
(Federica Cannas) – L’indignazione dovrebbe essere automatica, perché lo esigono i principi minimi che regolano la convivenza internazionale. L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela richiederebbe massima indignazione. E invece no. A dominare non è la condanna, ma un silenzio imbarazzato, pesante, complice.
Un Paese sovrano viene colpito militarmente da un altro Paese. Non una missione umanitaria, non una sanzione, non un’azione multilaterale sotto egida internazionale. È uso diretto della forza. Punto. Eppure le parole che abbiamo imparato a riconoscere in altri conflitti sembrano improvvisamente scomparse dal lessico pubblico. Aggressione, violazione della sovranità, diritto internazionale. Tutto sospeso, tutto relativizzato.
La giustificazione addotta dall’amministrazione di Donald Trump è quella ormai logora della sicurezza, della lotta al narcotraffico, della criminalità transnazionale. Un copione già visto, soprattutto in America Latina. Ma qui sta il nodo che molti fingono di non vedere. Da quando la lotta al crimine legittima bombardamenti e operazioni militari unilaterali contro uno Stato, senza un mandato chiaro e condiviso? Se questo principio passa, allora qualsiasi Paese potrà arrogarsi il diritto di colpire chi ritiene “problematico”.
Il fatto che Trump abbia rivendicato politicamente l’operazione, presentandola come un regolamento di conti con il governo di Nicolás Maduro, chiarisce ulteriormente la natura dell’azione. Non è neutralità, non è tutela della legalità internazionale. È volontà di incidere, con la forza, sull’assetto politico di un altro Stato.
Il confronto con altri scenari di guerra è inevitabile e, proprio per questo, scomodo. Quando l’aggressore è un nemico geopolitico, l’indignazione è immediata, totale, senza sfumature. Quando a colpire è una grande potenza alleata, il linguaggio si addolcisce, si riempie di distinguo, di “contesti”, di giustificazioni preventive. Non cambia il diritto internazionale. Cambia chi lo viola.
Il Venezuela paga da anni una narrazione tossica che lo descrive come un’anomalia, un corpo estraneo da correggere. Una rappresentazione che ha preparato il terreno a tutto questo. Perché se uno Stato viene dipinto come irrimediabilmente deviante, allora la sua sovranità diventa negoziabile, sacrificabile, meno degna di tutela. È un precedente gravissimo, perché introduce un principio devastante. Non tutti gli Stati sono uguali. Non tutti meritano la stessa protezione. Non tutti suscitano la stessa indignazione.
Le reazioni internazionali lo confermano. Russia, Iran, Cuba e la Colombia hanno condannato apertamente l’aggressione. Altri osservano, prendono tempo, misurano le parole. Ma il silenzio, in politica internazionale, non è mai neutrale. È una forma di assenso passivo. È il rumore di fondo che rende accettabile l’inaccettabile.
Quello che sta accadendo è vergognoso non solo per l’attacco in sé, ma per ciò che rivela. Un sistema internazionale che applica le regole in modo selettivo, che invoca il diritto solo quando conviene, che trasforma la sovranità in un privilegio revocabile. Oggi tocca al Venezuela. Domani a chi?
La domanda resta lì, senza retorica e senza alibi. Le regole valgono per tutti o solo per alcuni? Perché se la risposta è la seconda, allora nessun Paese può davvero dirsi al sicuro. E il silenzio di oggi diventa la responsabilità collettiva di domani.
e poi scegli l'opzione