
di Federica Cannas
Violeta ha poco più di un anno e non sa ancora chi sia Donald Trump. Non conosce Nicolás Maduro, non sa cosa significhi imperialismo, non ha memoria delle dittature sudamericane e la parola sinistra non ha per lei alcun significato.
Gabriel Boric lo sa. Ed è per questo, che il 21 agosto, al Teatro Solís di Montevideo, davanti ai partecipanti del terzo Congresso Panamericano, ha scelto una cosa piuttosto insolita per un uomo politico. Invece di cominciare dall’analisi delle sconfitte elettorali del progressismo latinoamericano, ha scritto una lettera a sua figlia.
«Hija», comincia. E improvvisamente la politica cambia dimensione.
Boric guarda gli occhi ancora inconsapevoli di Violeta e pensa a tutto ciò che lei non conosce. Alle guerre, alle popolazioni costrette ad abbandonare la propria terra, alla violenza, ai territori devastati, a un pianeta che gli adulti stanno consegnando ai bambini in condizioni peggiori di quelle in cui lo hanno ricevuto. Non è l’inizio di una lettera disperata. Boric non vuole insegnare la paura a sua figlia.
Le racconta che l’America è una sola e che anche quella è casa sua. Che dall’altra parte delle Ande vivono bambini che non incontrerà forse mai, nell’Alto Perù, in Brasile, in Guatemala, nella selva messicana, eppure appartengono in qualche modo alla stessa storia. Persino gli argentini, scherza, benché diventino insopportabili quando si parla di calcio.
È una piccola battuta dentro un pensiero enorme. Nessuno nasce soltanto nel luogo indicato sul proprio certificato di nascita.
Si nasce anche dentro una geografia morale.
E quella che Boric consegna a Violeta è l’America Latina.
Non quella delle cartine appese alle pareti, divisa da frontiere colorate e capitali da imparare a memoria. È un continente fatto di persone che non si sono mai incontrate e tuttavia hanno combattuto, sofferto, sperato dentro una storia comune. Un luogo nel quale ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza può riguardarti perché appartiene anche alla memoria che hai ricevuto.
Poi arriva il passaggio più bello.
Boric spiega a sua figlia che il mondo non è cominciato con lei. E neppure con suo padre. Non è cominciato con i suoi nonni. Prima di noi sono esistite migliaia di vite, scelte, errori, sconfitte e gesti di coraggio che hanno reso possibile il punto esatto nel quale oggi ci troviamo.
Per questo, le dice, quando camminerai nel mondo ricordati che lo farai parada en hombros de gigantes.
Sulle spalle dei giganti.
È un’immagine antica, eppure pronunciata da un padre davanti alla figlia di un anno ritrova qualcosa di elementare.
Noi vediamo più lontano perché qualcuno, prima di noi, ci ha sollevati.
E allora Boric comincia a presentare quei giganti a Violeta.
C’è Pepe Mujica, insieme a Lucía Topolansky. Da loro vorrebbe che imparasse l’umiltà e la coerenza, quella forma rarissima di credibilità che nasce quando la distanza tra ciò che un uomo dice e il modo in cui vive diventa quasi impercettibile.
Ci sono le sorelle Mirabal, Patria, Minerva e María Teresa, assassinate il 25 novembre 1960 dalla dittatura di Rafael Trujillo nella Repubblica Dominicana. Boric le racconta con un’immagine bellissima: il loro sangue seminò farfalle. Erano Las Mariposas, le Farfalle. Credevano di averle eliminate e invece il loro nome sarebbe diventato, decenni dopo, una giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
C’è Lula.
Boric lo presenta quasi come si presenta a una bambina un vecchio amico di famiglia: tuo “zio” Lula. Ha ottant’anni e combatte ancora con l’energia di un giovane. Dentro quella familiarità c’è forse una delle idee più profonde della lettera. La politica non è soltanto una successione di presidenti. Può essere anche una catena di affetti, apprendimenti, generazioni che si osservano e si passano qualcosa.
E infine arriva Salvador Allende.
Boric dice a Violeta che è stato un vecchio presidente del Cile che suo padre non ha mai conosciuto. Potrebbe raccontarle il bombardamento della Moneda, l’11 settembre, il golpe, Pinochet, la morte. Invece sceglie ciò che vuole salvare di quella storia.
