
(Federica Cannas) – Dopo oltre venticinque anni di negoziati, rinvii e battute d’arresto, l’Unione Europea ha dato il via libera all’accordo di libero scambio con il Mercosur, segnando una svolta che va ben oltre la dimensione commerciale. L’intesa tra Bruxelles e Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay si inserisce in una fase storica in cui il Sud America torna ad occupare uno spazio centrale nel dibattito geopolitico internazionale, non più come periferia economica ma come attore strategico.
L’accordo, che mira a creare una delle più grandi aree di libero scambio del mondo, nasce in un contesto globale profondamente mutato rispetto a quello del 1999, anno di avvio delle trattative. Oggi il commercio non è più soltanto scambio di merci, ma strumento di posizionamento politico, di autonomia strategica e di ridefinizione delle alleanze internazionali.
In questo quadro, il ruolo del Brasile è determinante. Il ritorno di Luiz Inácio Lula da Silva alla guida del Paese ha riattivato una visione sudamericana fondata sull’integrazione regionale, sul multilateralismo e sulla ricerca di un equilibrio tra le grandi potenze. Lula ha rilanciato il Mercosur come spazio politico prima ancora che commerciale, sottraendolo alla logica puramente tecnocratica e restituendogli una dimensione strategica.
Per il Sud America, l’accordo con l’Europa rappresenta anche una risposta alla crescente presenza cinese nel continente e alla storica influenza statunitense. Si tratta di ampliare i margini di manovra, diversificando relazioni e partnership. In questo senso, l’intesa UE–Mercosur può essere letta come un tentativo di riequilibrio, una mossa per evitare nuove dipendenze unilaterali.
Dal lato europeo, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha presentato l’accordo come un tassello della strategia di rafforzamento dei legami con l’America Latina, regione spesso evocata nei discorsi ma raramente posta al centro delle priorità politiche. La necessità di ridurre le vulnerabilità delle catene globali del valore e di costruire alleanze con Paesi considerati affini sul piano istituzionale ha spinto Bruxelles ad accelerare.
Tuttavia, le tensioni interne all’Unione Europea restano evidenti. Francia, Irlanda e altri Stati membri hanno espresso una netta opposizione, in particolare per l’impatto sul settore agricolo. Le proteste degli agricoltori europei e le critiche ambientaliste mostrano come l’accordo sia percepito da molti come un rischio più che come un’opportunità. È una frattura che riflette un nodo più ampio: l’incapacità, finora, di coniugare apertura commerciale e protezione sociale.
Anche in Sud America, però, l’accordo non è privo di ambiguità. Il rischio di una specializzazione forzata nelle esportazioni agricole e di materie prime resta concreto, soprattutto se non accompagnato da politiche industriali e investimenti strutturali. La sfida per il Mercosur è evitare che l’intesa rafforzi vecchi schemi di dipendenza, riproducendo un rapporto asimmetrico con l’Europa.
Per questo, il valore politico dell’accordo sarà misurabile non tanto nella riduzione dei dazi, quanto nella capacità di costruire cooperazione reale, trasferimento tecnologico, tutela del lavoro e impegni ambientali vincolanti. Senza questi elementi, il trattato rischia di restare un successo formale e un’occasione mancata sul piano sociale.
L’UE–Mercosur si colloca così al crocevia di due domande cruciali: quale ruolo vuole giocare il Sud America nel mondo multipolare che si sta delineando, e quale tipo di relazione l’Europa intende costruire con il continente latinoamericano, un interlocutore politico, con una storia, conflitti e aspirazioni proprie.
In un’epoca segnata dal ritorno dei nazionalismi e dalla crisi del multilateralismo, questa intesa rappresenta un banco di prova. Può diventare uno strumento di cooperazione equilibrata tra Nord e Sud del mondo, oppure l’ennesimo accordo che alimenta disuguaglianze e tensioni. La differenza la farà la volontà politica di governarne le conseguenze.
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