
(Federica Cannas) – Esistono guerre che non lasciano macerie visibili. Si combattono nelle procure, nelle fughe di notizie calibrate come proiettili, nei fascicoli riservati che finiscono in prima pagina. Si chiama lawfare, dalla fusione anglosassone di law e warfare, “guerra giudiziaria”, e il suo obiettivo non è uccidere il nemico, ma qualcosa di più raffinato: privarlo della credibilità, del diritto stesso di stare sul campo a rappresentare chi lo ha scelto o lo potrebbe scegliere.
Il termine fu coniato nel 2001 dall’ufficiale militare statunitense Charles Dunlap per descrivere la manipolazione del diritto internazionale in contesti bellici. Ma è in America Latina che il concetto ha trovato la sua applicazione più compiuta nella vita democratica: procedimenti giudiziari costruiti non per fare giustizia, ma per eliminare dal campo politico i leader sgraditi. Lula da Silva finì in carcere per 580 giorni, escluso dalle elezioni. Messaggi pubblicati da The Intercept Brasil mostrarono poi come il giudice si fosse coordinato con i procuratori, violando l’imparzialità. La Corte Suprema annullò le condanne. Il giudice, nel frattempo, era diventato ministro della Giustizia. In Argentina, Cristina Kirchner subì processi in cui i giornali pubblicarono prove prima della loro verifica. La condanna pubblica precedette quella giudiziaria.
C’è un dettaglio che dice molto. Prima dell’inchiesta brasiliana, il magistrato protagonista aveva pubblicato un articolo accademico in cui analizzava Mani Pulite come modello operativo da replicare. L’Italia era stata maestra nel trasformare il sistema giudiziario in strumento di rivoluzione politica.
Non è un caso che Bettino Craxi, lo stesso uomo che nel 1992 avrebbe denunciato in Parlamento il sistema generalizzato di finanziamento irregolare ai partiti, fosse stato per anni uno dei sostenitori più tenaci della separazione delle carriere dei magistrati. Insieme a Giuliano Vassalli, il suo ministro della Giustizia — costituzionalista, ex deportato ad Auschwitz, garanzia morale e intellettuale assoluta — Craxi aveva capito che in un sistema in cui giudici e pubblici ministeri provengono dallo stesso concorso, appartengono allo stesso ordine, eleggono lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura, il rischio di una giustizia che si fa politica è strutturale, non accidentale. La separazione delle carriere non era per loro una vendetta contro i magistrati. Era un presidio costituzionale. Rendere il giudice davvero terzo rispetto all’accusa, spezzare l’omogeneità corporativa che rende possibile l’uso politico del processo. Era una battaglia di civiltà giuridica, portata avanti — questo va detto con chiarezza — anche da una parte della sinistra italiana. Massimo D’Alema la sostenne nella Commissione Bicamerale del 1997-1998, insieme a Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Marcello Pera, Marco Boato. La riforma passò in Commissione con consenso bipartisan. Non divenne mai legge per la caduta del governo, ma il principio era stato condiviso. Separare chi accusa da chi giudica non è un colpo alla giustizia, è una garanzia per tutti. Poi il clima si avvelenò. La separazione finì nel dimenticatoio politico. Il problema rimase irrisolto.
Ciò che accadde in Italia tra il 1992 e il 1994 fu una delle più grandi rivoluzioni politiche della storia repubblicana, condotta in larga parte con lo strumento giudiziario. Un’intera classe dirigente fu azzerata, non attraverso il voto, ma attraverso i tribunali, i titoli di giornale, la gogna pubblica. La corruzione di quel sistema era reale, nessuno lo nega. Ma il 3 luglio 1992, dal banco della Camera dei Deputati, Bettino Craxi si alzò e disse quello che nessuno prima di lui aveva avuto il coraggio di dire ad alta voce: che il finanziamento irregolare ai partiti era sistema, non eccezione, e che “se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo. Presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”. Nessuno dei colleghi parlamentari si alzò in piedi.
