di Federica Cannas

Michelle Bachelet ha appena perso una delle battaglie più difficili della sua lunga vita politica quando, mercoledì sera, entra nel Teatro Municipal de La Pintana insieme a Gabriel Boric, presidente del Cile dal 2022 al 2026. La Pintana è un comune popolare dell’area metropolitana di Santiago, lontano dai palazzi del potere del centro della capitale. La sala è piena, qualcuno è rimasto in piedi, tra il pubblico ricompaiono perfino i vecchi volantini della sua campagna presidenziale del 2005. Sono passati ventun anni e quelle immagini appartengono ormai a un altro Cile. Lei, invece, è ancora lì.

L’incontro nasce come desagravio, una parola spagnola difficile da restituire con una sola espressione italiana. Un gesto pubblico di riparazione, riconoscimento e solidarietà dopo il ritiro della candidatura di Bachelet alla Segreteria generale delle Nazioni Unite. Ma ciò che accade a La Pintana va oltre l’omaggio. Nello stesso teatro si ritrovano generazioni della sinistra cilena che non hanno sempre percorso la stessa strada.

Ci sono Boric e Camila Vallejo, sua ex ministra e portavoce del governo, entrambi provenienti dal movimento studentesco che nel 2011 ha scosso il Cile. C’è Jeannette Jara, ex ministra del Lavoro e candidata presidenziale della sinistra nel 2025. C’è Carolina Tohá, già ministra dell’Interno e figura storica del centrosinistra cileno. Interviene anche Heraldo Muñoz, ministro degli Esteri durante il secondo governo Bachelet ed ex alto funzionario delle Nazioni Unite. Socialisti, comunisti, Frente Amplio, PPD, liberali e democristiani si ritrovano nello stesso luogo. Le distanze del passato non sono scomparse. È proprio la loro esistenza a rendere significativa quella fotografia.

Otto mesi prima è stato Boric a portare Bachelet verso una nuova sfida internazionale. Il 2 febbraio ha annunciato la sua candidatura alla guida dell’ONU, sostenuta insieme al Cile anche dal Brasile del presidente Luiz Inácio Lula da Silva e dal Messico della presidente Claudia Sheinbaum. Per la prima volta una donna latinoamericana con due mandati alla presidenza del Cile, la guida di UN Women e l’esperienza di Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani può aspirare alla più alta responsabilità dell’organizzazione.

Poi cambiano le condizioni della corsa.

Con l’arrivo alla presidenza cilena di José Antonio Kast, esponente della destra conservatrice, il nuovo governo ritira il sostegno del Cile alla candidatura della sua ex presidente. Brasile e Messico, invece, continuano a sostenerla. Bachelet va avanti anche quando la possibilità di arrivare fino in fondo diventa sempre più remota.

Il 18 settembre il terzo straw poll, la votazione informale con cui i quindici membri del Consiglio di Sicurezza sondano il consenso sui candidati, restituisce numeri quasi definitivi: un solo incoraggiamento a proseguire, undici indicazioni contrarie e tre senza opinione. Il giorno successivo Bachelet ritira la candidatura.

È una sconfitta diplomatica. Non occorre chiamarla in un altro modo. Ma le sconfitte, qualche volta, mostrano con maggiore chiarezza ciò che una vittoria avrebbe lasciato sullo sfondo.

Bachelet ha scelto di candidarsi mentre il multilateralismo perde terreno, il diritto internazionale viene continuamente messo alla prova e la forza torna a occupare uno spazio crescente nelle relazioni fra gli Stati. Ha parlato di diplomazia preventiva, mediazione, partecipazione delle donne ai processi di pace, diritti umani. Quando si ritira non cambia linguaggio. Dice che qualcuno potrebbe pensare che questo non sia il tempo per una candidatura come la sua, proprio mentre soffiano venti contrari al multilateralismo. Lei arriva alla conclusione opposta. È proprio adesso che vale la pena provarci.

A La Pintana Boric aggiunge un altro pezzo alla storia. Ricorda che Bachelet conosceva le difficoltà della corsa e sapeva di potersi trovare davanti all’opposizione degli Stati Uniti, uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e quindi titolare del diritto di veto sulla scelta finale del Segretario generale. Eppure ha accettato di esporsi perché, nelle parole dell’ex presidente, esistono questioni sulle quali vale ancora la pena farlo: i diritti umani, la pace, il primato del dialogo sulla guerra.

Che sia proprio Boric a pronunciare queste parole conta. La generazione politica alla quale appartiene è cresciuta contestando anche la Concertación, la coalizione di centrosinistra che ha governato a lungo il Cile dopo la fine della dittatura di Augusto Pinochet e alla quale appartiene la storia politica di Bachelet. Boric stesso ne è stato un critico severo. A La Pintana non cancella quella distanza. La ricorda e parla della capacità dell’ex presidente di non trasformare il dissenso in rancore, riconoscendole un ruolo nell’avvicinare parti del progressismo cileno che per molto tempo si sono considerate alternative.

Nella stessa sala ci sono Camila Vallejo e Jeannette Jara, esponenti di una generazione della sinistra molto diversa da quella di Bachelet. Le vecchie fratture non spariscono dentro una fotografia. Eppure a La Pintana accade qualcosa che la politica cilena non riesce sempre a fare, ossia riconoscere una storia comune senza pretendere che sia stata una storia uniforme.

Ed è forse qui che quella sera diventa più interessante del risultato di una votazione a New York.

Michelle Bachelet conosce la sconfitta da molto prima di arrivare alla politica. È la figlia del generale dell’Aeronautica Alberto Bachelet, rimasto fedele al presidente socialista Salvador Allende dopo il colpo di Stato dell’11 settembre 1973 e morto nel 1974 in seguito alle torture subite nelle carceri della dittatura. Michelle stessa è stata detenuta insieme alla madre, ha conosciuto l’esilio ed è poi tornata in Cile.

Da allora è diventata ministra della Difesa, prima donna dell’America Latina a ricoprire quell’incarico, due volte presidente della Repubblica del Cile, prima direttrice esecutiva di UN Women e Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani. A settantacinque anni ha accettato un’altra sfida sapendo che poteva perderla.

E l’ha persa.

Non c’è bisogno di trasformare una sconfitta in una vittoria per riconoscerle un significato.

Davanti al pubblico di La Pintana, Bachelet ringrazia Boric e i presidenti Lula e Sheinbaum, che hanno continuato a sostenere la sua candidatura attraverso Brasile e Messico. Ribadisce che i principi non si negoziano per ottenere una carica. Poi si rivolge a chi immagina che la fine della corsa all’ONU possa coincidere con la fine della sua vita pubblica. Chi pensa che dopo tutto questo lei se ne andrà a casa, dice, ha una cattiva notizia.

Non succederà.

Nel teatro di un comune popolare di Santiago continuano a circolare i volantini del 2005. Fuori da quella sala, il mondo del 2026 somiglia poco a quello nel quale Michelle Bachelet ha vinto per la prima volta la presidenza del Cile. È un mondo più armato, nel quale le regole comuni sembrano avere sempre maggiore difficoltà a contenere la forza.

Forse Controvento racconta proprio questo.

Sapere perfettamente da quale parte soffia il vento e scegliere, comunque, in quale direzione camminare.

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