
(Federica Cannas) – Era la sera del 22 dicembre 1988. Chico Mendes uscì dalla porta della sua casa di Xapuri, nello stato brasiliano dell’Acre, per andare nel cortile. Aveva quarantaquattro anni e sapeva, lo sapeva da mesi, forse da anni, che stava per morire.
Un colpo di fucile lo raggiunse al petto. Morì quasi subito.
Fuori, la foresta amazzonica continuava a bruciare.
Francisco Alves Mendes Filho, per tutti Chico, non era un intellettuale, non era un politico, non veniva da una famiglia ricca o istruita. Era un seringueiro, un raccoglitore di caucciù. Aveva imparato a leggere da adulto, in una foresta dove le scuole non esistevano perché i fazendeiros preferivano mantenere i lavoratori nell’analfabetismo. Un uomo analfabeta non firma petizioni, non organizza sindacati, non dà fastidio.
Chico Mendes diede fastidio lo stesso.
Negli anni Settanta e Ottanta, l’Amazzonia brasiliana stava vivendo una delle distruzioni ambientali più rapide e più violente della storia umana. Il governo militare, quello stesso governo che aveva preso il potere con un golpe nel 1964, sostenuto dagli Stati Uniti come tutti i golpe latinoamericani di quegli anni, aveva deciso che l’Amazzonia era un ostacolo allo sviluppo. Bisognava tagliarla, bruciarla, trasformarla in pascoli per il bestiame e piantagioni di soia.
Tra il 1975 e il 1988 venne distrutta una superficie di foresta grande quanto la Francia.
Chico Mendes inventò gli empates, qualcosa di semplice e di geniale. Quando le motoseghe arrivavano ai margini della foresta, i seringueiros, uomini, donne, bambini, si mettevano davanti agli alberi con i propri corpi.
Non sempre funzionava. Spesso arrivava la polizia, spesso arrivavano i pistoleiros assoldati dai fazendeiros. Ma a volte funzionava. E ogni volta che funzionava, Chico Mendes capiva che la foresta poteva essere difesa con la determinazione di chi ci viveva dentro.
Era una lezione politica di rara potenza.
Verso la metà degli anni Ottanta, qualcosa cambiò. Le immagini della deforestazione amazzonica cominciarono a circolare nel mondo occidentale. Giornalisti, ambientalisti, ricercatori arrivarono nell’Acre. E trovarono Chico Mendes. Un uomo piccolo, con i baffi, una risata facile e una chiarezza di pensiero che stupiva chiunque lo incontrasse.
Era un sindacalista. Non parlava solo di alberi. Parlava di giustizia, di diritti, di chi decide sul territorio e perché. Capì prima di molti altri che la questione ambientale e la questione sociale erano la stessa questione. Distruggere la foresta significava distruggere le persone che ci vivevano. E lasciare che le persone venissero distrutte significava lasciare che venisse distrutta la foresta.
Nel 1987 ricevette il premio Global 500 delle Nazioni Unite. Il mondo lo stava guardando.
I fazendeiros dell’Acre lo sapevano. E si affrettarono.
Chico Mendes aveva denunciato minacce di morte. Aveva chiesto protezione alla polizia. Aveva scritto lettere alle autorità brasiliane. Nessuno aveva fatto niente. O meglio, qualcuno aveva fatto qualcosa: aveva passato le informazioni ai suoi nemici.
Darcy Alves Da Silva, il fazendeiro che aveva ordinato l’omicidio, e suo figlio, che aveva premuto il grilletto, furono arrestati e condannati. Ma il sistema che aveva reso possibile quell’omicidio, la connivenza tra potere economico, potere politico e forze dell’ordine, non fu mai davvero messo sotto processo.
In Brasile, da allora, sono stati uccisi migliaia di attivisti ambientali e difensori dei diritti territoriali. La maggior parte dei casi è rimasta impunita. L’omicidio di Chico Mendes non fermò niente. Negli anni successivi la deforestazione continuò, accelerò, raggiunse livelli che lui non avrebbe potuto immaginare.
Eppure qualcosa rimase. Il suo nome. La sua storia. E soprattutto un’idea che lui aveva contribuito a rendere concreta e visibile. Le riserve estrattiviste, aree protette dove le popolazioni locali potevano continuare a vivere e lavorare nella foresta senza distruggerla. Una forma di conservazione ambientale che metteva le persone al centro.
Oggi quelle riserve esistono. Coprono milioni di ettari. Sono tra le aree meglio conservate dell’Amazzonia.
Chico Mendes non le vide mai completate. Ma le aveva pensate, combattute, sognate, con quella chiarezza ostinata di chi viene dalla foresta e sa esattamente cosa vale e cosa no.
La sera del 22 dicembre 1988, mentre usciva dalla porta sul retro, probabilmente lo sapeva ancora.
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