( Federica Cannas) – Argentina, 1976. Il paese è nel pieno della dittatura militare. La Junta guidata da Jorge Rafael Videla ha instaurato il “Proceso de Reorganización Nacional”, un regime di terrore sistematico che negli anni successivi farà scomparire 30.000 persone. Nessuno è al sicuro. Non gli operai, non gli intellettuali, non gli studenti universitari. E nemmeno gli studenti delle scuole superiori.
Erano dieci. Tra i sedici e i diciannove anni. Frequentavano diverse scuole di La Plata: il Colegio de Bellas Artes, la Escuela Normal, il Colegio Nacional. Portavano le scarpe da ginnastica, jeans scoloriti, quaderni pieni di appunti. Erano ragazzi come tanti, con quella normalità assoluta e bellissima che solo l’adolescenza sa avere.

Ma erano anche militanti. Militavano nella Unión de Estudiantes Secundarios (UES), nella Juventud Guevarista, in organizzazioni che sognavano un mondo diverso. Avevano partecipato, nella primavera del 1975, alle manifestazioni per il boleto estudiantil, il biglietto scontato per gli studenti. Lo avevano ottenuto. Poi era arrivata la dittatura e quel diritto, poco alla volta, glielo avevano tolto. Ma loro non erano pericolosi per il biglietto dell’autobus. Erano pericolosi perché credevano in un mondo più giusto, perché erano giovani e vivi e pieni di speranza in un paese dove la speranza era diventata sovversiva.

E per questo, quella notte, andarono a prenderli.

La notte del 16 settembre 1976, la città di La Plata dormiva sotto un cielo freddo d’inverno australe. Uno dopo l’altro, in case diverse, le auto senza targa si fermarono. Uomini armati, in borghese. Bussarono forte, poi sfondarono le porte. I genitori, svegliati di soprassalto, videro i loro figli strappati dai letti, trascinati via in pigiama o a malapena vestiti.

Francisco López Muntaner aveva sedici anni. María Claudia Falcone ne aveva sedici e scriveva poesie. Claudio de Acha ne aveva diciassette e sognava di diventare architetto. Horacio Ungaro ne aveva diciassette e amava il calcio. Daniel Racero e María Clara Ciocchini avevano diciotto anni.

Quella notte ne presero sei. Il giorno dopo, il 17 settembre, tornarono a cercare. Emilce Moler, diciassette anni, così minuta che i rapitori pensarono di essersi sbagliati. Patricia Miranda, diciassette anni. L’8 settembre avevano già preso Gustavo Calotti, diciotto anni. Il 21 settembre sarebbe toccato a Pablo Díaz, diciannove anni, che suonava la chitarra e militava nella Juventud Guevarista.

Dieci ragazzi. Dieci vite appena sbocciate.

Li portarono nei centri di detenzione clandestini. Luoghi che sulla carta non esistevano, dove le urla non arrivavano da nessuna parte, dove la notte era eterna.

Li legarono, li bendarono, li torturarono. Volevano nomi, indirizzi, confessioni. Nella loro paranoia, quei ragazzi che chiedevano biglietti scontati erano potenziali sovversivi, che facevano parte di un movimento che andava estirpato. I corpi giovani, quelli che avevano ballato e corso e riso, divennero corpi da torturare. Le voci che avevano cantato sigle di telefilm divennero urla di dolore.

Pablo Díaz ricorda ancora i torturatori che parlavano dei loro figli mentre gli davano la picana elettrica. Emilce Moler ricorda di aver dovuto prendersi cura di tre donne incinte nel centro clandestino, tutte oggi scomparse, i cui bambini furono rubati dopo il parto. Avevano quindici, sedici, diciassette anni e dovevano fare da infermiere a donne che sarebbero state assassinate.

In quel buio totale, qualcuno di loro continuò a gridare “mamma”, come fanno i bambini spaventati.

Sei di loro non tornarono mai. Francisco, María Claudia, Claudio, Horacio, Daniel, María Clara: desaparecidos. I loro corpi non sono mai stati trovati. Le loro madri li hanno cercati fino all’ultimo respiro, senza mai sapere dove riposassero i loro figli.

