di Federica Cannas

È il 1° gennaio 2023. Luiz Inácio Lula da Silva sale la rampa del Palazzo del Planalto, a Brasília, affiancato da un gruppo in rappresentanza del popolo brasiliano: il cacique Raoni, leader indigeno di novant’anni, una catadora afro-brasiliana, un operaio metalmeccanico, un giovane atleta nero di dieci anni, un professore, una cuoca, un attivista con disabilità. Pochi anni prima era in cella. Oggi è di nuovo presidente del Brasile, per la terza volta. Il mondo, per un momento, trattiene il respiro.

Per chi conosce la storia di Salvador Allende, la parabola di Lula parla una lingua familiare. È la lingua della resistenza. Quella di chi subisce la persecuzione del potere e non si piega, di chi viene processato, imprigionato, cancellato dalla scena pubblica, e poi rialza la testa. L’America Latina conosce bene questa storia. La conosce nel sangue.

Lula nasce il 27 ottobre 1945 a Caetés, nello Stato del Pernambuco, nel Nordeste brasiliano. Figlio di contadini poveri che migrano verso São Paulo in cerca di lavoro, comincia a lavorare a dodici anni. Non famiglie borghesi, non reti di potere. 

Negli anni Settanta, sotto la dittatura militare, diventa uno dei sindacalisti più temuti del paese. Organizza scioperi. Sfida i generali. Fonda il Partido dos Trabalhadores nel 1980, un partito nato dai movimenti sindacali, dalle comunità di base, dalla teologia della liberazione. Tre volte candidato alla presidenza, tre volte sconfitto. Poi, nel 2002, la svolta. Il Brasile lo elegge con oltre il 60% dei voti al ballottaggio, il primo operaio metalmeccanico a raggiungere la massima carica dello Stato.

Nei suoi primi due mandati, il Brasile conosce una trasformazione senza precedenti. Il Bolsa Família, programma di protezione sociale, diventa il simbolo di un’idea semplice e rivoluzionaria: dare reddito diretto alle famiglie più povere, a patto che i figli vadano a scuola e vengano vaccinati. Milioni di brasiliani escono dalla miseria. La classe media cresce. La fame arretra. A questo si affianca uno sviluppo economico poderoso, investimenti in infrastrutture, politiche energetiche, un ruolo crescente del Brasile nello scacchiere internazionale. Il paese comincia a parlare da protagonista.

Ma la storia non è mai lineare. Nel 2017 arriva il colpo. Lula viene condannato nell’ambito dell’operazione Lava Jato, un’inchiesta giudiziaria sulla corruzione che molti, in Brasile e fuori, leggono come un’operazione politica orchestrata per eliminarlo dalla scena. Finisce in prigione per 580 giorni. Poi la Corte Suprema annulla le condanne, riconoscendo gravi vizi procedurali e la parzialità del giudice che lo aveva processato. Lula viene riabilitato. Chi conosce il Cile del 1973 riconosce il meccanismo. I metodi cambiano — non più i carri armati di Pinochet, ma i tribunali, i media, le procure. L’obiettivo è lo stesso: fermare chi vuole cambiare la distribuzione del potere e della ricchezza.

Nel 2022 vince di misura contro Jair Bolsonaro, il candidato della paura, delle armi, della deforestazione, del negazionismo climatico e pandemico, con il 50,9% dei voti. Il margine risicato racconta la storia di un paese lacerato, di una società spaccata in due. Bolsonaro non accetta la sconfitta. I suoi sostenitori, l’8 gennaio 2023, assaltano il Congresso, il Palazzo Presidenziale, la Corte Suprema. È un tentativo di golpe in piena regola. Fallisce. La democrazia brasiliana regge, per poco. Nel primo giorno del suo ritorno al Planalto, Lula annulla più di una dozzina di decreti di Bolsonaro, riattiva il Fondo Amazzonico, blocca la deforestazione e le miniere illegali, sospende le privatizzazioni, garantisce sussidi alle famiglie povere e restituisce diritti alle comunità indigene. Il Brasile cambia rotta, dal primo giorno. Il nuovo governo riprende i programmi sociali interrotti, approva una riforma fiscale attesa da decenni e rilancia politiche pubbliche sulla base di una strategia che cerca di conciliare sviluppo economico e inclusione sociale.

