di Federica Cannas

Non ha ancora messo piede nella Casa de Nariño, ma Abelardo de la Espriella si è già paragonato ad Alessandro Magno. Con l’esercito persiano di Gustavo Petro alle spalle e il clan Char in tasca.

Ha già rivelato tutto di sé, anche ciò che vorrebbe tenere nascosto, nell’istante in cui, credendosi finalmente al sicuro, si è abbandonato alla mitologia di sé stesso.

Abelardo de la Espriella, a poche ore dalla proclamazione ufficiale da parte del Consiglio Nazionale Elettorale colombiano, davanti alle telecamere, con le credenziali presidenziali ancora calde tra le mani, ha scelto di raccontare la propria vittoria elettorale ricorrendo a uno dei più ambiziosi paragoni della storia umana: Alessandro Magno contro l’Impero Persiano.

“Questa vittoria è un’epopea,” ha dichiarato. “Non ci siamo mai lasciati intimidire dall’apparente superiorità dell’avversario. Perché fin dal primo giorno abbiamo capito che la determinazione di un popolo libero vale infinitamente di più di qualsiasi macchinario.”

Bella frase. Peccato che l’avversario in questione fosse Iván Cepeda, senatore, candidato del Pacto Histórico, e che il famoso “immenso Esercito Persiano” con cui de la Espriella ha equiparato la coalizione di sinistra avesse preso, in effetti, 250.000 voti in più di lui. Ma i dettagli, si sa, non fanno le epopee.

Quello che rende il paragone con Alessandro Magno particolarmente gustoso è il contesto in cui viene pronunciato. De la Espriella ha insistito, nel suo discorso, di aver condotto una campagna “senza strutture politiche né gruppi economici” al proprio fianco. Un’affermazione che fa sorridere. Il clan Char, il più potente apparato politico del Caribe colombiano, e i Daes, i loro mega-appaltatori, avevano apertamente sostenuto la sua candidatura. Senza dimenticare che de la Espriella aveva già bruciato circa 14 miliardi di pesos nella sola prima tornata, più di qualsiasi altro candidato. Alessandro Magno, a quanto consta, non aveva un ufficio comunicazione che investiva in targeting digitale.

La vittoria del “Tigre”, così lo chiamano i suoi sostenitori, è stata in larga parte una vittoria mediatica. Secondo gli analisti di La Silla Vacía, tra il 50% e il 60% dei costi della campagna sono andati alla pubblicità digitale, con annunci targettizzati attraverso intelligenza artificiale sui social network. Cepeda, dal canto suo, aveva investito circa quindici volte meno. Non è un’epopea omerica, è più una campagna elettorale del 2026, funzionata esattamente come funzionano ormai tutte le campagne elettorali nell’era di Trump e Milei, i due referenti espliciti del programma di governo di de la Espriella.

Nello stesso discorso in cui si è paragonato ad Alessandro il Grande, de la Espriella ha definito il governo uscente di Gustavo Petro un “regime socialcomunista,” e ha annunciato un “empalme anticorruzione” per fare, parole sue, “un riguroso taglio dei conti e determinare il saccheggio.”

Saccheggio. La parola è suggestiva. Proviamo, quindi, a ripercorrere i danni di questo presunto saccheggio.

In quattro anni di mandato, il governo Petro ha registrato il tasso di disoccupazione più basso del secolo. La povertà multidimensionale è scesa sotto la soglia del 10% per la prima volta nella storia del paese. Sono stati formalizzati oltre 2 milioni di ettari di terra per i contadini, nell’ambito di una riforma agraria che le Nazioni Unite hanno riconosciuto come modello internazionale, tanto da farne il tema centrale della Conferenza Internazionale sulla Riforma Agraria di Cartagena nel 2026. Il bilancio della sanità è cresciuto del 51,4%, passando da 48,5 a 73,5 trilioni di pesos. Sono stati realizzati quasi 1.900 progetti di infrastruttura ospedaliera in 609 comuni. Le energie pulite sono passate dal 2% al 16% della matrice elettrica nazionale. La Colombia è diventata il primo paese al mondo a proteggere 483.000 chilometri quadrati del proprio bioma amazzonico dall’estrazione mineraria e dagli idrocarburi, riducendo la deforestazione del 39% a livello nazionale e del 32% in Amazzonia. L’inflazione alimentare è calata dal 25,57% del 2022 al 6,27% del marzo 2026. E in politica estera, la Colombia è stata eletta all’unanimità a presiedere la CELAC nel 2025.

Questo è il “saccheggio” da cui de la Espriella promette di proteggere la Colombia. Un paese che, stando ai numeri, era uscito dai quattro anni di Petro con meno poveri, più terra ridistribuita, ospedali più attrezzati, una foresta amazzonica più tutelata e un peso internazionale rinnovato.

Oggi è stata una giornata, in fondo, in cui si è svolto il festival dell’immaginario storico. Se de la Espriella si ergeva ad Alessandro Magno, Gustavo Petro sceglieva per sé una metafora altrettanto gravida: “Mi sento come se dovessi consegnare la spada di Bolívar a un viceré,” ha scritto sul proprio profilo X il 24 giugno, in riferimento al presidente eletto.

