di Federica Cannas

Nella storia di ogni movimento politico, a volte perdere diventa più istruttivo che vincere. L’America Latina sta attraversando questo momento e lo sta attraversando in pieno giorno, sotto gli occhi di un continente che negli ultimi mesi ha visto crollare uno dopo l’altro alcuni dei simboli più potenti della stagione progressista degli ultimi anni.

Il 14 dicembre 2025 il Cile ha eletto José Antonio Kast, fondatore del Partito Repubblicano ed erede dichiarato della destra più dura del continente, con il 58,16% dei voti contro il 41,84% di Jeannette Jara, ex ministra del Lavoro di Gabriel Boric e candidata del Partito Comunista. Kast ha vinto in tutte le sedici regioni del paese, comprese roccaforti storiche della sinistra come Valparaíso e la Regione Metropolitana, diventando il presidente più votato nella storia cilena con oltre 7,2 milioni di voti. Sei mesi dopo, il 21 giugno 2026, la Colombia ha scelto Abelardo de la Espriella come successore di Gustavo Petro, che battuto Iván Cepeda con appena 251.854 voti di scarto, meno di un punto percentuale, in un paese che per la prima volta nella sua storia recente aveva sperimentato un governo di sinistra. 

Ma è proprio qui, nel cuore di questa sconfitta apparentemente totale, che si nasconde l’aspetto più interessante e meno raccontato di questa fase politica latinoamericana.

Quando Iván Cepeda è salito sul palco per riconoscere la sconfitta, lo ha fatto con una frase che gli analisti colombiani non hanno mancato di sottolineare. Ha parlato di un “punto di partenza”, non di una resa. I numeri gli danno ragione più di quanto la cronaca elettorale lasci intuire. Il Pacto Histórico, la coalizione che ha sostenuto Petro e poi Cepeda, alle elezioni legislative dell’8 marzo 2026 ha conquistato oltre 4,4 milioni di voti, in crescita del 53% rispetto al 2022, diventando la prima forza politica nel nuovo Congresso colombiano. È un dato che ribalta la narrazione del crollo. La sinistra colombiana non si è dissolta, si è consolidata come opposizione strutturata, con una rappresentanza parlamentare che il governo conservatore dovrà fare i conti ogni singolo giorno della legislatura.

Lo stesso Cepeda, in base allo Statuto dell’Opposizione colombiano, ha diritto a un seggio al Senato come candidato presidente arrivato secondo, mentre la sua vice, Aida Quilcué, entrerà alla Camera. È l’istituzionalizzazione di un ruolo, quello dell’opposizione, che in molte democrazie giovani fatica a trovare legittimità e che invece in Colombia oggi ha una voce, uno scranno, un megafono permanente.

E poi c’è lei, María Fernanda Carrascal, Mafe per chi la segue sui social dove ha costruito una delle voci più nitide della sinistra colombiana contemporanea. Internazionalista di formazione, capolista del Pacto Histórico a Bogotá, ha guidato in questi anni le battaglie per la riforma del lavoro e contro le diseguaglianze più clamorose di un paese dove l’1% più ricco detiene il 40% della ricchezza nazionale mentre il 50% più povero si divide appena il 2%. Carrascal non ha mai smesso di parlare con la stessa urgenza, prima da banco del governo, ora da banco dell’opposizione. Gli stessi argomenti, la stessa tenacia, semplicemente da un’altra angolazione del Parlamento.

A Santiago la sconfitta di Jeannette Jara è stata netta, persino brutale nei numeri. Ma anche qui la fotografia completa racconta qualcosa di diverso dalla semplice débâcle. Alle elezioni parlamentari, Unidad por Chile, la coalizione che ha sostenuto Boric per quattro anni e poi Jara, è diventata il blocco più numeroso della Camera dei Deputati, mentre al Senato la sinistra ha raggiunto la parità assoluta con la destra, 25 seggi contro 25. Kast governerà, ma non governerà da solo, e non governerà senza un contrappeso reale, capace di rallentare, modificare, costringere al confronto ogni riforma che porti la sua firma.

Gabriel Boric ha lasciato La Moneda con un gesto che vale la pena ricordare, perché racconta una maturità democratica che spesso manca altrove. Ha telefonato a Kast per congratularsi, lo ha invitato a colazione nel palazzo presidenziale, gli ha parlato di un Cile “più grande di ciascuno di noi”. È stata una scelta consapevole da parte di chi sa che il proprio tempo da capo di stato è finito, ma che il proprio tempo da costruttore di alternative comincia esattamente in quel momento.

Governare logora, consuma, costringe a scelte impopolari, a compromessi che deludono chi ti ha votato sognando un cambiamento immediato e integrale. Stare fuori dal governo, invece, restituisce qualcosa che il potere quasi sempre toglie: la libertà di dire le cose con chiarezza assoluta, senza mediazioni, senza calcoli di convenienza amministrativa.

È quello che si percepisce nelle parole di Cepeda quando promette un’opposizione “democratica e costruttiva” e insieme rivendica che la differenza minima di voti rappresenti comunque “un risultato positivo per le ali progressiste”. È quello che si vede nell’energia quasi intatta di Mafe Carrascal, che dai banchi dell’opposizione continua a incalzare il nuovo governo sulle stesse battaglie di sempre. È quello che racconta la tenuta parlamentare della sinistra cilena, che pur avendo perso la presidenza mantiene intatta la capacità di interloquire da una posizione di forza reale, non simbolica.

Le opposizioni più efficaci della storia recente dell’America Latina sono nate proprio nella necessità di ricostruire un linguaggio, di tornare nelle piazze e nei quartieri popolari, di ascoltare di nuovo prima di tornare a proporre. È in questi anni di minoranza che si affinano le idee che poi, al momento giusto, tornano a vincere. Lula lo ha dimostrato in Brasile dopo l’impeachment di Dilma Rousseff e il proprio carcere ingiusto. Lo stesso Boric, prima di diventare presidente, era stato una voce di opposizione studentesca che nessuno considerava capace di arrivare a La Moneda.

Sarebbe disonesto raccontare questa fase come una semplice ondata reazionaria che travolge tutto. È più esatto dire che l’America Latina sta vivendo un riequilibrio durissimo, in cui la destra recupera terreno elettorale ma la sinistra, sconfitta nelle urne presidenziali, non scompare. Si riorganizza nei parlamenti, nei sindacati, nelle piazze, nei social media dove voci come quella di Carrascal continuano a parlare a milioni di persone ogni giorno.

La lezione più intensa che arriva oggi dal continente latinoamericano è che la sconfitta elettorale, quando non si trasforma in rassegnazione, diventa il luogo esatto dove un’opposizione ritrova le ragioni più vere della propria esistenza, quella tensione costante, quell’urgenza di cambiare le cose, quella passione che il potere, troppo spesso, finisce per spegnere.

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