Il Lula del terzo mandato non è solo un leader nazionale. È una voce globale. Cerca di riavvicinarsi all’Europa e agli Stati Uniti mantenendo allo stesso tempo rapporti solidi con i paesi del BRICS e del Sud globale, nella ricerca di un ordine internazionale più giusto e multilaterale. Dal palco dell’Assemblea Generale dell’ONU si fa portavoce delle istanze dei paesi emergenti per una riforma profonda delle istituzioni internazionali, a partire dal Consiglio di Sicurezza. Di fronte ai dazi imposti da Washington, non arretra. Difende la sovranità del paese. Nel novembre 2025 ospita la COP30 a Belém, in mezzo alla foresta amazzonica. Nonostante le tensioni geopolitiche più acute dalla firma dell’Accordo di Parigi, 195 paesi approvano il Pacchetto di Belém. Il Brasile ha guidato la conferenza e vuole scrivere la storia.

Sarebbe disonesto tacere le ombre. La deforestazione in Amazzonia, nonostante gli impegni, non si è fermata del tutto. I conti pubblici restano in tensione. Le difficoltà di governo in un paese così vasto e frammentato si fanno sentire. Ma la storia dei movimenti progressisti insegna che il cambiamento reale non è mai lineare. È fatto di avanzate e arretramenti, di contraddizioni vissute, di scommesse rischiose. Allende lo sapeva. Lula lo sa.

C’è un filo che unisce Santiago 1973 e Brasília 2023. È il filo di chi crede che la politica possa essere strumento di emancipazione, che lo Stato possa lavorare per i molti e non per i pochi, che la dignità delle persone non sia una concessione del mercato ma un diritto. Salvador Allende diceva che prima o poi si sarebbero aperte le grandi alamedas per cui avrebbe camminato l’uomo libero. Lula — operaio, sindacalista, prigioniero, presidente — è la dimostrazione vivente che quelle parole non erano solo poesia.

Nell’ottobre 2026 il Brasile tornerà alle urne. E Lula, a ottant’anni compiuti, ha annunciato che si ricandiderà. Le sue parole sono semplici e dure: lo fa per impedire che chi ha già dimostrato di cosa è capace torni al potere. 

Ma è proprio qui, in questo annuncio, che si nasconde la domanda più difficile. Perché il carisma di Lula è talmente smisurato, la sua figura talmente centrale nella storia del Brasile progressista, che immaginare il paese senza di lui è quasi impossibile. E questo è insieme la sua forza più grande e la sfida più urgente che la sinistra brasiliana deve affrontare. Il Partido dos Trabalhadores, che Lula ha costruito con le proprie mani, deve oggi rispondere a una domanda che nessuno vuole pronunciare ad alta voce: chi verrà dopo? Chi saprà parlare al Brasile dei lavoratori precari, delle periferie evangeliche, del nuovo Nordeste che vuole sviluppo e non solo solidarietà? La sinistra brasiliana ha bisogno di Lula per vincere nel 2026. Ma ha bisogno di qualcosa di più grande di Lula per sopravvivere al 2026.

Lui lo sa. E forse è anche per questo che si ricandida: non solo per fermare i suoi avversari, ma per guadagnare tempo — tempo per costruire ciò che viene dopo. La storia dei grandi leader progressisti latinoamericani insegna che la loro vera eredità non sta nelle vittorie elettorali, ma in quello che lasciano quando non ci sono più. Allende lasciò un’idea. Lula, se gli andrà bene, lascerà un paese trasformato e un movimento capace di camminare da solo.

Salvador Allende non ebbe la possibilità di scegliere un’altra volta. Lula ce l’ha. E il mondo che guarda all’America Latina come a uno specchio del futuro osserva e aspetta. Perché quello che accade in Brasile nell’ottobre del 2026 non riguarda solo il Brasile.

E le alamedas, ogni tanto, si aprono davvero. 

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