
di Federica Cannas
Il Brasile vale 58 centesimi.
Almeno secondo Polymarket, dove un contratto sulla vittoria di Flávio Bolsonaro viene scambiato intorno a 58 centesimi e quello sulla vittoria di Lula a 42. Centocinquantasei milioni di dollari sono già passati attraverso quel mercato. Non sono voti, non sono cittadini intervistati, non sono neppure previsioni nel significato tradizionale della parola. Si tratta di denaro che scommette su un risultato.
Eppure quel 58% ha viaggiato molto più velocemente di parecchi sondaggi. Tra il 18 e il 21 settembre almeno undici profili esteri su X, attraverso contenuti contrassegnati come partnership a pagamento, lo hanno diffuso come se misurasse l’opinione degli elettori brasiliani.
Non la misura.
Quaest dà Lula al 39% e Flávio Bolsonaro al 34% al primo turno. Datafolha 40 a 36. Al secondo turno le distanze praticamente scompaiono. Quaest registra 42 a 42, Datafolha 47 a 45, dentro il margine d’errore.
La differenza tra questi numeri dice qualcosa di più interessante di chi sia davanti.
Dice che intorno alle elezioni brasiliane si stanno formando due mercati. Nel primo si comprano e vendono aspettative. Nel secondo, il 4 ottobre, 156 milioni di elettori saranno chiamati a scegliere un presidente. Il problema comincia quando il prezzo prodotto dal primo viene presentato come anticipazione della volontà del secondo.
È uno dei segni di questa campagna. Il Brasile elegge il proprio presidente, ma una parte della competizione sembra svolgersi altrove.
A Washington. A Buenos Aires. A Gerusalemme. Nelle piattaforme digitali. Nei circuiti finanziari e politici della destra internazionale. Perfino nel sottosuolo brasiliano.
Perché forse la domanda più interessante di queste elezioni non è soltanto chi vincerà. È diventata un’altra. Quanto spazio rimane alla sovranità nazionale quando una campagna elettorale si intreccia con interessi economici, tecnologici e geopolitici che attraversano i confini?
Flávio Bolsonaro ha scelto di internazionalizzare apertamente la propria candidatura. Alla convention del Partito Liberale del 25 luglio Javier Milei ha detto che può «salvare il Brasile dal socialismo». Benjamin Netanyahu ha inviato un videomessaggio. Jair Bolsonaro, condannato a ventisette anni per il tentativo di sovvertire l’esito delle elezioni del 2022, è apparso attraverso un messaggio realizzato con l’intelligenza artificiale.
Sono sostegni politici legittimi finché restano sostegni politici. Ma raccontano una scelta precisa. Flávio non presenta soltanto un programma al Brasile. Presenta al Brasile una rete internazionale alla quale promette di appartenere.
Ed è qui che la questione diventa più interessante.
Perché un’alleanza internazionale non è mai soltanto una fotografia sul palco. Porta con sé interessi.
Gli Stati Uniti hanno imposto da luglio un dazio del 25% su una parte consistente delle importazioni brasiliane dopo un’indagine condotta attraverso la Section 301 del Trade Act. Il documento dell’amministrazione americana parla di commercio digitale, servizi di pagamento elettronico, etanolo, proprietà intellettuale, deforestazione e altri contenziosi.
Dentro quella formula burocratica c’è però qualcosa che riguarda direttamente il modello di sviluppo brasiliano.
C’è Pix.
Un sistema pubblico di pagamenti istantanei creato dalla Banca centrale brasiliana che ha modificato in pochi anni il modo in cui milioni di persone trasferiscono denaro, pagano un commerciante o dividono un conto. E c’è il conflitto tra la magistratura brasiliana e le grandi piattaforme americane sulla rimozione di contenuti e sulla sospensione degli account.
Il contenzioso commerciale comincia allora ad assomigliare a una disputa sulla sovranità.
Chi costruisce l’infrastruttura attraverso la quale passa il denaro di un Paese? Chi stabilisce le regole dello spazio digitale nel quale si forma la sua opinione pubblica? Una piattaforma globale deve obbedire alla legge brasiliana oppure può considerarla un ostacolo al commercio americano?
Pix sembra un dettaglio tecnico. In realtà contiene una domanda politica enorme. Se i pagamenti quotidiani di un Paese passano attraverso un’infrastruttura costruita e governata da quel Paese, qualcuno perde mercato e qualcun altro acquista autonomia.
Lo stesso accade con i dati.
E con le materie prime.
Per questo la pista delle terre rare è probabilmente più importante di molte dichiarazioni pronunciate durante questa campagna.
Il Brasile possiede alcune delle maggiori riserve mondiali di minerali strategici. Terre rare, niobio, litio, grafite. Materiali indispensabili per batterie, semiconduttori, turbine, motori elettrici, sistemi militari, data center. Il vocabolario della transizione energetica e quello della sicurezza nazionale hanno ormai finito per utilizzare le stesse parole.
Gli Stati Uniti vogliono ridurre la dipendenza dalla Cina. Il Brasile possiede ciò che serve per farlo.
