di Federica Cannas

Un tempo era più facile capire da che parte stava la sinistra. Essere di sinistra significava guardare il mondo da una prospettiva riconoscibile. E c’era l’idea che nascere poveri o ricchi, al centro o ai margini, non dovesse decidere in anticipo il posto di ciascuno nella società, perché alla politica spettava anche impedire che il destino di una persona fosse già scritto nelle sue condizioni di partenza.

Non era semplice nemmeno allora, intendiamoci. Ma esisteva una geografia politica abbastanza riconoscibile. C’erano il lavoro, la fabbrica, il sindacato, il salario, la scuola pubblica, la casa, la sanità, le pensioni. Parole capaci di organizzare un’appartenenza e un futuro.

Oggi quelle parole esistono ancora. È il mondo intorno ad aver cambiato forma.

Si può lavorare otto ore senza avere un luogo di lavoro. Un algoritmo può decidere chi verrà assunto, quanto lavorerà un rider, quale curriculum sarà letto e quale resterà invisibile. Una comunità indigena può difendere il proprio territorio da una miniera di litio necessaria alla transizione ecologica. Una famiglia può avere due stipendi e scoprire comunque che affitto, alimenti ed energia hanno divorato la sicurezza che il lavoro avrebbe dovuto garantire.

È forse da qui che bisogna ricominciare. Non dalla domanda su quanto la sinistra debba essere radicale o moderata, antica o moderna, movimentista o di governo, ma da una questione molto più elementare. Cosa cambia nella vita di una persona quando governa una forza progressista?

L’America Latina è un luogo particolarmente interessante per cercare una risposta, perché negli ultimi venticinque anni ha sperimentato quasi tutto. La prima marea rosa, il ritorno delle destre, una nuova stagione progressista e un’altra avanzata conservatrice. Lula, Chávez, Kirchner, Correa, Morales, Mujica. Poi Bolsonaro, Macri e governi di segno opposto. Quindi ancora Lula, Boric, Petro, Sheinbaum, Orsi. Milioni di persone sono uscite dalla povertà, altre vi sono tornate. Sono stati costruiti sistemi di protezione sociale, riformati pensioni e lavoro, riconosciuti diritti che pochi decenni prima sembravano impensabili.

Eppure la destra è tornata.

È questa la parte della storia che dovrebbe interessare maggiormente la sinistra. Non basta dire che gli elettori sono stati sedotti dalla propaganda, dagli algoritmi, dalla disinformazione o dalla rabbia. La domanda politica viene subito dopo. Perché la destra ha vinto?

Forse perché una parte del progressismo ha imparato molto bene a parlare dei diritti e meno bene della paura di non arrivare alla fine del mese. Ha difeso lo Stato senza domandarsi abbastanza se quello Stato funzionasse. Ha parlato di transizione ecologica a persone preoccupate per il prezzo della benzina senza riuscire a mostrare il legame tra le due questioni. Ha celebrato l’occupazione mentre diventava evidente che avere un lavoro non garantisce più necessariamente una vita dignitosa.

C’è però un’autocritica ancora più difficile da fare. Una sinistra che spiega le proprie sconfitte soltanto attraverso la forza dell’avversario finisce per non capire le ragioni della propria debolezza. Può denunciare la propaganda, la disinformazione, la concentrazione dei media e la capacità delle destre di trasformare la paura in consenso, ma resta una domanda alla quale prima o poi deve rispondere: perché quelle paure hanno ottenuto così facilmente consenso?

Vale anche per la sicurezza, un terreno che una parte del progressismo ha lasciato troppo facilmente alla destra. Ma poter attraversare una strada senza paura, vivere un quartiere senza sentirsi abbandonati, sapere che lo Stato è presente quando serve sono anch’essi diritti. Se la sinistra non riesce a parlare di sicurezza senza rinunciare alle proprie idee di libertà, giustizia e garanzie, qualcun altro lo farà al suo posto, offrendo risposte molto più semplici.

Forse il problema comincia quando una forza politica smette di ascoltare, prima ancora di smettere di essere ascoltata. Governare può produrre questa distanza. Si finisce per conoscere la società attraverso statistiche, riunioni, sondaggi e categorie politiche, mentre fuori le persone hanno già cambiato domande. Tornare ad ascoltare non significa inseguire ogni paura o trasformare ogni malessere in un programma. Significa capire che nessuna identità progressista può sostituire la prova più concreta della politica: migliorare la vita delle persone.

Nel frattempo è cambiato anche il lavoro. L’operaio non è scomparso, ma accanto a lui ci sono il rider, la badante, il ricercatore precario, la cassiera con un part-time involontario, il lavoratore di una piattaforma, l’insegnante che cambia città ogni anno, il giovane che lavora da casa per un’impresa che non ha mai visto.

Il conflitto tra capitale e lavoro non è finito. Ha cambiato indirizzo.

Il progressismo latinoamericano lo incontra anche in una delle sue contraddizioni più profonde. Per decenni petrolio, rame, soia, gas, ferro e litio hanno finanziato politiche sociali e consentito di redistribuire risorse. Oggi quel modello entra in collisione con un’altra promessa progressista: difendere l’ambiente, i territori, le comunità indigene e le generazioni future.

