
di Federica Cannas
Parlamento colombiano, anno 2023. Una deputata di trentatré anni prende la parola e difende articolo per articolo una riforma del lavoro che non si vedeva in Colombia da mezzo secolo. Contratti stabili, diritti per i rider delle app, protezioni per le lavoratrici domestiche. Parla con la precisione e la convinzione di chi sa di stare cambiando qualcosa di reale nella vita concreta di milioni di persone. Si chiama María Fernanda Carrascal. La chiamano Mafe.
Bogotá, 2011. Un senatore porta in parlamento documenti, testimonianze, nomi. Vuole dimostrare i legami tra l’establishment politico colombiano e il paramilitarismo. Sa di rischiare. Lo sa da sempre, suo padre è stato assassinato per molto meno. Si chiama Iván Cepeda. Verrà denunciato, perseguito, e alla fine sarà il suo accusatore, l’ex presidente Álvaro Uribe, a finire sotto processo per manipolazione di testimoni.
Due scene separate da anni e da generazioni. Eppure oggi, alla vigilia delle elezioni presidenziali del 31 maggio 2026, questi due mondi si incontrano all’interno dello stesso campo politico. E il loro incontro è, forse, la storia più interessante da raccontare.
Iván Cepeda Castro ha sessantatré anni e una biografia che sembra scritta per un romanzo latinoamericano del Novecento. Ma è tutto vero, e fa ancora male.
Suo padre, Manuel Cepeda Vargas, era senatore della Unión Patriótica, il partito della sinistra colombiana che negli anni Ottanta e Novanta venne letteralmente sterminato. Oltre seimila militanti assassinati, una pulizia politica che la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha definito un “sterminio”. Sua madre, Yira Castro, dirigente comunista e consigliera comunale di Bogotá, morì a trentanove anni per un tumore. Iván aveva diciannove anni.
Nacque nel 1962 a Bogotá, in una famiglia con una riconosciuta militanza nel partito comunista. Crebbe tra l’Unione Sovietica e Cuba, seguendo il padre in esilio. Dopo l’assassinio del padre nel 1994, andò in Francia, dove studiò Diritto Internazionale Umanitario all’Università Cattolica di Lione.
Tornò in Colombia e fondò il Movimiento Nacional de Víctimas de Crímenes de Estado. La sua vita politica è rimasta legata alla memoria e alla riparazione delle vittime. Per anni ha combattuto l’uribismo, la destra di Álvaro Uribe, fino allo scontro diretto che lo ha reso famoso. Quando Cepeda tentò di dimostrare i presunti legami di Uribe con il paramilitarismo, Uribe rispose denunciandolo, ma la Corte Suprema archiviò il caso contro il senatore e aprì invece un’indagine contro l’ex presidente per presunta manipolazione di testimoni.
Cepeda è un uomo che parla come chi ha letto tutto. Le sue frasi sono precise, ponderate, quasi filosofiche. Pesa ogni parola come chi sa che le parole possono costare la vita.
A pochi giorni dalle elezioni presidenziali, Cepeda guida l’intenzione di voto con il 33,4%, secondo un’indagine del Centro Nacional de Consultoría. È il candidato ufficiale del Pacto Histórico, l’erede designato di Gustavo Petro. Ma è un’eredità che porta con uno stile completamente diverso. Dove Petro era passione e furore, Cepeda è rigore e memoria.
María Fernanda Carrascal, Mafe, per tutti, è nata il 10 gennaio 1990 a Bogotá. I suoi genitori si erano trasferiti dal Catatumbo nell’ottobre del 1989, dopo aver ricevuto minacce di morte. Anche lei, dunque, figlia di un Paese che spaventa. Ma qualcosa nel modo in cui ha elaborato questa eredità è diverso.
La cosa più importante da sapere su di lei è che è stata la coordinatrice ponente della Riforma del Lavoro,la legge più ambiziosa e combattuta dell’era Petro, quella che ha tentato di ridisegnare i diritti dei lavoratori colombiani per la prima volta in decenni. Carrascal l’ha difesa comma per comma in parlamento, ha negoziato con le opposizioni, ha spiegato in diretta streaming ogni emendamento, ha risposto agli attacchi della destra con dati precisi. Era la più giovane protagonista di una battaglia legislativa che i sindacalisti di professione inseguivano da trent’anni.
Questo è il suo centro di gravità: la politica del lavoro, i diritti concreti, la protezione legale di chi non ce l’ha. Ha guidato campagne per le lavoratrici domestiche. Ha spinto per il riconoscimento dei congedi mestruali nelle istituzioni pubbliche, una battaglia che in Colombia sembrava utopistica e che lei ha trasformato in realtà amministrativa, partendo dal Ministero delle Finanze. Ha lavorato per i rider, per i precari, per le lavoratrici informali.
Ma Carrascal ha anche capito una cosa che molti suoi colleghi non hanno ancora capito: che una riforma del lavoro vinta in parlamento non basta, se non sai raccontarla. Che la politica oggi si gioca anche su Instagram, nei podcast, nei reel da trenta secondi. Perché la superficialità è il rischio che si corre quando si lascia il racconto agli altri.
Rappresentante alla Camera per Bogotá con il Pacto Histórico dal 2022, è stata rieletta nel marzo 2026 con numeri impressionanti. Quando quella notte annunciò i risultati degli scrutini in diretta, disse una cosa che vale la pena ricordare: “Siamo passati da 2,9 milioni di voti nel 2022 a 4,4 milioni nel 2026. Il progetto del cambiamento non si è sgonfiato, è cresciuto.”
