(Federica Cannas) – Nessuno insegna come diventare presidenti capaci o bravi ministri. Non esiste una scuola per questo, non c’è manuale che spieghi come si impara a portare il peso di un Paese. Eppure, guardando alcune delle storie più potenti della politica latinoamericana, si scopre che quella scuola esiste, solo che non ha aule né cattedre. Ha celle, piazze, notti in cui si è soli contro tutto e si scopre, quasi per caso, che accanto a sé c’è qualcuno che non ha intenzione di mollare. È lì che nasce qualcosa che la politica ufficiale fatica persino a nominare: l’amicizia come fondamento di un progetto comune.

È quello che è accaduto in Uruguay e in Cile, in due epoche distanti, in due modi profondamente diversi, eppure con la stessa radice invisibile e tenace.

In Uruguay quella radice affonda in uno dei periodi più bui della storia latinoamericana. Negli anni della dittatura militare, José Pepe Mujica ed Eleuterio Fernández Huidobro, entrambi militanti Tupamaros, entrambi scomodi e pericolosi agli occhi del regime, vennero rinchiusi e isolati per più di un decennio, usati come ostaggi politici, minacciati di morte ogni volta che i loro compagni avessero osato alzare la testa. Trascorsero anni in condizioni disumane, nel silenzio forzato, nella solitudine progettata per distruggere non solo il corpo ma l’identità, la volontà, il senso stesso della vita. Eppure quella prigionia, anziché spezzarli, li forgiò. Tra loro nacque qualcosa che non ha un nome preciso nella politica ufficiale. È la fratellanza di chi ha guardato insieme il fondo delle cose e ha scelto, nonostante tutto, di non smettere di credere di poter combattere per un mondo migliore. Quando uscirono, portarono con sé non solo la memoria della sofferenza, ma anche la certezza di potersi fidare l’uno dell’altro in modo assoluto, la consapevolezza che il loro legame era stato testato dove pochi legami resistono. E fu proprio quella certezza, quella fiducia guadagnata nel buio, a diventare il fondamento di tutto ciò che venne dopo. Mujica divenne presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015, uno dei capi di stato più originali e amati del continente, riconosciuto nel mondo per la sua sobrietà morale e la sua visione profonda dell’umanità. Fernández Huidobro, il compagno di prigionia, sedette al suo fianco come ministro della Difesa. Un dettaglio che ha il sapore di una poesia. L’uomo che aveva condiviso con lui le catene ora condivideva con lui la responsabilità di un Paese.

In Cile la storia ha un altro ritmo, un altro colore, ma la stessa sostanza. Qui c’è qualcosa di diverso, forse più difficile da spiegare a chi non l’ha vissuto, che è la giovinezza che si accende quando sente che il mondo che le viene consegnato non è giusto. Nel 2011 le università e le strade cilene si riempirono di studenti che chiedevano un’istruzione pubblica e gratuita, che non fosse un privilegio di chi poteva permettersela ma un diritto di tutti. Gabriel Boric, Camila Vallejo e Giorgio Jackson erano lì, in mezzo a quella marea umana, come leader del movimento studentesco, voci di una generazione che aveva capito che reclamare non basta se non si è capaci anche di costruire. Tra loro nacque un’amicizia che era già, senza che lo sapessero ancora del tutto, un progetto politico. Si conoscevano nei dettagli, conoscevano le proprie passioni, le paure, le contraddizioni. E proprio perché si conoscevano così bene potevano spingersi a vicenda oltre i propri limiti, potevano discutere con durezza e poi ritrovarsi, potevano portare avanti insieme qualcosa di più grande di ciascuno di loro. Quelle piazze del 2011 furono solo il primo atto. Nel 2019 il Cile tornò a esplodere in una delle mobilitazioni più intense della sua storia recente, e quella generazione, ormai cresciuta, ormai dentro le istituzioni, capì che era arrivato il momento di trasformare l’energia delle strade in responsabilità di governo. Nel 2022 Gabriel Boric divenne presidente della Repubblica del Cile a soli trentacinque anni, il più giovane nella storia del Paese. Camila Vallejo, la ragazza che aveva parlato dai megafoni delle manifestazioni studentesche, divenne Ministra Segretaria Generale di Governo. Giorgio Jackson, compagno di lotte e di sogni fin dai tempi dell’università, entrò nel gabinetto come Ministro Segretario Generale della Presidenza. Tre amici. Tre ragazzi che si erano scelti nella piazza. Ora seduti a governare una nazione.

Quello che colpisce, mettendo insieme queste due storie così lontane nel tempo e nello spazio, è che in nessuno dei due casi l’amicizia è stata un dettaglio, un fatto privato da tenere separato dalla politica. Al contrario, è stata la materia prima di tutto. È stata il luogo in cui si sono formati i valori, si è consolidata la fiducia, si è capito chi si è davvero quando le cose si fanno difficili. Mujica e Fernández Huidobro si sono scoperti nell’oppressione più totale. Boric, Vallejo e Jackson si sono incontrati nella passione più accesa. Contesti opposti, ma in entrambi i casi l’amicizia ha preso persone singole con i loro talenti e le loro fragilità e le ha trasformate in qualcosa capace di durare e di incidere.

C’è una lezione in tutto questo, e non è una lezione di strategia politica. È una lezione sull’essere umano. Dice che i cambiamenti veri non li fanno i solitari illuminati. Li fanno le persone che si fidano l’una dell’altra abbastanza da osare insieme, abbastanza da cedere spazio all’altro senza sentirsi diminuire, abbastanza da portare avanti un sogno comune anche quando il sogno diventa complicato, imperfetto, pieno di compromessi. Dalle celle di una dittatura e dalle piazze di una gioventù in rivolta può nascere, se l’amicizia è autentica e la visione è chiara, qualcosa che nessuno dei due posti sembrava in grado di contenere: il governo di un Paese, e forse qualcosa di ancora più difficile da conquistare. La coerenza tra chi si è stati e chi si è diventati.

L’amicizia autentica non si può costruire a tavolino, non si può pianificare, non si può comprare con il potere. Si forma nell’imperfezione, nella vulnerabilità condivisa, in quei momenti in cui si è ancora solo se stessi, senza ruoli, senza la maschera che il mondo prima o poi chiede di indossare. Un amico vero si riconosce in chi rimane quando non sai ancora se vincerai. Pepe Mujica e Fernández Huidobro lo sapevano. Boric, Vallejo e Jackson lo sanno. E forse è proprio per questo che le loro storie ci toccano così in profondità. Perché ci ricordano che il mondo non è mai cambiato grazie a chi era solo. È cambiato grazie a chi, in un momento di buio o di fuoco, ha trovato accanto a sé qualcuno disposto a non andarsene. Niente di più. E niente di meno.

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