Da quel momento una miniera non è più soltanto una miniera.
Diventa politica estera.
Nel marzo scorso un memorandum attribuito ad André Marinho, candidato al governo di Rio de Janeiro e figlio del supplente di Flávio Bolsonaro al Senato, delineava una possibile collaborazione strategica con gli Stati Uniti sui minerali critici in caso di vittoria di Bolsonaro. Pochi giorni dopo Flávio spiegava davanti a una platea conservatrice americana che il Brasile avrebbe potuto contribuire a liberare Washington dalla dipendenza cinese. Marinho è stato successivamente ricevuto dal vicepresidente J.D. Vance. A maggio è stata costituita in Wyoming Rockbridge Brazil, collegata all’universo politico conservatore americano. Pedro Sang, indicato dalla coalizione di Lula come figura di collegamento con quella rete, lavora nel comitato centrale della campagna di Bolsonaro.
La coalizione di Lula ha portato questa sequenza davanti alla giustizia elettorale. Sang nega che siano esistiti finanziamenti diretti. Altri candidati, tra cui Renan Santos, avevano già sollevato interrogativi analoghi.
Bisogna essere precisi. Una successione di fatti non dimostra automaticamente un accordo illecito. Un rapporto politico internazionale non equivale a un finanziamento straniero. Saranno eventualmente i giudici a stabilire se una linea sia stata oltrepassata.
Ma fermarsi alla questione penale significherebbe perdere quella politica.
Non si tratta di capire soltanto se qualcuno abbia violato una legge. Bisogna capire quale Brasile venga immaginato dentro quelle relazioni.
Un Paese che estrae minerali strategici e li vende oppure un Paese che costruisce attorno a quelle risorse una propria industria? Un fornitore di materie prime oppure un soggetto capace di decidere dove avviene la trasformazione, chi possiede la tecnologia e dove rimane il valore?
È una vecchia domanda latinoamericana.
Un tempo erano zucchero, caucciù, rame, petrolio.
Adesso sono litio, niobio, terre rare e dati.
Anche il confronto sulla criminalità organizzata appartiene alla stessa geografia. Flávio Bolsonaro ha chiesto agli Stati Uniti di considerare Primeiro Comando da Capital e Comando Vermelho organizzazioni terroristiche e Washington ha successivamente adottato quella classificazione. Bolsonaro ha poi annunciato che, se eletto, porterà il Brasile nell’Escudo de las Américas e modificherà la legislazione nazionale per introdurre la categoria di narcoterrorismo anche per le grandi fazioni criminali e le milizie.
Ancora una volta occorre evitare scorciatoie. La successione temporale non dimostra che una decisione abbia prodotto l’altra.
Ma mostra una convergenza.
Ed è quella convergenza, più delle singole dichiarazioni, a spiegare perché la parola sovranità sia diventata una delle parole centrali di questa elezione.
Per Lula significa soprattutto autonomia decisionale. Significa difendere Pix, rivendicare il controllo sulle risorse strategiche, pretendere che le piattaforme rispettino la legge brasiliana e respingere la possibilità che la lotta alla criminalità organizzata diventi una porta attraverso la quale una potenza straniera possa acquisire capacità di intervento nel territorio nazionale.
All’Assemblea generale delle Nazioni Unite lo ha condensato in una frase molto semplice: il Brasile non è il cortile di nessuno.
Non era soltanto retorica elettorale. Era una definizione della posta in gioco.
E tuttavia sarebbe troppo facile raccontare questa elezione come uno scontro tra un Brasile sovrano e forze che cercano di condizionarlo dall’esterno.
Perché nessuna ingerenza funziona nel vuoto.
Per essere politicamente efficace deve incontrare qualcuno e qualcosa dentro il Paese.
Ed è qui che comincia la parte più difficile per Lula.
Il Brasile arriva alle urne con una disoccupazione al 5,3%, il livello più basso della serie per un trimestre terminato a luglio dal 2012, 103,3 milioni di occupati e un record di 39,4 milioni di lavoratori con contratto. È uscito dalla Mappa della Fame delle Nazioni Unite. Il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,5% nel secondo trimestre e del 2% rispetto all’anno precedente.
Sono numeri che qualsiasi governo porterebbe in campagna elettorale.
Eppure quasi un brasiliano su due pensa che l’economia sia peggiorata.
Qui c’è probabilmente una delle chiavi dell’intera elezione.
La macroeconomia e la vita quotidiana hanno smesso di raccontare la stessa storia.
I consumi delle famiglie sono diminuiti dello 0,4%. L’informalità riguarda ancora 38,8 milioni di persone. Il costo del denaro rimane elevatissimo, nonostante la Banca centrale abbia ridotto il tasso di riferimento dal 15% al 13,75%.
Si può avere un lavoro e sentirsi economicamente fragili.
Si può vivere in un Paese che cresce senza percepire quella crescita nel proprio conto corrente.
Si può leggere che la fame è diminuita e continuare a fare calcoli davanti allo scaffale di un supermercato.
