(Federica Cannas) – Nella vita politica di un Paese, la giovinezza spesso diventa una responsabilità. Gabriel Boric arriva a La Moneda così. Come un dirigente politico che si porta dietro il peso della storia cilena e la fatica del presente. La sua presidenza non è stata l’epopea che molti avevano immaginato, né il disastro che i suoi avversari hanno cercato di raccontare. È stata qualcosa di più difficile da spiegare. Un’esperienza incompiuta, fragile, profondamente umana.

Boric entra nel palazzo simbolo della democrazia cilena con la memoria ancora viva dell’11 settembre 1973, con Salvador Allende come riferimento morale. Non fa della memoria un rituale vuoto, ma un terreno di confronto costante. La sua sinistra non nasce dal rimpianto, ma dalla consapevolezza che senza giustizia sociale la democrazia resta incompiuta. Un tentativo, imperfetto e necessario, di tenere insieme storia e presente. E proprio per questo si scontra presto con un Paese stanco, ferito, diffidente verso le grandi promesse.

In questa traiettoria c’è anche un elemento raro nella politica contemporanea: l’amicizia. Boric non governa da solo, ma insieme a una generazione cresciuta nelle piazze, nelle assemblee studentesche, nelle università occupate. Il legame con Camila Vallejo e Giorgio Jackson non è solo politico, è umano. Sono ragazzi che hanno portato nel governo la stessa passione che li animava da studenti, senza cinismo, senza maschere. Una politica fatta di fiducia reciproca, di confronto, di cammini condivisi. Un’esperienza generazionale che difficilmente si ripeterà nello stesso modo.

Quel legame con Allende non è mai stato retorico. È stato, piuttosto, un filo etico. Allende come misura della politica, come idea di dignità e di responsabilità verso il popolo, come esempio di coerenza estrema. Un’eredità difficile da raccogliere e, forse, destinata a interrompersi nell’immediato futuro, considerando che il nuovo presidente appartiene a un’area politica lontana non solo da quel progetto, ma anche da quella visione morale della democrazia cilena.

Il punto centrale della sua presidenza è tutto lì. Aver capito, forse tardi, che la speranza non basta se non si traduce in stabilità. Boric lo dice senza infingimenti. La politica democratica non è eroismo, è coerenza. Non serve incendiare le piazze se la vita quotidiana delle persone non migliora. In queste parole c’è una distanza netta dal linguaggio gridato che domina oggi la scena globale. E anche una solitudine evidente.

Il processo costituente, che doveva essere la grande risposta istituzionale all’estallido social, si trasforma in una frattura. Non per mancanza di partecipazione, ma per eccesso di identità contrapposte. La maggioranza che non ascolta la minoranza, la radicalità che diventa autoreferenziale. Boric ne trae una lezione dura, quasi impopolare a sinistra. Un Paese non si costruisce negando l’altro. È una riflessione che costa cara, perché mentre la speranza si incrina, la paura trova spazio. La destra intercetta il bisogno di ordine, sicurezza, certezza. E vince.

Eppure ridurre Boric a una parentesi fallita sarebbe un errore politico e culturale. Durante il suo mandato arrivano riforme concrete: la riduzione dell’orario di lavoro, l’aumento del salario minimo, un sistema di cura che riconosce il lavoro invisibile, una riforma previdenziale attesa da anni. Non sono rivoluzioni, sono cambiamenti reali. Forse meno spettacolari, ma più difficili.

Ed è proprio la riforma delle pensioni uno dei passaggi più significativi del suo mandato. Un tentativo serio di smontare, pezzo dopo pezzo, uno dei pilastri più duraturi dell’eredità economica della dittatura di Pinochet. Un sistema costruito sulla privatizzazione estrema e sulla disuguaglianza strutturale. Intervenire sulle pensioni in Cile significa toccare il cuore del modello imposto durante il regime. Boric lo ha fatto con mediazioni complesse e risultati concreti, sapendo che quel nodo non era solo economico, ma profondamente politico e simbolico.

C’è poi un altro Boric, quello che raramente entra nei bilanci politici. È il presidente che diventa padre mentre governa, che parla della figlia senza retorica, come di un amore che lo ancora alla realtà. La sua vita privata resta sullo sfondo, ma è evidente che incide sul suo modo di stare al mondo. In un’epoca di leader onnipotenti, Boric mostra la vulnerabilità di chi sa di non controllare tutto.

In questo percorso umano e politico, un riferimento silenzioso ma costante è stato Pepe Mujica. Un rapporto fatto più di ascolto che di imitazione. Da Mujica, Boric ha attinto una lezione rara: l’idea che la politica non valga nulla se non è attraversata da un senso profondo di umanità, di amore per la vita, di ricerca della felicità come fatto collettivo e non individuale. 

Forse è questo il suo limite più grande. E allo stesso tempo la sua unicità. Gabriel Boric non ha rappresentato l’uomo forte, non ha semplificato il conflitto, non ha scelto scorciatoie autoritarie. Ha governato sapendo di essere minoranza, cercando dialogo dove il dialogo sembrava impossibile. È stato un presidente che ha riflettuto pubblicamente sui propri errori, cosa rarissima nella politica contemporanea.

Il Cile che lascia è più complesso di quello che aveva trovato. Non pacificato, non risolto. Ma forse un po’ più consapevole. Boric non consegna un mito, ma una domanda aperta. Puó esistere una sinistra che tenga insieme giustizia sociale e ordine, cambiamento e stabilità, senza perdere se stessa?

Non è poco, in tempi in cui quasi tutti fingono di avere risposte semplici.

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

SCARICA L'APP del Centro Studi Salvador Allende sul tuo cellulare

INSTALLA
×
PWA Add to Home Icon

Seleziona questa icona in alto a destra PWA Add to Home Banner e poi scegli l'opzione AGGIUNGI alla SCHERMATA HOME

×