(Federica Cannas) – Nel 1971, mentre il mondo si divideva tra i blocchi della Guerra Fredda e l’informatica era dominio esclusivo di militari e grandi corporation, in Cile accadeva qualcosa di straordinario. Salvador Allende commissionava a un cibernetico britannico di nome Stafford Beer la costruzione di un sistema nervoso elettronico per l’economia cilena. Si chiamava Proyecto Synco – Cybersyn e rappresentava forse il tentativo più visionario mai concepito di utilizzare la tecnologia per la democrazia economica invece che per il controllo centralizzato.

Oggi, mentre dibattiamo su chi debba controllare gli algoritmi che governano le nostre vite, la storia di Synco risuona con una attualità sorprendente. É la prefigurazione di domande che stiamo ancora cercando di risolvere. La tecnologia può servire l’emancipazione collettiva? Gli algoritmi possono essere democratici? Chi decide come decidono le macchine?

Quando Allende nazionalizzò le principali industrie cilene, si trovò davanti al problema di coordinare centinaia di imprese statali sparse su 4.300 chilometri senza riprodurre la burocrazia soffocante del modello sovietico. L’idea di Beer era rivoluzionaria nella sua semplicità. Ogni fabbrica avrebbe trasmesso quotidianamente, tramite telescriventi, i dati essenziali della produzione a un computer centrale a Santiago. Il software avrebbe identificato automaticamente solo le anomalie significative, lasciando autonomia decisionale ai lavoratori sul campo e intervenendo dall’alto solo quando necessario. Beer la chiamava “algedonica”, la capacità di un sistema di autoregolarsi reagendo agli stimoli senza bisogno di comando esterno.

Il cuore simbolico di Synco era la sala operativa. Uno spazio esagonale con sette poltrone bianche in fibra di vetro disposte in cerchio, schermi sulle pareti, pulsanti integrati nei braccioli. Sembrava fantascienza, e in un certo senso lo era. Ma l’estetica futurista mostrava come la tecnologia può essere bella, accessibile, umana. La sala era pensata per ospitare lavoratori e funzionari sullo stesso piano, senza gerarchie spaziali.

Nell’ottobre 1972, Synco passò dal laboratorio alla storia. Durante il potente sciopero dei camionisti che blocco il Paese, finanziato dalla CIA, la rete di telescriventi del sistema mostrò il suo potenziale. Il team riceveva duemila messaggi al giorno dalle fabbriche, sapeva esattamente cosa doveva essere spostato e dove. Con appena duecento camion riuscirono a mantenere attiva la distribuzione dei beni essenziali. Lo sciopero collassò. Un ministro dichiarò che il governo sarebbe caduto senza quegli strumenti cibernetici.

L’11 settembre 1973, i caccia bombardarono la Moneda e Pinochet pose fine al sogno democratico di Salvador Allende e con esso spazzò via il progetto Synco. I militari trovarono la sala operativa intatta ma non capirono a cosa servisse e la smantellarono. Il sogno di una cibernetica al servizio della democrazia finì prima di essere pienamente realizzato. Eppure le sue domande sopravvissero.

Viviamo nell’era degli algoritmi. Sistemi automatizzati decidono chi ottiene credito, chi viene assunto, quali notizie leggiamo. Ma questi algoritmi non appartengono alla collettività, appartengono a corporation private. Google, Amazon, Meta, Uber: i nuovi padroni dell’economia digitale estraggono valore attraverso piattaforme algoritmiche opache, proprio come i proprietari delle fabbriche nel capitalismo industriale.

Oggi i mezzi di produzione cruciali non sono i macchinari fisici ma i dataset, gli algoritmi, le piattaforme software. E così torniamo alle domande di Allende e Beer: è possibile democratizzare il controllo della tecnologia? Possono esistere algoritmi progettati per servire l’emancipazione invece del profitto?

Il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale rispecchia esattamente le intuizioni di Synco. Quando discutiamo di governance algoritmica partecipata, di trasparenza, di diritto alla spiegazione delle decisioni automatizzate, tutte questioni centrali nel recente AI Act europeo, stiamo riproponendo le stesse tensioni. Come garantire controllo democratico su sistemi tecnici complessi? Come evitare che la delega alle macchine svuoti la partecipazione politica?

Synco fallì per ragioni che non avevano nulla a fare con la tecnologia. Non fu sconfitto da limiti tecnici ma dalla violenza politica, dal colpo di stato, dalle bombe sul Palacio della Moneda. Questo dovrebbe insegnarci qualcosa. La tecnologia da sola non libera nessuno. Gli algoritmi democratici non nascono spontaneamente, vanno costruiti attraverso lotte politiche, scelte partecipate, istituzioni alternative.

Quando oggi discutiamo di chi debba controllare l’intelligenza artificiale, stiamo ripetendo il confronto che Allende affrontò mezzo secolo fa: la tecnologia al servizio del capitale o al servizio della democrazia? Gli algoritmi come strumenti di estrazione o come beni comuni?

Oggi abbiamo tecnologie infinitamente più potenti di quelle disponibili nel Cile del 1972, ma ci manca spesso il coraggio politico di usarle per democratizzare il potere. Synco ci ricorda che un’altra via è possibile, che la tecnologia non ha un destino già scritto, che gli algoritmi possono essere progettati per l’emancipazione se abbiamo la volontà politica di farlo.

Il progetto di Beer e Allende non era un’utopia tecnologica ma una battaglia politica condotta con mezzi cibernetici. E quella battaglia continua oggi, ogni volta che ci chiediamo a chi appartengano gli algoritmi che governano le nostre vite. Quando ci domandiamo chi decida come decidono le macchine. 

Sono le stesse domande che Allende si poneva pochi mesi prima della sua morte. Domande che non hanno ancora trovato risposta definitiva, ma che continuano a interrogarci con la stessa urgenza di allora. Perché, come sapeva bene Salvador Allende, il potere si conquista anche costruendo infrastrutture digitali democratiche. Una riga di codice alla volta, una piattaforma cooperativa alla volta, finché la tecnologia torni a essere ciò che avrebbe sempre dovuto essere. Uno strumento nelle mani di chi lavora, non un’arma nelle mani di chi comanda.

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