Patria

di Federica Cannas
C’è una parola che i bambini di Gaza imparano a scuola prima ancora di imparare a scrivere il proprio nome. Patria. Ma è una parola che per loro non ha mai avuto un corrispettivo concreto.
Il 14 maggio 1948, allo scadere del Mandato britannico sulla Palestina, finiva un’amministrazione durata trent’anni e cominciava, nello stesso giorno, la Nakba, l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi dalle proprie case. Da allora la Palestina è esistita più nei documenti dell’ONU che nei fatti. Una risoluzione del 1947 che divideva la terra in due Stati, uno dei quali non è mai nato per intero, e non è mai stato lasciato nascere. Una scelta, ripetuta ogni giorno da settantotto anni, di tenere un popolo intero sospeso nella condizione più crudele che esista, ossia avere una patria immaginata, cantata, pianta, e mai avuta.
Prima ancora, nel 1917, un ministro degli esteri britannico aveva scritto una lettera di poche righe, la dichiarazione Balfour, promettendo un “focolare nazionale ebraico” in una terra che non gli apparteneva, abitata da un popolo che quella lettera non menzionava quasi. È lì, in quelle poche righe scritte da un uomo che non aveva mai visto Gerusalemme, che comincia la lunga contabilità dei torti. Una promessa fatta sopra la testa di chi ci viveva già, di generazione in generazione, tra ulivi che alcuni di loro piantavano sapendo che i frutti li avrebbero raccolti i nipoti, non loro. È un dettaglio che vale la pena ricordare. In molte case palestinesi la chiave della casa perduta nel 1948, durante quella che gli storici arabi chiamano Nakba, la catastrofe, viene ancora tramandata come un’eredità. Non apre più nessuna porta. Ma si tramanda lo stesso, di padre in figlio.
Zakaria Baker, per anni alla guida del sindacato dei pescatori di Gaza, lo ripete da tempo. La zona di pesca consentita da Israele si è mossa nel corso dei decenni tra le tre e le venti miglia nautiche, quest’ultima la soglia fissata dagli accordi di Oslo del 1993 e mai davvero applicata. Sei miglia, a volte tre, a seconda del momento politico. Non è un aneddoto marginale. È la sintesi perfetta di cosa voglia dire non avere patria. Non poter decidere nemmeno di quanto mare sei padrone, mentre il mare, in teoria, rappresenta la libertà ed è lì, davanti a casa tua, a due passi. La stessa logica vale per la terra. Un contadino della Cisgiordania può avere il titolo di proprietà su un uliveto e non poterci arrivare, perché nel mezzo è sorto un checkpoint, o un insediamento, o semplicemente un cancello che si apre due ore al giorno, quando va bene. Si può essere proprietari e stranieri sulla propria terra, contemporaneamente. È una delle poche cose che l’occupazione ha inventato di davvero originale.
La patria, per chi ce l’ha, è un fatto acquisito, quasi noioso. Un documento in un cassetto, un inno che si canta distrattamente prima di una partita di calcio. Per chi non ce l’ha, diventa l’unica cosa che conta, l’ossessione che attraversa generazioni, il tema a cui si torna in ogni poesia, in ogni canzone, in ogni nome dato ai figli. Mahmoud Darwish, il più grande poeta palestinese del Novecento, ha scritto che la sua patria era una valigia, e che la sua valigia era una patria. Non un luogo, ma un oggetto che si porta dietro, pronto a essere aperto e richiuso a ogni sfollamento. Darwish è morto nel 2008, senza aver mai visto lo Stato che cantava.
Oggi, mentre Gaza conta le sue macerie e i suoi morti, la parola patria si carica di un peso che fatichiamo a reggere anche solo a distanza, leggendo i giornali dal salotto di casa nostra. Perché il punto è che il popolo palestinese ha diritto a una terra che il mondo intero riconosca come sua, senza giustificarsi con nessuno per esistere. Non è una rivendicazione ideologica, è la cosa più elementare che si possa chiedere. Un luogo che non ti venga contestato ogni giorno, un confine che non si sposti secondo la convenienza di chi ha più forza militare, un futuro che i tuoi figli possano immaginare senza doverlo prima negoziare.
Finché ai bambini di Gaza continueremo a insegnare la parola patria senza permettere che vedano esistere ciò che nominano, saremo tutti, in qualche modo, complici di quella distanza. E non ci sarà retorica capace di renderla meno vergognosa.
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