Una lezione.
Socialismo e democrazia devono camminare insieme.
È straordinario pensare alla strada percorsa da quelle parole. Un presidente morto nel 1973 le consegna, attraverso la storia, a un ragazzo nato tredici anni dopo. Quel ragazzo diventa presidente del Cile e, mezzo secolo dopo la morte di Allende, le racconta a una bambina nata quando lui stesso era alla Moneda.
Questo significa memoria quando è viva.
Non conservare il passato sotto vetro. Farlo viaggiare.
Da Allende a Boric. Da Boric a Violeta. E un giorno, forse, da Violeta a qualcuno che oggi non esiste ancora.
Ogni generazione riceve un mondo che non ha scelto. Riceve le sue ingiustizie e le sue conquiste, le parole inventate prima della sua nascita, le libertà pagate da sconosciuti, gli errori commessi dai padri, le battaglie lasciate a metà. Può dimenticare tutto oppure decidere che quella storia le appartiene abbastanza da continuare a interrogarla.
Boric non chiede a sua figlia di diventare ciò che è stato lui.
Ed è forse questo che rende la lettera così bella.
Non le consegna un catechismo politico. Le consegna dei nomi.
Le dice, in sostanza, prima di te sono esistite queste persone. Guarda cosa hanno fatto. Guarda dove hanno sbagliato. Guarda quanto hanno rischiato. Poi scegli tu.
È una forma molto delicata di eredità.
Perché le eredità politiche diventano pericolose quando pretendono obbedienza. Diventano preziose quando offrono strumenti per capire il presente.
E infatti, quando la lettera torna al presente, Boric non nasconde a Violeta che il mondo è difficile. Riprende Benedetti perché forse soltanto la letteratura riesce a tenere insieme sentimenti apparentemente incompatibili senza obbligarci a sceglierne uno.
Si può essere arrabbiati e continuare ad amare il mondo. Si può vedere l’ingiustizia senza consegnarsi alla disperazione. Si può perdere e continuare a immaginare.
È questo, alla fine, che Boric sembra voler lasciare alla figlia.
Non l’ottimismo ingenuo di chi crede che tutto andrà bebe, ma la decisione di comportarsi come se un mondo migliore fosse ancora possibile proprio quando le ragioni per dubitarne sono molte.
Dopo aver terminato la lettera, Boric torna a parlare alla platea. E ciò che fino a quel momento sembrava appartenere a un padre e a sua figlia diventa improvvisamente un discorso sulla sinistra.
Dice che la sinistra non può trasformarsi in un interminabile muro del pianto. Che non deve limitarsi ad amministrare il presente. Che perdere le elezioni non significa necessariamente avere avuto idee troppo radicali e che inseguire la destra sul suo terreno non garantisce affatto di riconquistare chi se ne è andato.
Poi pronuncia una frase semplice: la izquierda está viva.
La sinistra è viva.
Dopo la lettera a Violeta, quelle parole significano qualcosa di diverso.
Essere vivi non significa necessariamente governare. Non significa vincere sempre, avere ragione sempre, non commettere errori. Significa possedere ancora qualcosa da trasmettere.
Forse è questo il filo segreto di tutta la lettera.
Mujica non è soltanto Mujica. Le Mirabal non sono soltanto le Mirabal. Lula non è soltanto Lula. Allende non è soltanto Allende. Sono persone diventate racconti, e i racconti hanno una strana capacità che il potere non possiede. Possono attraversare il tempo. Un mandato presidenziale finisce in un giorno preciso.
Una storia no.
Violeta oggi ha un anno. Di quella sera al Teatro Solís non conserverà alcun ricordo. Un giorno potrà vedere il video, leggere la lettera, forse sorridere dell’enfasi di suo padre. Potrà essere d’accordo con lui oppure no. Potrà persino scegliere idee completamente diverse.
Ma saprà una cosa.
Qualcuno, quando lei era troppo piccola per comprenderlo, ha provato a raccontarle da dove veniva.
E tra tutte le eredità che un padre può lasciare a una figlia, sapere di non essere arrivata per prima nel mondo, sapere che prima di lei altri hanno combattuto perché quel mondo fosse un poco più giusto, è forse una delle più belle.
Perché stare sulle spalle dei giganti non significa vivere della loro grandezza.
Significa poter guardare un po’ più lontano.
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