
di Federica Cannas
Mentre l’ultradestra avanza su più fronti nel continente e Washington torna ad agitare il fantasma del “cortile di casa”, Montevideo si è trasformata, negli ultimi giorni di marzo 2026, nel palcoscenico di un significativo rilancio dell’internazionalismo progressista latinoamericano. La capitale uruguaiana ha ospitato il IV Encuentro “Hay Otra Esperanza” — C’è un’altra speranza —, organizzato dalla Red Futuro, una rete di dirigenti emergenti della sinistra continentale, nelle storiche sale del Salón Azul dell’Intendencia di Montevideo.
All’evento ha partecipato il presidente dell’Uruguay, Yamandú Orsi, insieme al segretario della Presidenza Alejandro Sánchez e all’intendente di Montevideo Mario Bergara. Sul piano internazionale, erano presenti il governatore della provincia di Buenos Aires Axel Kicillof e Fernando Haddad, già ministro delle Finanze del governo Lula in Brasile. Per l’Uruguay, a dare lustro all’incontro erano presenti figure storiche del Frente Amplio: Lucía Topolansky e Raúl Sendic.
La presenza di Topolansky assume un significato che va ben oltre la politica del momento. Ex guerrigliera tupamara, senatrice, prima donna a ricoprire la carica di vicepresidente della Repubblica dell’Uruguay, è anche la moglie di José “Pepe” Mujica, con cui condivise non soltanto un legame forte, ma una lunga stagione di lotta rivoluzionaria. Di conobbero da giovani nella clandestinità tupamara, trascorsero entrambi oltre un decennio in carcere durante la dittatura, si ritrovarono liberi nel 1985 e si sposarono nel 2005. Mujica è scomparso nel maggio 2025, lasciando nel continente un vuoto profondo. La presenza di Topolansky a Montevideo è, dunque, anche un gesto simbolico di continuità.
Altrettanto carica di simbolismo è stata la ricomparsa pubblica di Raúl Sendic, figlio del leggendario fondatore del Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros, che ha suscitato notevole attenzione nei media sudamericani.
Il IV Encuentro della Red Futuro ha riunito, dal 26 al 29 marzo, dirigenti emergenti del campo popolare, della sinistra e del progressismo di tutta l’America del Sud. L’obiettivo era dibattere collettivamente la congiuntura regionale e le sfide che affronta la nuova generazione di leader politici, sociali e territoriali di fronte a uno scenario sempre più difficile, in cui diversi processi elettorali hanno segnato l’avanzata di forze di destra e ultradestra che promuovono esclusione sociale, erosione dei diritti, indebolimento dello Stato e logoramento della democrazia.
Nel panel principale, il governatore della provincia di Buenos Aires, Axel Kicillof, ha offerto uno degli interventi più chiari e incisivi dell’incontro. Ha descritto con grande lucidità la situazione argentina, parlando di una fase estremamente difficile che il Paese sta attraversando.
Ha, inoltre, evidenziato come l’ultradestra rappresenti un progetto di respiro transnazionale, costruito in centri di potere esterni e successivamente imposto ai popoli dell’America Latina.
In questo contesto segnato da forte incertezza, ha indicato una direzione precisa. Il campo popolare deve rafforzare la propria capacità di azione costruendo un blocco internazionale in grado di contrastare questa offensiva. Il primo passo, ha sottolineato, è l’unità dei Paesi latinoamericani.
Anche sul piano programmatico il suo messaggio è stato netto. I prossimi governi progressisti dovranno presentarsi con proposte ambiziose, capaci di incidere concretamente sulla vita delle persone. Servono visione e determinazione. Governare significa assumersi fino in fondo la responsabilità del cambiamento, a partire dalla trasformazione delle strutture produttive.
Fernando Haddad, che ha lasciato il Ministero delle Finanze del governo Lula per candidarsi alla governatoria dello Stato di San Paolo, ha portato un messaggio di forte coesione interna. Ha invitato a mettere da parte le divisioni e a fare dell’integrazione regionale il principale strumento per rispondere alle sfide economiche e politiche che il continente deve affrontare.
L’incontro non è rimasto sul piano del dibattito politico. Kicillof e l’intendente di Montevideo Bergara hanno firmato un accordo di cooperazione internazionale e una Carta d’Intento per sviluppare politiche comuni legate all’accesso all’alimentazione, alla commercializzazione dei prodotti agricoli e alla costruzione di sistemi pubblici di approvvigionamento. Un segnale che l’integrazione progressista, quando vuole, sa anche tradursi in atti concreti.
Il panel principale ha visto la partecipazione di esponenti da tutta l’America del Sud: la senatrice colombiana María José Pizarro, l’ex candidata presidenziale peruviana Verónika Mendoza, la prefetta dell’Ecuador Paola Pabón e il deputato cileno Gonzalo Winter. Un mosaico che rappresenta le diverse anime e le diverse generazioni del progressismo continentale.
Il titolo scelto dal quotidiano uruguaiano El País per dare conto dell’evento, “Nessuno vuole essere il cortile di casa”, richiama una frase cara a Lucía Topolansky, già pronunciata in altre occasioni per denunciare la pretesa egemonica degli Stati Uniti sull’America Latina. Oggi quella frase torna con rinnovata urgenza. Il segretario della Difesa americano ha dichiarato senza mezzi termini che Washington intende “recuperare il controllo del suo cortile di casa”, mentre l’amministrazione Trump impone dazi punitivi e i governi di destra si moltiplicano nella regione.
In questo contesto, l’incontro di Montevideo acquista il valore di un segnale politico preciso e deliberato. La sinistra latinoamericana non intende rassegnarsi. Vuole coordinarsi, costruire reti di solidarietà concreta e rispondere alla sfida del presente con un progetto comune, che non sia né subalterno né rassegnato.
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