Quattro sopravvissero. Pablo Díaz, Gustavo Calotti, Emilce Moler, Patricia Miranda. Portarono fuori dall’inferno cicatrici nel corpo e nell’anima che non sarebbero mai guarite. Dovettero imparare a convivere con la colpa di essere vivi. Con gli incubi. Con il peso insopportabile della testimonianza.

Pablo Díaz per quarantasei anni non riuscì a finire la scuola superiore. Sentiva che terminare gli studi sarebbe stato un tradimento verso chi non aveva potuto farlo. Solo nel 2022, a sessantaquattro anni, riuscì finalmente a diplomarsi. “Non volevo terminare la secondaria perché loro non l’avevano terminata,” ha detto. “Ellos rindieron conmigo – loro hanno sostenuto l’esame con me.”

Non erano eroi, ed è questo che rende tutto ancora più straziante. Erano semplicemente ragazzi. Avevano i primi amori, le prime paure, i primi sogni. María Claudia aveva sedici anni. Sedici. L’età in cui si scoprono le prime canzoni, i primi baci, le prime ribellioni innocenti.

La dittatura militare argentina rubò 30.000 vite. Ma quella notte di settembre rubò qualcosa di ancora più insopportabile. Rubò il futuro a chi aveva appena cominciato a immaginarlo. Rubò il primo amore, il diploma, il primo lavoro, la prima volta di tutto. Rubò la possibilità di sbagliare, di crescere, di invecchiare, di diventare adulti.

Ogni anno, il 16 settembre, in Argentina si celebra il “Día de los Derechos del Estudiante Secundario”. Le scuole si fermano, si accendono candele, si leggono nomi. Ma nessuna commemorazione può restituire a María Claudia la sua vita, a Francisco i suoi sedici anni, a Claudio la sua architettura mai costruita.

Oggi, nelle scuole di La Plata, altri ragazzi di sedici anni studiano, ridono, si innamorano, militano. Sui muri ci sono le foto in bianco e nero di quei dieci volti giovani. E forse, in certe mattine d’inverno, quando il vento soffia freddo da sud, qualcuno si ferma davanti a quelle foto e capisce che tra lui e quei ragazzi nelle fotografie non c’è nessuna differenza. Stessa età, stessi sogni, stessa voglia di cambiare le ingiustizie del mondo.

L’unica differenza è che lui può ancora andare a casa, abbracciare sua madre, litigare per il telefono, sognare il domani.

Loro no. A loro rubarono anche questo.

Emilce Moler, una delle sopravvissute, dice che furono sequestrati perché erano militanti politici. Non per il boleto estudiantil – quello era successo un anno prima. Furono presi perché rappresentavano tutto ciò che la dittatura doveva annientare: la gioventù pensante, la gioventù solidale, la gioventù che si rifiutava di obbedire.

E nel silenzio di quelle notti di settembre del 1976, quando le auto nere partirono lasciando porte sfondate e letti vuoti, qualcosa si ruppe per sempre. Non solo dieci vite. Ma l’idea stessa che essere giovani, essere idealisti, significhi essere al sicuro.

La noche de los lápices – la notte delle matite – ci ricorda che anche gli strumenti più innocui possono diventare pericolosi nelle mani di chi ha paura del futuro. Che una matita, un quaderno, un’idea possono essere considerati sovversivi da chi vuole solo cittadini obbedienti.

E che la cosa più rivoluzionaria che un ragazzo possa fare è semplicemente pretendere di esistere, di pensare, di organizzarsi, di sognare un mondo migliore.

Quel diritto, così semplice e così enorme, per cui vale ancora la pena di lottare. Ogni giorno. Con la forza di chi ricorda. Con il dovere di non dimenticare mai Francisco, María Claudia, Claudio, Horacio, Daniel, María Clara, e tutti i 30.000 desaparecidos che la dittatura cercò di cancellare.

Perché, come dicono oggi i cartelli degli studenti argentini: Los lápices siguen escribiendo – le matite continuano a scrivere.​​​​​​​​​​​​​​​​

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