
di Federica Cannas
La sospensione temporanea di Gustavo Petro dalla presidenza della Colombia, decretata oggi, 10 giugno 2026, a undici giorni dal ballottaggio del 21 giugno, è una mossa politica che racconta, con involontaria chiarezza, quanto il potere tradizionale colombiano tema la voce di un presidente che ha avuto il coraggio, raro, in America Latina come altrove, di chiamare le cose con il loro nome.
La Commissione per le accuse della Camera dei rappresentanti, presieduta dalla parlamentare Gloria Arizabaleta, paradossalmente membro del Pacto Histórico, lo stesso partito di Petro, ha ordinato la “sospensione provvisoria” del presidente fino alla chiusura delle urne, per una presunta violazione della normativa che vieta ai funzionari pubblici di intervenire nella campagna elettorale. Il pretesto formale? Alcuni messaggi pubblicati da Petro sul proprio profilo X tra il 6 e il 9 giugno, tra cui un video in ricordo dell’ex senatore Carlos Gaviria Díaz, con un riferimento ai “presidenti filosofi”, interpretato dai settori di opposizione come un endorsement simbolico al candidato progressista Iván Cepeda.
In diritto, la misura è quanto meno dubbia. Il ministro dell’Interno Armando Benedetti ha chiarito pubblicamente che la Commissione di accusa non ha il potere autonomo di sospendere il presidente, questa prerogativa spetta al Senato, solo dopo che la plenaria della Camera abbia svolto il ruolo di organo accusatore. Lo ha ribadito anche lo stesso Petro, in conferenza stampa alle Nazioni Unite a New York: “Si è violata la legge della Colombia. Questo implica un processo alla Corte Suprema di Giustizia.” Un altro parlamentare della Commissione, Jorge Alejandro Ocampo, ha precisato che nessuna decisione formale è stata presa e che il documento non era nemmeno in agenda nella riunione odierna.
La sospensione, insomma, è nata già sotto accusa di illegittimità. Ma questo, nel contesto politico colombiano attuale, non è una sorpresa.
Per capire cosa sia davvero in gioco, occorre tornare al 1° giugno, al giorno dopo il primo turno elettorale. Il candidato di estrema destra Abelardo de la Espriella, avvocato penalista, filo-trumpiano, soprannominato “El Tigre”, sostenitore di Bukele e Milei, aveva ottenuto il 43,7% dei voti contro il 40,9% del progressista Cepeda, con uno scarto di circa 700.000 preferenze.
Petro non ha aspettato. Ha denunciato anomalie che, a suo avviso, non potevano essere ignorate. 5.300 seggi dove sarebbero comparsi più di 300 voti ciascuno, alcuni fino a 700, cifre che, per le ore di apertura dei seggi, supererebbe il massimo teoricamente possibile. Ha parlato di una discrepanza nel censimento elettorale, di un software modificato cinque giorni prima del voto. Ha detto che il suo amore per la Colombia lo obbligava a rischiare tutto pur di rendere pubblica questa informazione.
Le prove definitive, al momento, non sono state rese disponibili per il vaglio pubblico e il conteggio ufficiale è ancora in corso presso il Consiglio Nazionale Elettorale. De la Espriella ha respinto le accuse, parlando di un tentativo di ignorare la volontà popolare. Ma la domanda politica che Petro ha posto, quella sulla trasparenza del processo elettorale, resta aperta e legittima. La denuncia di un presidente uscente non è un capriccio, è un atto di responsabilità istituzionale verso chi ha votato.
È scomodo. Ed è esattamente per questo che è importante.
Mentre a Bogotá si discuteva della sua sorte istituzionale, Gustavo Petro era a New York, dove partecipava a una sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Da lì ha risposto con parole nette, riportate in diretta da La Silla Vacía, una delle testate colombiane più autorevoli: “Si è detto che non rimarrò nel governo al di fuori della Costituzione della Colombia. Non è così. Il giorno finale del mio mandato me ne andrò, non so dove, direi come cittadino della Repubblica di Colombia e non come presidente.” Una dichiarazione che smonta il tentativo, circolato in ambienti ostili, di dipingerlo come un presidente che non avrebbe rispettato la transizione democratica.
