
di Federica Cannas
Per capire che cosa è successo domenica 4 ottobre in Brasile bisogna guardare quel numero, circa il 47 per cento, e poi provare per un momento a dimenticarlo.
Flávio Bolsonaro ha ottenuto poco più del 47 per cento dei voti validi, precedendo Luiz Inácio Lula da Silva, fermo poco sopra il 45 per cento. Tra i due, una distanza di circa due punti percentuali e poco più di due milioni di voti. Nessuno ha raggiunto la maggioranza assoluta e il prossimo presidente del Brasile sarà deciso il 25 ottobre.
È un risultato importante e inatteso nelle proporzioni, perché alla vigilia gli ultimi sondaggi indicavano generalmente Lula davanti o i due candidati sostanzialmente appaiati. La Quaest del 3 ottobre attribuiva, tra i voti validi, il 46 per cento a Lula e il 45 a Bolsonaro. Le urne hanno invertito l’ordine.
Ma l’errore più facile sarebbe trasformare quelle percentuali nell’intera storia.
Il Brasile che esce dalle urne del 4 ottobre non ha ancora scelto il proprio presidente. Ha mostrato invece quanto sia diventata profonda una frattura politica che ormai supera i confini del paese. Perché in queste elezioni si è parlato certamente di inflazione, sicurezza, debito pubblico, corruzione, occupazione. Ma si è parlato anche di Donald Trump, Stati Uniti, Cina, sovranità nazionale, Amazzonia, BRICS, rapporti con il Sud globale. Raramente una campagna elettorale brasiliana era stata osservata con tanta attenzione fuori dal Brasile.
Gustavo Petro, l’ex presidente colombiano, ha affidato ai social il proprio sostegno a Lula, auspicando «un Brasile per la libertà, che non lasci che il mondo dimentichi la democrazia» e invitando a contrastare «i bot e la falsità». Nei giorni precedenti aveva già richiamato l’attenzione sull’azione delle cosiddette “fabbriche di bot” e sulla capacità degli strumenti digitali di condizionare il dibattito politico.
Camila Vallejo è andata ancora più lontano. L’ex ministra e portavoce del governo di Gabriel Boric era in Brasile nei giorni del voto e ha partecipato alla fase finale della campagna di Lula. La sua lettura è stata esplicitamente latinoamericana. Ciò che accade in Brasile riguarda la sovranità delle nazioni della regione e la loro possibilità di decidere il proprio futuro senza interventi esterni. Durante lo scrutinio ha richiamato anche il ritorno, in forme nuove, della vecchia dottrina Monroe, cioè l’idea di un’America Latina nuovamente considerata come spazio naturale di influenza degli Stati Uniti.
Sono dichiarazioni politiche, naturalmente. Ma dicono qualcosa dell’importanza che il voto brasiliano ha assunto fuori dal Brasile.
Il continente nel quale Lula aveva iniziato il suo terzo mandato nel gennaio 2023 non esiste più.
La geografia politica latinoamericana è cambiata e il ciclo progressista che soltanto pochi anni fa sembrava attraversare buona parte del continente ha perso governi, elezioni e capacità di espansione. In questo nuovo scenario il Brasile pesa in maniera sproporzionata. È la maggiore economia dell’America Latina, il paese più popoloso della regione, uno dei protagonisti dei BRICS, custodisce gran parte dell’Amazzonia ed è diventato uno degli interlocutori più visibili del Sud globale. La sua politica estera non riguarda quindi soltanto Brasilia.
Lo dimostra anche l’attenzione di Washington.
Donald Trump aveva dichiarato alla vigilia di seguire le elezioni brasiliane molto da vicino. La questione delle possibili interferenze straniere è diventata sufficientemente seria perché la Polícia Federal brasiliana abbia aperto un’indagine su una possibile ingerenza statunitense nel processo elettorale. Si tratta di un’indagine, non dell’accertamento di un’interferenza. Il solo fatto che questo tema sia entrato nella campagna racconta però quanto il voto brasiliano sia diventato parte di una partita geopolitica più grande.