Quel progetto ha un nome preciso: Gustavo Petro. È stato il presidente uscente, l’ex guerrigliero dell’M-19 diventato il primo capo di stato di sinistra nella storia colombiana, a costruire la coalizione del Pacto Histórico con cui Carrascal è stata eletta e dentro cui si muove. Petro ha vinto nel 2022 in modo impensabile solo cinque anni prima, mettendo insieme movimenti femministi, sindacati, attivisti ambientali, giovani urbani e comunità rurali. Carrascal è stata una delle architette di quella costruzione nel territorio bogotano, e ne è diventata una delle voci più riconoscibili.
Ora Petro per legge non può ricandidarsi. Cepeda raccoglie la sua eredità. E Carrascal è, in qualche modo, il ponte tra i due.
Cepeda e Carrascal appartengono allo stesso campo politico, si sostengono a vicenda, lavorano per lo stesso progetto. Ma la loro coesistenza dice qualcosa di molto importante sul momento che sta attraversando la sinistra colombiana.
Cepeda rappresenta la memoria. Porta con sé il peso di tutto ciò che la Colombia progressista ha subìto: i massacri, il genocidio della Unión Patriótica, gli anni di paura, la politica vissuta come resistenza armata contro un sistema che non esitava a uccidere. Il suo linguaggio è quello della testimonianza storica, della riparazione, della giustizia come atto morale prima ancora che politico. Quando parla, sembra che stia deponendo davanti a un tribunale della storia.
Carrascal rappresenta la possibilità. Parla di diritti, di femminismo, di lavoro senza usare il gergo sindacale del Novecento, di politica digitale senza sembrare che stia inseguendo i giovani. Quando parla, sembra che stia descrivendo un paese che esiste già, da qualche parte, e che lei vuole semplicemente costruire.
C’è una differenza di emozione politica. Cepeda mobilita attraverso il dolore della memoria, dell’ingiustizia storica, della vendetta giusta. Carrascal mobilita attraverso il desiderio di vivere in un paese normale.
Per decenni, fare politica progressista in Colombia ha significato convivere con la morte. Migliaia di militanti della Unión Patriótica sono stati assassinati. Sindacalisti, giornalisti, attivisti per la terra: un catalogo infinito di vittime. La sinistra colombiana ha imparato a esistere in condizioni di emergenza permanente, e quel modo di stare al mondo ha lasciato tracce profonde nel linguaggio, nell’estetica, persino nel corpo dei militanti.
Quello era un linguaggio necessario. Ma era anche un linguaggio che teneva lontana una parte enorme della popolazione, quella che non aveva vissuto la guerra, che era cresciuta nelle città, che aveva altri strumenti culturali e altre paure.
Oggi qualcosa sta cambiando. La generazione di Carrascal, che ha trent’anni e usa Instagram, che ha letto più teoria femminista che Marx, che sa cosa significa precarietà gig economy meglio di qualsiasi veterano del movimento operaio, ha capito una cosa fondamentale: la politica vince quando sai parlare alla vita quotidiana delle persone.
Non parla soltanto di economia. Parla di dignità, di corpi, di identità, di discriminazioni, di sogni urbani. Parla di cosa significa alzarsi la mattina, prendere un autobus, arrivare al lavoro sapendo che sei protetta dalla legge. Questo è il lavoro politico più importante che si possa fare. E in Colombia lo sta facendo una generazione che, per la prima volta, non ha la guerra come orizzonte principale.
C’è un’ironia sottile in tutto questo. La sinistra europea, più ricca, più stabile, più protetta, fatica enormemente a costruire narrazioni emotive efficaci. Parla di transizione ecologica e di salario minimo come se fossero materie da convegno.
La nuova sinistra colombiana, cresciuta in un paese che ha conosciuto la violenza politica come pochi altri al mondo, ha capito qualcosa che agli europei ancora sfugge. Le persone votano con le emozioni. E le emozioni più potenti non sono solo la rabbia e la paura, ma anche il desiderio di normalità, di dignità, di appartenenza.
Carrascal lo sa. Lo fa. E il fatto che il Pacto Histórico abbia aumentato i suoi voti di un milione e mezzo in quattro anni suggerisce che qualcosa in questo approccio funziona.
Il 31 maggio 2026, la Colombia andrà alle urne. È probabile che non ci sia un vincitore al primo turno, e che il 21 giugno si terrà un ballottaggio. I sondaggi danno Cepeda in vantaggio, ma la gara è aperta.
Quello che è già certo, però, è che qualcosa è cambiato nella sinistra colombiana. Che la generazione cresciuta nella pace relativa degli anni post-accordo del 2016 ha prodotto una classe politica diversa. Più colta, più digitale, più capace di parlare alla complessità della vita contemporanea.
Cepeda e Carrascal sono due parti di una stessa transizione. Lui porta il peso di tutto ciò che è stato. Il sangue, la memoria, la giustizia ancora incompiuta. Lei porta la possibilità di ciò che potrebbe essere un paese che smette di definirsi attraverso la propria tragedia.
La Colombia che vota domenica ci sta provando. E questo, in un paese che per trent’anni ha vissuto sotto il segno della guerra e della paura, è già una rivoluzione.
La Colombia è un paese di ventidue milioni di elettori. Il 31 maggio 2026 scriverà un altro capitolo della sua storia lunghissima e dolorosa. Qualunque cosa accada, la voce di María Fernanda Carrascal è già nella storia di questo paese.
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