
Salvador Allende governò il Cile dal 1970 al 1973. Tre anni appena, ma intensi come se fossero decenni. Di lui si ricordano soprattutto le riforme sociali, la nazionalizzazione del rame, il sogno socialista interrotto dai carri armati. Eppure c’è un terreno, spesso meno raccontato, dove la sua impronta è stata decisiva: la cultura.
Per Allende, la cultura era un diritto essenziale. Senza accesso ai libri, alla musica, all’arte, il popolo sarebbe rimasto prigioniero dell’ignoranza. Conoscere, invece, significava emanciparsi. Lo ripeteva spesso, citando José Martí: “Essere colti per essere liberi”.
Il simbolo più luminoso di questa visione fu la Editora Nacional Quimantú, fondata nel 1971. Il suo nome, in lingua mapudungun, significava “sole del sapere”. In poco più di due anni pubblicò circa dieci milioni di copie, con collane popolari vendute a prezzi irrisori.
I Minilibros, con decine di titoli e milioni di copie stampate, mettevano in mano a un minatore o a una casalinga romanzi di Dostoevskij o racconti di García Márquez. Le collane Quimantú para todos e Nosotros los chilenos offrivano rispettivamente letteratura universale e storie di identità nazionale. C’erano persino i Cuadernos de educación popular, strumenti di formazione politica e sociale, scritti in un linguaggio semplice, diretto, popolare.
Quimantú non era una semplice casa editrice, era un atto politico. Il sapere diventava un bene comune, una ricchezza condivisa, un invito a pensare.
In quegli anni anche le città si trasformarono. Santiago e Valparaíso divennero tele a cielo aperto, ricoperte dai colori della Brigada Ramona Parra, gruppo di muralisti legato alla gioventù comunista. I loro murales raccontavano lotte sindacali, sogni di giustizia, speranze di un mondo nuovo. L’arte non viveva più chiusa nei musei, ma esplodeva tra la gente. Ogni muro dipinto era una pagina di storia, scritta a colori, a disposizione di chiunque passasse per strada.
La colonna sonora di quell’epoca fu la Nueva Canción Chilena, con figure come Víctor Jara, gli Inti-Illimani, i Quilapayún. Le loro melodie erano poesie in musica, racconti della terra, canti di lotta, sogni messi in rima. Violeta Parra, morta nel 1967, non visse il governo di Allende, ma la sua eredità fu fondamentale. La sua voce e la sua ricerca del folklore cileno furono la radice da cui nacque la Nueva Canción. Durante l’Unidad Popular, quelle canzoni divennero bandiere sonore, capaci di unire piazze, fabbriche e campagne.
Nel 1971 nacque un altro progetto visionario: il Museo de la Solidaridad, inaugurato nel 1972. Artisti da tutto il mondo, tra cui Miró, Picasso, Calder, Matta, inviarono gratuitamente le loro opere a Santiago, in segno di sostegno al governo di Allende. Era un gesto unico. Un museo costruito sulla solidarietà internazionale, dove l’arte diventava alleanza e amicizia tra i popoli.
Il filo rosso che univa questi progetti era chiaro: la cultura come emancipazione. Leggere, ascoltare, dipingere significava imparare a guardare il mondo con occhi nuovi. Significava avere strumenti critici, diventare protagonisti.
L’11 settembre 1973 quel sogno fu spezzato. Il golpe non distrusse solo un governo, ma tentò di cancellare un intero laboratorio culturale. Quimantú venne smantellata, i murales ricoperti di grigio, il Museo della Solidarietà sospeso e molte opere nascoste o disperse. Víctor Jara fu assassinato nello stadio di Santiago. Molti artisti finirono in esilio.
Eppure, ciò che era nato in quei mille giorni non poté essere cancellato. I libri Quimantú sopravvissero nelle case, custoditi come reliquie. Le canzoni continuarono a circolare in clandestinità. I murales riaffiorarono negli anni successivi. E il Museo rinacque nel 1991, con la democrazia, come Museo de la Solidaridad Salvador Allende, riportando a Santiago le opere custodite all’estero.
Oggi, guardando a quella stagione, si comprende quanto fosse moderna. Parlare di cultura come diritto sociale, come strumento di uguaglianza e di libertà, è ancora un messaggio urgente.
Allende aveva visto lontano. Sapeva che un popolo che legge, canta e dipinge è un popolo che pensa, e quindi un popolo libero.
Ecco perché, tra le ombre e i silenzi della dittatura, la cultura cilena non è morta. Ha resistito, ha continuato a respirare. La vera rivoluzione, Allende l’aveva capito, non è mai solo economica. È soprattutto culturale.
La Presidente
Federica Cannas
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