Non è necessariamente una contraddizione. È la distanza fra gli indicatori aggregati e l’esperienza individuale.
Ed è dentro quella distanza che Flávio Bolsonaro è cresciuto.
A metà luglio Quaest registrava Lula al 40% e Bolsonaro al 28%. Oggi siamo a 39 contro 34. Il dato interessante non è tanto il punto perso da Lula. Sono i sei guadagnati da Bolsonaro.
Una parte dell’elettorato che prima si disperdeva fra altri candidati sta trovando un indirizzo.
Questo significa che la competizione non sembra essere diventata più favorevole a Bolsonaro perché il Brasile si sia improvvisamente spostato di sei punti verso destra. Piuttosto, il campo contrario a Lula si sta concentrando.
È un processo diverso e politicamente più importante.
Lo dimostra anche il destino degli altri candidati. Augusto Cury aveva raggiunto il 10% all’inizio di settembre e ora è tornato intorno al 4-6%, a seconda degli istituti. Quando l’elezione si polarizza, il voto intermedio tende a perdere ossigeno.
Alla fine rimangono due appartenenze e due rifiuti.
È per questo che il secondo turno è molto più incerto del primo.
Quaest registra 42 a 42. Datafolha 47 a 45. Non esiste oggi un vincitore già scritto.
E il Brasile dovrebbe avere imparato qualcosa dal 2022.
Allora Jair Bolsonaro ottenne al primo turno circa sette punti percentuali in più rispetto all’ultima rilevazione Datafolha e Lula vinse il ballottaggio per meno di due punti.
Non significa che accadrà nuovamente.
Significa esattamente il contrario. Non sappiamo se accadrà.
E qui si torna a quei 58 centesimi.
Un mercato predittivo trasforma l’incertezza in prezzo. È il suo mestiere. Ma quando quel prezzo esce dalla piattaforma, viene acquistato come inserzione, rilanciato sui social e presentato come fotografia dell’elettorato, cambia natura.
Non descrive più soltanto un’aspettativa.
Contribuisce a costruirla.
È questo forse l’aspetto più nuovo della campagna brasiliana. L’influenza straniera del XXI secolo non ha necessariamente bisogno di un ambasciatore che telefona a un generale o di denaro infilato clandestinamente in una campagna elettorale. Può essere molto più diffusa e molto meno visibile.
Può essere un dazio. Un algoritmo. Una quotazione. Un influencer pagato. Un accordo sulle terre rare. Una piattaforma che decide quali contenuti diventano visibili. Una classificazione internazionale di un’organizzazione criminale. Una rete di finanziatori che non ha bisogno di attraversare formalmente il confine perché idee, consulenti, tecnologie e narrazioni lo attraversano continuamente.
Questo non rende automaticamente illegittimo tutto ciò che viene dall’estero. Le democrazie non sono stanze sigillate. Partiti, governi, movimenti e imprese hanno sempre costruito relazioni internazionali.
Il punto è capire dove finisce la relazione e dove comincia il condizionamento.
Le istituzioni brasiliane sembrano essersi poste precisamente questa domanda. L’agenzia di intelligence ha esaminato il rischio di interferenze esterne. L’Accademia brasiliana delle scienze e la Società brasiliana per il progresso della scienza hanno chiesto che nessuna potenza straniera condizioni il voto attraverso pressioni politiche, economiche o informative. La campagna di Lula ha presentato ricorsi al Tribunale superiore elettorale e al Supremo Tribunale federale chiedendo di indagare sulle relazioni internazionali della candidatura Bolsonaro.
Le accuse dovranno essere provate. E anche chi denuncia un’ingerenza deve accettare il controllo delle prove.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che non esista una questione.
Perché nel 2026 la sovranità non coincide più soltanto con una bandiera, un confine e un esercito.
È sovranità poter decidere come circola il denaro. È sovranità stabilire le regole delle piattaforme che organizzano la conversazione pubblica. È sovranità scegliere che cosa fare delle proprie risorse minerarie. È sovranità impedire che una misura commerciale diventi uno strumento di pressione politica.Ed è sovranità, soprattutto, fare in modo che il valore di un voto rimanga superiore al prezzo di una scommessa.
Forse è questo che rende le elezioni brasiliane del 2026 interessanti anche molto lontano dal Brasile.
Non stanno decidendo soltanto chi occuperà il Palácio do Planalto.
Stanno misurando quanto potere possieda ancora uno Stato di quasi 220 milioni di abitanti quando davanti a lui si muovono contemporaneamente governi stranieri, piattaforme globali, mercati finanziari, reti politiche transnazionali e interessi sulle risorse del suo sottosuolo.
A Washington hanno una preferenza. A Buenos Aires anche. A Gerusalemme l’hanno resa pubblica. Su Polymarket qualcuno l’ha trasformata in una quota.
Ma nessuno di loro possiede un voto brasiliano.
Il 4 ottobre il Brasile entrerà nella cabina elettorale.
Per una volta, lì dentro, 58 centesimi torneranno a valere esattamente 58 centesimi.
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