Quello che accomuna Tangentopoli e il lawfare latinoamericano è una serie di meccanismi ricorrenti: la spettacolarizzazione dell’indagine con l’arresto al momento mediatico giusto; l’uso dell’avviso di garanzia come arma di distruzione della carriera; la selezione politica degli indagati, perché in un sistema corrotto diffusamente la scelta di chi perseguire e chi no è sempre anche una scelta politica; il tempo, che permette ai processi di durare anni fino alla prescrizione o all’assoluzione, quando i politici sono già stati distrutti; infine la legittimazione culturale, il clima nel quale l’opinione pubblica delega alla magistratura il compito di fare la pulizia che la politica non ha saputo fare.
C’è però una domanda che trent’anni di dibattito pubblico hanno colpevolmente eluso. L’Italia dopo Tangentopoli è davvero migliore di quella che fu spazzata via? La risposta, a guardarla senza filtri ideologici, è tutt’altro che confortante. Non è nato un sistema più pulito. Non è nata una politica più trasparente. Non è nato un Paese più efficiente o più giusto. La corruzione non è scomparsa, si è semplicemente dispersa, frammentata, atomizzata in mille rivoli individuali, meno visibili ma non per questo meno dannosi. La macchina pubblica non è diventata più efficiente. Il debito pubblico non si è ridotto. La qualità della vita democratica, intesa come capacità del sistema politico di selezionare i migliori, di costruire visioni di lungo periodo, di governare con competenza la complessità, ha subìto un declino che oggi è difficile persino misurare perché ci siamo abituati a considerarlo normale. E qui sta forse il costo più alto e meno raccontato di quella stagione: la perdita di una classe dirigente. Non individui qualsiasi, ma una generazione di uomini politici che, con tutti i loro difetti e tutte le loro responsabilità, avevano una formazione, una visione, una capacità di stare sul palcoscenico internazionale che oggi sarebbe difficile anche solo immaginare. Uomini che avevano costruito lo Stato sociale, che avevano governato un paese complesso con una competenza acquisita in decenni di militanza, di studio, di confronto duro con la realtà. Il confronto tra la classe politica che fu travolta e quella che l’ha sostituita non regge a un esame serio. Non è questione di onestà o disonestà, perché la disonestà non ha epoche privilegiate. È questione di capacità, di statura, di cultura politica. Di quella cosa difficile da definire ma immediatamente riconoscibile che si chiama autorevolezza.
C’è un dato che questo dibattito italiano ha sempre rimosso con cura. In due terzi dei paesi europei le carriere di giudici e pubblici ministeri sono separate fin dall’inizio. In Francia, Germania, Spagna, Portogallo non esiste l’ambiguità italiana. Il pubblico ministero non è un giudice che accusa, è una parte del processo, soggetta a controlli e bilanciamenti diversi. L’Italia è rimasta ancorata a un modello che rende il confine tra chi accusa e chi giudica labile, permeabile, pericolosamente fluido. Giudici e PM provengono dallo stesso concorso, frequentano la stessa scuola di formazione, appartengono allo stesso ordine professionale, eleggono lo stesso organo di autogoverno. Tecnicamente sono funzioni diverse. Culturalmente, psicologicamente, corporativamente, sono la stessa cosa. E questo crea una solidarietà implicita che rende il giudice meno “terzo” di quanto dovrebbe essere.
Può esistere una corruzione reale e un uso strumentale e selettivo della giustizia. Possono esistere politici che hanno sbagliato e procure che hanno trasformato il loro mandato in un progetto politico. Quando le due cose si sovrappongono, la democrazia perde due volte. Perde perché i corrotti governano, e perde perché il rimedio è peggiore della malattia.
Esiste una risposta istituzionale a questa degenerazione. Ed è la stessa che Craxi e Vassalli avevano proposto negli anni Ottanta, che la Bicamerale D’Alema aveva discusso e approvato nel 1997, che gran parte d’Europa ha già adottato da decenni: la separazione delle carriere dei magistrati. Non per indebolire la giustizia, ma per rafforzarla. Non per sottometterla al potere politico, ma per sottrarla al rischio di diventare essa stessa potere politico. Rendere il giudice davvero terzo. Rendere il pubblico ministero parte del processo, non giudice mascherato. Restituire alla democrazia rappresentativa il compito di giudicare i politici attraverso il voto. Il diritto è uno strumento straordinario di civiltà. La differenza tra una democrazia e una dittatura sta anche nella capacità di usarlo con equilibrio, con la consapevolezza che la giustizia selettiva non è giustizia. E che una magistratura senza contrappesi non è garanzia di libertà.
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