Sul piano procedurale, il quadro è ancora più chiaro: la sospensione non è in vigore. Perché lo diventi, Gloria Arizabaleta dovrebbe riformulare il documento e portarlo alla plenaria della Camera. Solo se approvato lì, il fascicolo passerebbe al presidente del Senato, Lidio García. Il nucleo del petrismo ha già respinto la misura, sottolineando che la decisione non è in firme e che resta del tutto incerto se e come potrebbe essere applicata. Roy Barreras, ex candidato presidenziale, oggi alleato della campagna progressista e, non senza ironia, ex marito della stessa Arizabaleta, è stato tra i primi a contestarne la validità, definendo la Commissione priva delle facoltà necessarie per un atto simile.
Siamo di fronte, insomma, a una manovra che ha fatto rumore ma che sul piano giuridico traballa vistosamente. Il vero obiettivo sembra essere quello di produrre titoli, creare confusione, logorare l’immagine di Petro nell’ultima settimana di campagna per il ballottaggio.
È un presidente scomodo da sempre Gustavo Petro. 66 anni, nato a Ciénaga de Oro, è il primo presidente di sinistra che la Colombia abbia mai avuto dalla sua indipendenza. Ex militante del M-19, senatore, sindaco di Bogotá, sconfitto due volte prima di vincere nel 2022 con la vicepresidente afro-colombiana Francia Márquez al suo fianco. Un profilo che la destra colombiana, e non solo, non ha mai digerito.
Il suo mandato non è stato privo di contraddizioni. Il progetto di “pace totale” con i gruppi armati ha incontrato ostacoli enormi e risultati incompleti. Ha dovuto rinunciare alla riforma costituzionale per non danneggiare le possibilità di Cepeda al ballottaggio. Ma ha governato per il popolo: sostenuto quasi interamente dalle organizzazioni sociali, allineato con i sindacati, impegnato in politiche redistributive in un paese tra i più diseguali del continente. Ha costruito una lealtà che trascende il voto. Un movimento storico che, anche se subisse un risultato avverso il 21 giugno, rimarrà una radice profonda nella politica colombiana.
Non si capisce la Colombia del 2026 senza guardare fuori dai suoi confini. Abelardo de la Espriella è il candidato apertamente appoggiato da Donald Trump, che ne ha fatto una bandiera della sua agenda per l’America Latina. Javier Milei ha esultato subito dopo il primo turno. Daniel Noboa, con cui Petro ha già avuto un durissimo scontro diplomatico che ha spinto la Colombia a uscire dalla Comunità Andina, ha avuto contatti con de la Espriella prima ancora del ballottaggio.
È il quadro globale dell’onda reazionaria: coordinata, finanziata, politicamente organizzata su scala continentale. Di fronte ad essa, Petro ha avuto il coraggio di non chinare la testa. Ha accusato gli Stati Uniti di sostenere settori che collega al narcotraffico e al paramilitarismo. Ha continuato a parlare. Ed è per questo che oggi viene sospeso.
La sospensione di Petro fino al 21 giugno non è un colpo messo a segno nel momento più delicato, a urne ancora aperte, con un ballottaggio che si preannuncia vicinissimo. L’obiettivo è evidente: togliere voce e visibilità al presidente uscente proprio quando la sua capacità di mobilitare potrebbe fare la differenza.
Ma la storia dell’America Latina insegna che i tentativi di silenziare le voci scomode raramente ottengono il risultato sperato. Petro ha risposto dalla tribuna dell’ONU. Il suo messaggio è arrivato lo stesso.
Il 21 giugno la Colombia sceglierà. Tra un paese che guarda avanti, verso la giustizia sociale, la transizione ecologica, la pace, e uno che torna indietro, verso la mano dura, la sudditanza ai poteri forti, l’alleanza con chi ha già dimostrato dove vuole portare il continente.
Qualunque cosa accada, Gustavo Petro ha già scritto una pagina di storia. Quella di un presidente che non ha avuto paura di dire la verità.
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