
Mentre mezza Europa balbettava, Madrid ha detto no.
Quando il 28 febbraio gli aerei americani e israeliani hanno colpito l’Iran, ogni governo europeo si è trovato davanti alla scelta scomoda di stare con Washington, prendere le distanze o, come al solito, non dire niente di preciso. La Spagna ha scelto. E lo ha fatto con una chiarezza che in Europa si vede raramente.
Pedro Sánchez ha vietato agli Stati Uniti di utilizzare le proprie basi militari per operazioni contro l’Iran. Di conseguenza, diversi aerei cisterna dell’US Air Force presenti nelle basi spagnole hanno lasciato il Paese. Quindici aerei fuori dalla porta.
La questione di fondo è una che molti in Europa fingono di non capire o non vogliono capire. Le basi militari non sono spazi neutri. Non sono semplici porzioni di territorio concesse per cortesia diplomatica. Sono moltiplicatori di potenza. Chi permette il loro uso entra, in misura diversa, nel circuito operativo della guerra. Anche quando non spara un colpo. Anche quando si rifugia dietro la formula del supporto tecnico o logistico. Il Regno Unito, per esempio, ha fatto esattamente questo: Starmer ha accettato di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi britanniche per colpire i siti missilistici iraniani, precisando però che “il Regno Unito non si unirà all’azione offensiva”. Una distinzione troppo sottile. Ospiti le basi, sei nella guerra. Punto. La Spagna no. La ministra della Difesa Margarita Robles ha dichiarato senza ambiguità che dalle basi di Morón e Rota non è stata fornita alcuna assistenza agli attacchi, precisando che l’accordo con gli Stati Uniti per il loro uso deve operare nel quadro della legalità internazionale e che questa operazione, condotta senza una risoluzione ONU, quel quadro non lo rispetta.
Qualcuno dirà che Sánchez lo fa per ragioni di politica interna, per tenere insieme la sua coalizione di sinistra. Vero, in parte. Ma c’è anche una fredda logica strategica. Offrire basi e corridoi di rifornimento significa esporsi a ritorsioni, tensioni diplomatiche, costi economici e rischi militari. In una fase in cui il confronto con l’Iran può allargarsi dal Golfo al Levante, dal Mar Rosso al Mediterraneo, la Spagna ha scelto di non accettare questa ambiguità. Non è un caso che un drone iraniano abbia già colpito la base RAF di Akrotiri, a Cipro, proprio perché Londra aveva appena dato il via libera agli americani. Chi è dentro è un bersaglio. Chi è fuori, no.
Le critiche non sono mancate. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha attaccato Sánchez su X con un messaggio sprezzante: “Prima Hamas ringrazia Sánchez. Poi gli Houthi. Adesso l’Iran. Questo è essere dalla parte corretta della storia?” È una critica politica, non strategica. E Sánchez non sembra perderci il sonno. Il premier ha ribadito che si può essere contro un regime e allo stesso tempo contro un intervento militare ingiustificato, pericoloso e fuori dalla legalità internazionale. Condannare il regime di Teheran e rifiutare di partecipare alla guerra non è contraddittorio, è esattamente la distinzione che l’Europa non riesce mai a fare.
La mossa di Madrid assume un valore che va oltre la penisola iberica. Diventa una lezione di dignità e di sovranità per un’Europa che da troppo tempo confonde l’alleanza con la rinuncia a pensare, la cooperazione con la cessione di autonomia, la fedeltà con la subalternità. Sánchez non ha cambiato il corso della guerra. Non ha fermato i bombardieri B-1. Ma ha dimostrato che uno Stato europeo può ancora dire no a Washington. E che farlo con argomenti solidi, nel rispetto del diritto internazionale, è più difficile da attaccare di quanto sembri. La Spagna ha respinto quella che definisce un’azione militare unilaterale che rappresenta un’escalation e contribuisce a un ordine internazionale più incerto e ostile. Nel caos di questi giorni, è la posizione più lucida che sia venuta dall’Europa occidentale.
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