Il litio racconta bene il problema. Serve alla decarbonizzazione, ma estrarlo significa intervenire su territori fragili, utilizzare acqua e spesso entrare in conflitto con le popolazioni che li abitano. Una sinistra del XXI secolo non può chiedere al lavoratore di sacrificare il salario per salvare il pianeta, né a una comunità indigena di sacrificare il proprio territorio perché qualcun altro possa guidare un’automobile elettrica a diecimila chilometri di distanza.

La questione ecologica è diventata una questione sociale.

Lo stesso vale per la tecnologia. L’intelligenza artificiale è già dentro il presente. Seleziona candidati, organizza turni, misura produttività, sostituisce alcune mansioni e ne crea altre. La questione politica non è essere favorevoli o contrari. È capire chi possiede gli strumenti, chi riceve i guadagni di produttività, chi protegge il lavoratore e chi controlla che un algoritmo non trasformi una discriminazione antica in una decisione automatica apparentemente neutrale.

Sono domande antichissime travestite da domande nuovissime. Parlano ancora di potere.

Ed è forse questo che la sinistra deve recuperare: la capacità di riconoscere il potere quando cambia forma.

Le nuove destre, intanto, hanno capito che le persone non votano soltanto sulla base dei propri interessi economici. Votano per sentirsi riconosciute, per paura, appartenenza, rabbia, sicurezza. E soprattutto ricevono una spiegazione semplice dei propri problemi.

La risposta progressista non può consistere nello spiegare alle persone che stanno provando la rabbia sbagliata. Deve tornare a dare un nome alle cause.

Se una persona lavora e rimane povera, qualcosa non funziona nel lavoro. Se un giovane non può permettersi una casa, esiste un problema politico. Se una donna rinuncia al lavoro perché non trova un asilo, la cura riguarda l’intera società. Se un territorio viene devastato per produrre energia pulita altrove, quella non è automaticamente una transizione giusta. Se la tecnologia aumenta enormemente la produttività mentre il tempo di lavoro rimane identico, qualcuno ha deciso chi dovesse incassarne il beneficio.

Ed è qui che il Sudamerica smette di essere lontano.

Anche in Italia possiamo celebrare l’aumento dell’occupazione e scoprire contemporaneamente che avere un lavoro non significa essere al riparo dalla povertà. Possiamo parlare di intelligenza artificiale come occasione di produttività mentre modifica già competenze e opportunità professionali. Possiamo difendere la sanità pubblica come principio mentre si aspetta mesi per una visita specialistica.

E la sinistra rischia di discutere di se stessa mentre gli altri discutono della vita delle persone.

Campo largo o campo stretto, centro o sinistra, moderazione o radicalità, leader unitario o leadership plurale. Sono questioni reali, ma diventano irrilevanti quando occupano tutto lo spazio. Una donna che guadagna millecinquecento euro e ne paga ottocento di affitto non si sveglia chiedendosi quale sia il perimetro ideale della coalizione progressista. Si domanda se potrà continuare a vivere nella propria città. Un trentenne con contratti intermittenti vuole sapere se potrà progettare i prossimi cinque anni. Chi è in attesa da mesi di una visita specialistica non ha bisogno di sentirsi dire che la sanità pubblica è un valore. Ha bisogno che funzioni.

La destra ha costruito un racconto riconoscibile di protezione: confini, sicurezza, identità, famiglia, nazione. Il progressismo deve costruire la propria.

Proteggere il salario dall’inflazione, il tempo dalla precarietà, la salute dal reddito, la vecchiaia dalla paura, la maternità dalla rinuncia al lavoro, il territorio dalla devastazione, il lavoratore dall’algoritmo, la libertà dall’autoritarismo. E persino il futuro dalla sensazione che sarà necessariamente peggiore del presente.

Non sarebbe un ritorno nostalgico alla sinistra di una volta. Sarebbe recuperare la sua ragione originaria, ossia l’idea che condizioni considerate naturali possano essere cambiate attraverso l’azione collettiva.

La povertà sembrava naturale. L’esclusione delle donne sembrava naturale. Il dominio coloniale sembrava naturale. La distruzione dell’ambiente è stata considerata a lungo il prezzo naturale dello sviluppo. Persino l’algoritmo rischia oggi di essere presentato allo stesso modo: «lo ha deciso il sistema».

La politica comincia quando qualcuno risponde che no, non era inevitabile.

Forse allora la domanda non è più dove sia la sinistra, ma se sappia ancora guardare ciò che il proprio tempo presenta come inevitabile, un salario insufficiente, una casa irraggiungibile, un lavoro senza sicurezza, una tecnologia senza controllo, un pianeta consumato, una democrazia impoverita, e tornare a dire che può essere diverso.

In Sudamerica come in Italia, il futuro del progressismo potrebbe dipendere molto meno dalla capacità di dimostrare di essere ancora di sinistra e molto di più dalla capacità di ricordare perché la sinistra era nata.

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