato dalla magistratura e trasformato, nel giudizio pubblico di quegli anni, nel simbolo di un intero sistema politico travolto da Tangentopoli. Attorno a lui molte presenze si diradarono.

Dalla andò ad Hammamet.

Questo dice qualcosa di raro sull’amicizia.

Rimanere amici di qualcuno quando essere suoi amici non porta più alcun vantaggio è una delle prove più severe di un rapporto umano.

Dalla non nascose quell’amicizia. Bobo ricorda che se ne infischiò del clima di quegli anni. Stefania scrive che fu tra i pochi a non rinnegare il legame con suo padre dopo quella che lei definisce la sua «dannazione». Ad Hammamet Lucio tornò. In quella casa tunisina dove ormai arrivavano amici, vecchi compagni e visitatori, capitava che chiedesse semplicemente: «Stasera suoniamo per Bettino?».

Una sera lo fecero.

Bobo Craxi ricorda un piccolo concerto organizzato ad Hammamet con Dalla. E nel raccontarlo molti anni dopo ha aggiunto una frase che sposta improvvisamente questa storia dalla politica alla vita: «Fu l’ultima volta che vidi mio padre sorridere». 

Forse l’amicizia serve anche a questo. A restituire per qualche ora una persona a se stessa quando il resto del mondo la identifica ormai soltanto con la sua vittoria o con la sua sconfitta.

Poi arriva il 19 gennaio 2000.

Bettino Craxi muore ad Hammamet. Lucio Dalla quella sera deve tenere un concerto a Milano.

Sale sul palco.

Potrebbe tacere. Craxi è ancora un nome capace di dividere violentemente l’Italia. Dalla è un artista amatissimo, non ha niente da guadagnare da una dichiarazione pubblica. Invece dice al pubblico che quel giorno è morto un suo amico e gli dedica una canzone. 

La canzone è Milano.

Non una canzone socialista. Non un inno politico. Milano.

La città di Craxi. La città della loro amicizia. La città nella quale Dalla aveva scritto quel brano anche dentro una memoria condivisa: Stefania racconta che il testo era nato su un’agendina mentre Lucio era a tavola con lei e suo padre in un ristorante milanese.

C’è qualcosa di profondamente politico in quel gesto proprio perché non appartiene alla politica organizzata.

Dalla non sta dicendo agli italiani quale giudizio debbano dare di Craxi. Sta rivendicando qualcosa che nessuna sentenza, nessuna maggioranza e nessun mutamento del clima pubblico può decidere al posto di una persona: chi sono stati i suoi amici.

Ed è qui che questa storia parla ancora a noi.

Abbiamo impoverito la politica quando abbiamo cominciato a considerarla soltanto amministrazione, comunicazione, carriera, consenso. La politica, quando è autentica, nasce da qualcosa di molto meno freddo. Si sceglie una parte perché qualcosa ci importa. Perché esistono ingiustizie che non riusciamo ad accettare, libertà che vogliamo difendere, persone che non vogliamo lasciare sole, futuri che immaginiamo possibili. Per questo la politica può generare inimicizie feroci. Ma proprio per questo può generare anche amicizie profonde.

Salvador Allende chiamava compañero chi condivideva una strada. È una parola politica che contiene un significato umano antichissimo. Il compagno è colui con cui si divide il pane. Forse abbiamo dimenticato questa origine concreta delle appartenenze. Prima dei simboli, delle tessere, delle correnti e delle elezioni vengono persone che riconoscono qualcosa l’una nell’altra e decidono, per un tratto più o meno lungo, di camminare insieme.

Craxi e Dalla non furono compagni di partito. Ed è proprio questo a rendere la loro storia interessante.

Condivisero qualcosa di meno definibile e forse più profondo: il gusto degli irregolari, una certa insofferenza verso le ortodossie, la curiosità per ciò che sarebbe venuto dopo, la convinzione che la cultura e la politica avessero ancora il diritto di immaginare il futuro. E conservarono, soprattutto, uno spazio nel quale nessuno dei due chiedeva all’altro di diventare diverso da ciò che era.

Poi vennero la caduta, Hammamet, la malattia, la lontananza.

Lucio rimase.

Alla fine di questa storia resta un palco a Milano. Un uomo prende il microfono e, davanti a migliaia di persone, pronuncia una parola semplicissima.

Amico.

Forse la politica migliore comincia proprio quando quella parola continua ad avere un significato anche dopo che il potere è finito, le bandiere sono state ammainate e stare accanto a qualcuno è diventato molto più difficile che andarsene.

Quella sera Lucio Dalla cominciò a cantare Milano.

Bettino Craxi non poteva più sentirlo.

Ma un’amicizia, qualche volta, è anche questo. Continuare a parlare a qualcuno quando non c’è più nessuna risposta da aspettare.

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