
(Federica Cannas) – Eduardo Galeano sosteneva che nelle dittature militari latinoamericane il calcio è la patria, il potere è il calcio. Aveva ragione. Ma c’è un’altra verità che il grande scrittore uruguayano conosceva bene. Lo stesso pallone che i generali volevano trasformare in strumento di propaganda divenne, nelle mani e nei piedi di alcuni coraggiosi, un’arma di resistenza.
Tra gli anni ’60 e ’80 del Novecento, mentre il Plan Condor coordinava la repressione nei paesi del Cono Sur, mentre gli stadi si trasformavano in campi di tortura e i desaparecidos si contavano a migliaia, alcuni calciatori ebbero il coraggio di dire no. Le loro storie intrecciano sport e politica, passione e coscienza, talento e dignità. Sono storie che ci parlano di come la cultura popolare, anche quando apparentemente ridotta a puro intrattenimento, possa conservare spazi di libertà e resistenza.
Per capire la resistenza, bisogna prima comprendere la strumentalizzazione. I regimi militari sudamericani compresero presto il potere narcotizzante del calcio. Lo Stadio Nacional di Santiago del Cile, teatro delle gesta della Roja, si trasformò nel settembre 1973 in un lager a cielo aperto dove migliaia di oppositori al regime di Pinochet furono torturati e uccisi.
In Argentina, la dittatura di Jorge Rafael Videla utilizzò i Mondiali del 1978 come vetrina internazionale, mentre a poche centinaia di metri dagli stadi le madri di Plaza de Mayo cercavano disperatamente i loro figli desaparecidos. La vittoria dell’Argentina produsse nella società un effetto narcotizzante, facendo per un attimo dimenticare sparizioni e torture.
In Brasile, il dittatore Emílio Garrastazu Médici strumentalizzò la vittoria mondiale del 1970, quella della squadra di Pelé che sconfisse l’Italia in finale. Il calcio doveva essere oppio dei popoli, distrazione dalle torture perpetrate dagli apparati repressivi della dittatura brasiliana, celebrazione acritica della patria militarizzata.
Ma proprio in questi contesti soffocanti nacquero forme di resistenza inaspettate.
L’11 settembre 1973, mentre i caccia bombardavano la Moneda e Salvador Allende pronunciava il suo ultimo discorso, la nazionale cilena si stava preparando ad affrontare la partita di andata dello scontro decisivo contro l’Unione Sovietica. Tra quei giocatori c’era Carlos Caszely, “el rey del metro cuadrado”, piccolo attaccante del Colo Colo con idee socialiste e una coscienza politica che non poteva restare muta.
La partita di ritorno, prevista per il 21 novembre 1973 allo Stadio Nacional, non si giocò mai. L’URSS si rifiutò di scendere in campo in uno stadio dove ancora risuonavano le urla dei torturati. La FIFA, in una delle sue pagine più vergognose, assegnò la vittoria a tavolino al Cile e organizzò una farsa. La Roja dovette giocare contro un avversario inesistente, segnando un gol a porta vuota davanti ai gerarchi militari.
Caszely pensò di boicottare l’azione, di buttare via il pallone. Poi, quando arrivò il momento, giocò. “Mi è mancato il coraggio”, dirà anni dopo. Ma quel coraggio lo trovò poche settimane dopo, alla vigilia del Mondiale 1974. Quando Pinochet passò in rassegna i giocatori per salutarli prima della partenza, Caszely si rifiutò platealmente di stringere la mano al dittatore, tenendo le braccia incrociate dietro la schiena.
Il gesto ebbe conseguenze. Ai Mondiali tedeschi prese il primo cartellino rosso della storia contro la Germania Ovest. La propaganda del regime disse che si era fatto espellere per non giocare contro “i comunisti” della Germania Est. Fu escluso dalla nazionale per cinque anni. Sua madre Olga Garrido fu sequestrata e torturata dai militari.
Ma Caszely non si piegò. Indossava sempre una cravatta rossa, “la porto sempre accanto al cuore”, rispose quando Pinochet glielo rimproverò. Nel 1988, durante la campagna per il referendum che avrebbe deciso il futuro del Cile, apparve in uno spot televisivo abbracciando una donna che raccontava le torture subite. “Io voto per il no per tante ragioni”, disse, “e anche perché questa signora qui è mia madre”.
Il no vinse. Pinochet cadde. Caszely aveva segnato il gol più importante della sua vita.
Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira rappresenta la resistenza alla dittatura in Brasile. Medico, filosofo, fumatore, bevitore, lettore di Gramsci e ammiratore di Giotto, il centrocampista del Corinthians di San Paolo trasformò una squadra di calcio in una cellula democratica nel cuore di una dittatura.
Tra il 1982 e il 1984, il Corinthians visse l’esperimento della “Democrazia Corinthiana”. Fu un modo innovativo e non gerarchico di gestire un club calcistico, nonché una delle azioni più importanti nella lotta contro la dittatura in Brasile. Tutto veniva deciso per alzata di mano: la formazione, l’ora di pranzo, l’abolizione del ritiro pre-partita. Ogni voto valeva uguale, dal presidente al magazziniere.
Ma la Democrazia Corinthiana non era solo un esperimento di autogestione. Era un manifesto politico. I giocatori scesero in campo con una scritta sulle spalle che diceva “Vota il 15” per sostenere la partecipazione alle prime elezioni legislative sotto dittatura. Alla finale di campionato del 1983 entrarono in campo con un enorme striscione: “Vincere o perdere, ma sempre in Democrazia”. Sulle maglie appariva la parola proibita: “Democracia”.
