
(Federica Cannas) – L’8 febbraio 2026, per dodici minuti che resteranno nella storia, l’America Latina ha gridato con forza il proprio nome. Al Levi’s Stadium di Santa Clara, California, davanti a oltre 120 milioni di spettatori, Benito Antonio Martínez Ocasio, Bad Bunny, ha cantato interamente in spagnolo sul palcoscenico più statunitense che esista.
E ha ricordato al mondo che l’America non sono gli Stati Uniti. L’America è un continente intero.
A un certo punto dello show, Bad Bunny ha iniziato a pronunciare, uno per uno, nomi che raramente si sentono insieme con orgoglio su un palco statunitense.
Argentina. Chile. Uruguay. Paraguay. Bolivia. Perú. Ecuador. Brasil. Colombia. Venezuela. Panamá. Costa Rica. Nicaragua. Honduras. El Salvador. Guatemala. México. Cuba. República Dominicana. Haiti.
E poi, con la voce che tremava, “E la mia patria, mi patria, Puerto Rico, seguimos aquí”.
Un modo per dire: “noi siamo America”. Non “latinoamericani in America”. Non “immigrati”. America. Quella vera, quella che si estende dall’Alaska alla Patagonia, quella che esisteva prima che di quel nome si appropriassero gli Stati Uniti.
Sul palco del Super Bowl, tempio del capitalismo e del sogno americano, Bad Bunny ha portato “La Casita”, la casa umile, colorata, di legno e lamiera che ogni latinoamericano riconosce. Le sillas de plástico delle feste di quartiere.
In un paese che vorrebbe i latini invisibili, Bad Bunny ha occupato lo spazio più visibile che esista portando la cultura latinoamericana nella sua forma più autentica.
Alla fine dello show, Bad Bunny ha mostrato un pallone da football con una frase incisa: “Together, we are America”. Una dichiarazione di guerra culturale.
Perché quella frase dice “noi siamo America. Insieme, da Tijuana a Buenos Aires, da L’Avana a Santiago, sono i latinoamericani ad essere il continente. Gli Stati Uniti sono solo una parte, non il tutto.
Su uno schermo gigante è apparso un altro messaggio: “The only thing more powerful than hate is love” . Parole dirette, in un’epoca di muri, deportazioni e retoriche xenofobe.
Non sorprende che l’amministrazione Trump abbia criticato lo show, ritenendolo magari inappropriato e divisivo. Certo che lo era. Divisivo per chi vuole continuare a chiamarsi “America” come se il resto del continente non esistesse. Inappropriato per chi vorrebbe i latini silenziosi, grati, invisibili.
Bad Bunny li ha resi impossibili da ignorare.
Da Lima a Bogotá, da Buenos Aires a Città del Messico, milioni di latinoamericani hanno seguito lo show in diretta. I social network sono esplosi di emozione.
Quando Bad Bunny ha nominato ogni paese, stava tessendo un abbraccio continentale. Stava costruendo, per dodici minuti magici, quella Patria Grande che Simón Bolívar sognava e che i confini coloniali hanno spezzato.
Ha celebrato coloro che “meritano di essere benedetti” nella narrazione americana è tutti hanno capito che parlava di coloro che raccolgono i frutti, costruiscono le case, curano i malati, crescono i bambini degli USA. Di coloro che fanno funzionare gli USA ma che gli Stati Uniti fingono di non vedere.
Salvador Allende diceva: “Ser joven y no ser revolucionario es una contradicción hasta biológica”. Bad Bunny è stato rivoluzionario nel modo più potente possibile, attraverso la musica.
Ha portato la lingua, i simboli, i colori, l’orgoglio latinoamericano dove nessuno pensava potessero arrivare. E ha dimostrato che è possibile occupare qualsiasi spazio, anche il Super Bowl, rimanendo fedeli a se stessi.
Per milioni di bambini latini cresciuti sentendosi “troppo messicani per l’America, troppo americani per il Messico”, quello show è stato una liberazione. Per i giovani che nascondono le radici per sopravvivere, è stato un grido di riscatto.
Bad Bunny ha richiamato all’esistenza un’identità troppo spesso cancellata.
Per troppo tempo si è fatto credere ai latinoamericani che fossero gli “altri”, gli stranieri, gli ospiti. Ma ieri milioni di persone hanno ricordato una verità fondamentale: dal Río Bravo alla Terra del Fuoco, dalle Ande ai Caraibi, sono loro il continente, sono loro la maggioranza, sono loro l’origine.
Il Super Bowl LX passerà. Le luci si spegneranno. Ma qualcosa è cambiato per sempre. Una generazione ha visto che è possibile essere se stessi e che non è necessario nascondersi, assimilarsi.
Together, we are America. Non ospiti. America.
La vera. L’unica. Quella dei popoli che la abitavano prima della conquista e che continuano a darle vita.
Somos América. Juntos. Siempre.
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