Bolívar e il Viceré. Due simboli perfetti, che condensano in un’immagine sola l’intera posta in gioco di questa transizione. Da un lato, il progetto di sovranità popolare e latinoamericanismo, dall’altro, ciò che Petro legge come una restituzione del potere a chi lo ha sempre detenuto, ora riverniciata con una retorica anti-establishment e condita di religiosità messianica. Perché de la Espriella, prima ancora di citare Alessandro Magno, aveva aperto il suo discorso con le parole “grazie, Cristo Re” e aveva definito il dio cristiano “guida permanente delle nazioni.” Una formula che non sarebbe dispiaciuta a nessun teologo del XVII secolo.

Aldilà delle metafore, ciò che de la Espriella si appresta a fare alla Colombia è sufficientemente chiaro da quanto ha dichiarato in campagna. Il suo programma si chiama “País Milagro”, Paese Miracolo, e i suoi riferimenti espliciti sono Javier Milei in Argentina e Nayib Bukele in El Salvador. Riduzione dello Stato del 40%, eliminazione di ministeri e strutture burocratiche, tagli fiscali, deregolamentazione massiccia, fracking per rilanciare gli idrocarburi, 10 megacarceri per chi produce e vende droga. Addio alla Paz Total di Petro. Ai gruppi armati, nel suo primo discorso, de la Espriella ha concesso un mese per “organizzare la propria resa allo Stato di diritto.” Il modello è quello militare, non quello diplomatico.

Sul fronte internazionale, il messaggio è già chiarissimo. Nelle prime ore dopo la vittoria, de la Espriella ha ricevuto la telefonata di Marco Rubio, Segretario di Stato americano, che ha salutato l’elezione con entusiasmo. Pete Hegseth, Segretario alla Guerra di Washington, lo ha invitato a lavorare con la Coalizione delle Americhe contro i Cartelli. A partire dal 7 agosto, la Colombia entrerà nello “Scudo delle Americhe,” l’iniziativa di cooperazione regionale contro il crimine organizzato promossa dall’amministrazione Trump. E, dettaglio non secondario, in un momento in cui l’opinione pubblica internazionale osserva con sgomento la continuazione dell’offensiva israeliana a Gaza, il programma di governo di de la Espriella prevede esplicitamente una cooperazione tecnologica con Israele per dotare le forze armate colombiane di “tecnologia d’avanguardia.”

Petro aveva rotto le relazioni diplomatiche con Israele nel maggio 2024, dopo il massacro di Rafah, in una delle poche decisioni di politica estera di uno Stato latinoamericano che ha avuto una risonanza realmente globale. De la Espriella le ripristinerà.

Il paradosso di tutta questa retorica epica è che de la Espriella ha vinto con uno scarto di soli 250.000 voti, meno di quanto ne ha persi Cepeda. In un paese di oltre 50 milioni di abitanti, la “patria milagro” è passata per una manciata di percentuali, in una competizione in cui la macchina digitale, gli alleati potenti e il vento internazionale trumpiano hanno pesato quanto i contenuti programmatici, forse di più.

Lo sa anche Petro, che non ha riconosciuto formalmente i risultati per giorni, pur avviando il processo di transizione, e ha continuato a denunciare un’ingerenza straniera nelle elezioni. Lo sanno i 12,7 milioni di colombiani che hanno votato per Cepeda e che, come ha promesso de la Espriella stesso nel suo discorso della vittoria, “non dovranno mai temere per pensare diversamente.” Una promessa che vale quanto tutte le promesse dei conquistatori prima di entrare in città.

Il 7 agosto 2026, quando Gustavo Petro consegnerà la presidenza ad Abelardo de la Espriella, si chiuderà il primo, e per ora unico, esperimento di governo progressista nella storia della Colombia moderna. Un governo che, come tutti i governi, ha avuto le sue contraddizioni, i suoi fallimenti e le sue promesse non mantenute. La riforma sanitaria non è passata. Il conflitto armato, nonostante la Paz Total, ha vissuto nel maggio 2026 la sua peggior crisi umanitaria dell’ultimo decennio, secondo la Croce Rossa Internazionale. La gestione di alcune politiche economiche ha sollevato legittimi interrogativi.

Ma ciò che rimane, la riduzione della povertà, la riforma agraria, la difesa dell’Amazzonia, la voce internazionale sulla Palestina, la transizione energetica, il rispetto delle istituzioni anche davanti a un’opposizione feroce, è il sedimento di quattro anni in cui la Colombia ha provato a essere qualcosa di diverso da ciò che è sempre stata.

De la Espriella promette di tornare a ciò che era prima. Con più Dio, più mercato, più carceri, più alleanze con Washington e Tel Aviv, e una retorica epica che evoca Alessandro Magno in un paese dove, ogni anno, vengono assassinati centinaia di leader sociali e difensori dei diritti umani.

Alessandro Magno, almeno, aveva conquistato un impero. De la Espriella ha vinto un’elezione — per duecentocinquantamila voti. Quel che farà con la Colombia lo scopriremo il 7 agosto. Ma il confronto con i condottieri della storia universale, pronunciato prima ancora di aver firmato il primo decreto, dice già tutto sul tipo di presidenza che ci aspetta.

Le epopee, si sa, hanno sempre bisogno di un nemico all’altezza. E il “regime socialcomunista” che ha formalizzato due milioni di ettari di terra per i contadini, ridotto la povertà a un solo dígito e protetto l’Amazzonia è, evidentemente, un avversario degno del conquistatore macedone.

Peccato che la storia, di solito, non la scrivano i vincitori delle elezioni. La scrivono i risultati.

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