Sócrates, insieme alla sua squadra, trasformò lo stadio in un luogo di coscienza politica. Nel 1984, quando il deputato Dante de Oliveira propose l’emendamento per reintrodurre le elezioni presidenziali dirette, Sócrates promise pubblicamente che se fosse passato sarebbe rimasto in Brasile, altrimenti se ne sarebbe andato.
L’emendamento non passò. Sócrates andò alla Fiorentina. La Democrazia Corinthiana finì. Ma il seme era piantato. Nel 1985 la dittatura cadde. Il Brasile tornò democratico.
Quando Sócrates morì nel 2011, il presidente Lula dichiarò che la Democrazia corinthiana contribuì a far arrivare a un gran numero di persone il messaggio di cambiamento e democrazia, mostrando l’importanza di quella battaglia. Quel giorno, il Corinthians vinse il campionato brasiliano. Come se il Dottore avesse scelto il momento giusto per andarsene.
Non furono solo le star a resistere. C’erano calciatori meno noti che pagarono prezzi altissimi. Nando Antunes Coimbra, fratello maggiore di Zico, fu dichiarato “perseguitato politico” solo nel 2010. A 18 anni si era iscritto alla facoltà di Filosofia e aveva aderito al Piano nazionale di alfabetizzazione. Il suo allenatore, un capitano dell’esercito, lo espulse. Dovette esiliars in Portogallo. Tornò solo con l’aiuto di Eusebio. Nel frattempo i suoi fratelli Zico ed Edu subirono forti pressioni e ostacoli nella carriera internazionale, perché “fratelli del comunista”.
C’erano gli atleti cileni che dovettero fuggire dopo il golpe del 1973, continuando a fare sport rappresentando la resistenza cilena all’estero. C’erano i desaparecidos dello sport argentino, atleti di diverse discipline inghiottiti dalla notte della dittatura.
Cosa rende il calcio un terreno di resistenza? La sua natura popolare. A differenza di altri sport, il calcio appartiene alle classi popolari. È nato nelle strade, nei cortili, nei campi polverosi dei sobborghi. I regimi potevano militarizzare le federazioni, controllare le nazionali, utilizzare i successi per la propaganda. Ma non potevano controllare il significato che milioni di tifosi attribuivano al gioco.
Il Corinthians era “la squadra del proletariato”, come la definiva Sócrates. Il Colo Colo nasceva a Macul, sobborgo povero di Santiago. Quando Caszely tornava a giocare lì dopo l’esperienza in Spagna, tornava tra i suoi, tra chi sapeva cosa significasse vivere sotto Pinochet senza i privilegi di un calciatore famoso.
Il calcio offriva uno spazio simbolico dove era possibile esprimere dissenso. Una maglia con la scritta “Democracia” diceva più di mille volantini clandestini. Un pugno chiuso dopo un gol comunicava solidarietà agli oppressi. Un rifiuto di stringere una mano macchiata di sangue valeva una dichiarazione politica.
Sarebbe ingenuo idealizzare troppo. Il calcio fu anche, e forse soprattutto, strumento di propaganda delle dittature. I Mondiali argentini del 1978 sono lì a ricordarcelo, con Videla che alzava la coppa mentre nei centri di detenzione si torturava. Il Brasile del 1970 che festeggiava mentre Médici consolidava il regime. Il Cile che giocava in uno stadio-lager.
E molti calciatori scelsero il silenzio, il compromesso, la collaborazione. Non tutti avevano il coraggio di Caszely o la coscienza politica di Sócrates. Alcuni semplicemente volevano giocare, altri avevano paura per sé e per le loro famiglie.
Ma proprio per questo vanno celebrate le eccezioni. Perché in contesti dove dire no poteva costarti la carriera, la libertà o la vita, ogni gesto di resistenza assumeva un valore enorme.
Cosa ci lascia questa storia? Innanzitutto, la memoria. Ricordare che gli stadi non sono solo luoghi di sport ma possono diventare spazi politici, nel bene e nel male. Lo Stadio Nacional di Santiago oggi ospita un memoriale per le vittime della dittatura. È importante che chi va a vedere una partita sappia cosa accadde lì.
Poi, una lezione sulla cultura popolare. Il calcio può essere oppio dei popoli, ma può anche essere strumento di coscienza. Dipende da come lo si usa, da chi lo controlla, da quali significati gli si attribuiscono. Sócrates lo aveva capito: “Noi calciatori siamo artisti, e gli artisti sono gli unici lavoratori che hanno più potere dei loro capi”.
Infine, un monito. Le dittature del Cono Sur sono finite, ma le tentazioni autoritarie no. Ancora oggi, in molte parti del mondo, i regimi usano lo sport per legittimarsi. E ancora oggi, alcuni atleti hanno il coraggio di resistere.
Carlos Caszely oggi ha 75 anni e fa il commentatore televisivo. Guarda un Cile libero ma “confuso e diviso”, dice. Sócrates non c’è più, morto a 57 anni per gli eccessi di una vita vissuta intensamente. Ma il loro esempio resta.
Resta la lezione che quando metti le mani dietro la schiena e rifiuti di stringere la mano a un dittatore, quel gesto vale più di mille gol. Resta l’idea che una squadra può trasformarsi in una cellula democratica anche nel cuore di una dittatura. Resta la consapevolezza che il calcio, quello vero, quello del popolo, è troppo importante per lasciarlo in mano ai generali.
Come disse Camus, portiere e filosofo: “Tutto quello che so della vita, l’ho imparato dal calcio”. Caszely e Sócrates aggiunsero una lezione. Dal calcio si impara anche a resistere.
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