È precisamente questa dimensione a rendere insufficiente una lettura delle elezioni come semplice confronto fra due candidati.
Lula arriva al secondo turno da una posizione diversa rispetto al 2022. Quattro anni fa aveva ottenuto al primo turno il 48,43 per cento e Jair Bolsonaro il 43,20. Questa volta il presidente uscente deve inseguire. E soprattutto deve capire perché una parte del Brasile che ha beneficiato dei risultati economici e sociali del suo governo non abbia trasformato automaticamente quei risultati in consenso elettorale.
Anche il voto per il Congresso impedisce però di raccontare il 4 ottobre come uno spostamento uniforme del Brasile verso destra. A São Paulo, Tabata Amaral, deputata del Partido Socialista Brasileiro, è stata rieletta alla Camera con oltre 470 mila voti. Erika Hilton, del PSOL, ha superato invece un milione e mezzo di preferenze, diventando una delle candidate alla Camera più votate del paese.
Due storie politiche differenti, due linguaggi diversi, ma un dato comune. Mentre Lula arriva al secondo turno costretto a recuperare terreno, esiste un elettorato progressista che continua a riconoscersi in figure capaci di costruire un rapporto diretto con parti della società brasiliana. È un elemento che rende meno semplice la fotografia uscita dalle urne.
Il 4 ottobre ha certamente mostrato la forza della destra e del bolsonarismo. Ma non racconta un Brasile diventato improvvisamente conservatore. Racconta piuttosto un paese nel quale il progressismo conserva consensi importanti e, nello stesso tempo, fatica a trasformarli in una maggioranza presidenziale. La distinzione è tutt’altro che secondaria. Potrebbe significare che una parte degli elettori non si è allontanata necessariamente dalle istanze progressiste, quanto dal modo in cui queste vengono oggi rappresentate a livello nazionale.
Ed è probabilmente qui che comincia davvero il secondo turno.
Lula non può limitarsi a spiegare ciò che ha fatto. Deve spiegare che cosa vuole fare del Brasile.
È una differenza enorme.
Dopo anni nei quali una parte del progressismo latinoamericano ha costruito le proprie campagne soprattutto intorno alla necessità di impedire il ritorno delle destre radicali, il voto brasiliano pone una domanda più scomoda. Può essere sufficiente chiedere agli elettori che cosa vogliono evitare oppure bisogna tornare a raccontare che cosa si vuole costruire?
Anche la geografia elettorale obbliga a interrogarsi. Il bolsonarismo ha guadagnato terreno persino in aree del Nordeste considerate tradizionalmente favorevoli a Lula. Alcuni analisti brasiliani indicano tra le possibili spiegazioni il rapporto costruito dalla destra con le amministrazioni locali attraverso le risorse parlamentari e una crescita del consenso in specifiche fasce dell’elettorato. Saranno necessari dati più completi per capire quanto abbiano pesato questi fattori. Ma una cosa appare già evidente: considerare determinate regioni come riserve elettorali immutabili sarebbe un errore.
Il 25 ottobre, dunque, non si ripeterà semplicemente il voto del 4 ottobre con due nomi invece di molti.
Comincia un’altra campagna.
Flávio Bolsonaro dovrà trasformare il vantaggio del primo turno in una maggioranza nazionale. Lula dovrà colmare una distanza di poco più di due milioni di voti e, soprattutto, ricostruire un rapporto con una parte del paese che non ha riconosciuto nel governo ragioni sufficienti per confermarlo.
Ci sono tre settimane.
E in tre settimane il Brasile discuterà inevitabilmente di salari, prezzi, sicurezza, tasse e governo. Ma discuterà anche di qualcosa che non entra facilmente in una scheda elettorale: quale posto vuole occupare nel mondo.
Perché il 4 ottobre ha consegnato una certezza e una domanda.
La certezza è che tra i due candidati principali ci sono appena due punti percentuali. La domanda riguarda anche il resto dell’America Latina. Cosa diventa un continente quando il suo paese più grande cambia direzione?
La risposta, per ora, è ancora dentro un’urna.
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