
(Federica Cannas) – In fotografia, talvolta, si concentrano interi mondi. E nella celebre immagine di una cena romana del 1984, attorno a un tavolo che sembra il crocevia di un romanzo di avventure, Gianni Minà, Gabriel García Márquez, Muhammad Ali, Robert De Niro e Sergio Leone si guardano, si sfiorano, si riconoscono. Non è soltanto un’istantanea di volti straordinari, è l’eco di relazioni che si fondano sullo sguardo curioso, sul rispetto reciproco, sulla capacità di ascoltare l’altro senza soccombere al proprio protagonismo. È così che Minà ricorda Márquez, e in questo ricordo si svela anche un pezzo importante di chi era Minà stesso.
Gianni Minà, giornalista dalla cifra profonda e dalla curiosità insaziabile custodiva le storie che raccontava. Autore di reportage, documentari e interviste che hanno attraversato confini geografici e culturali, Minà conobbe García Márquez per la prima volta nel 1975, dando così inizio a un’amicizia che andava oltre l’atto formale dell’intervista. Gabo, come lo chiamavano gli amici, non amava le interviste, le tollerava con ironia, con quel sorriso sornione che Minà amava restituire nelle sue parole.
Gabriel García Márquez non è stato soltanto il romanziere celebrato in tutto il mondo per Cent’anni di solitudine, né solo il premio Nobel che seppe imporre la letteratura latinoamericana all’attenzione globale. È stato soprattutto uno sguardo sul mondo che non si piega alla semplicità delle definizioni e non cede alle semplificazioni della realtà. Nato in Colombia nel 1928, crebbe tra le voci della sua terra, tra l’incanto carico di leggenda della costa caraibica e la durezza di una storia segnata da conflitti, da violenza e da sogni infranti. La sua prosa, sinuosa e generosa, intrecciò reale e immaginario in un tessuto narrativo che seppe rendere universale la particolarità dell’esperienza umana.
Per Minà, la grandezza di García Márquez non stava soltanto nell’invenzione narrativa, ma nella sua capacità di essere, nei fatti, un “cronista di destini” prima che uno scrittore. Un uomo che non separava la vita dalla letteratura, che amava profondamente le storie che narravano, con ironia e compassione, l’umanità nelle sue ambiguità e nelle sue grandezze più fragili. Questa visione lo avvicinò, inevitabilmente, allo sguardo di Minà, anch’egli profondamente convinto che un giornalismo autentico debba essere prima di tutto un atto di fiducia nel mondo e nelle sue lacerazioni.
La loro amicizia si manifestò tra le righe di conversazioni fitte di intelligenza e leggerezza, nei silenzi condivisi e nelle lunghe cene in cui raccontare diventava un rituale, dove il confine tra ascoltare e essere ascoltati si dissolse. Minà amava ricordare Gabo come un uomo schietto e ironico, capace di sorprendere chi credeva di aver già compreso tutto di lui. E questa ironia, mai ostentata, costituisce una delle chiavi per comprendere l’opera gigantesca di García Márquez. La sua prosa si protende verso ciò che oscilla tra il sorriso e la rivelazione, tra la parola e l’ombra di quello che non si può dire con certezza.
Nel rapporto con Minà, García Márquez fu un compagno di pensieri, un interlocutore pronto a interrogarsi sul senso di un’epoca che, pur rigogliosa di trasformazioni, continuava a generare ingiustizie e incomprensioni. Per Minà, uomo di giornalismo e di mondo, Gabo non fu semplicemente un maestro di letteratura, ma un amico in grado di attraversare epoche, luoghi e visioni, restituendo alla parola il potere di rendere il mondo un luogo narrabile, cioè comprensibile, dentro e oltre i suoi paradossi.
E così, quando Minà ricordava García Márquez, non si limitava a celebrare il premio Nobel. Ricordava l’uomo che, come pochi altri, ha saputo trasformare la memoria in narrazione, il destino in racconto, l’ironia in luce. In quelle parole non c’è soltanto la testimonianza di un’amicizia, ma la conferma che l’atto più profondo di umanità è sapere narrare l’altro con precisione, tenerezza e verità. È in questo che risiede, forse, il più grande insegnamento che Minà ci lascia su Gabo. L’importanza di guardare l’altro come compagno di viaggio in quella grande avventura che chiamiamo letteratura e vita.
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