di Federica Cannas
Bogotà, 26 giugno 2026. Mentre il paese si prepara a voltare pagina, Gustavo Petro Urrego firma un comunicato che vale tanto. Poche righe, una firma, il sigillo della Repubblica, e in quella sobrietà quasi notarile si deposita, come sedimento, l’intera sostanza di una presidenza che ha scelto di governare controcorrente e che, nell’atto finale, quando sarebbe stato più facile cedere all’amarezza o al gesto teatrale, sceglie invece la forma istituzionale.
«Il 7 agosto del 2022 il popolo colombiano mi ha delegato la responsabilità di guidare i destini della Nazione come presidente della Colombia; in quella data ho giurato di rispettare la Costituzione e le leggi. Per questo, in questo momento di transizione democratica del governo, rispetto le decisioni dei giudici.» La frase è un capolavoro di laconicità. Petro non celebra il suo successore, non si congratula, non finge entusiasmo. Prende atto. E in quel prendere atto, in un continente dove le transizioni di potere sono spesso tragici teatri di vendette, brogli o golpe morbidi, c’è un gesto profondamente democratico. Il comunicato continua: «Il paese conosce la mia posizione, ma questa non sarà un impedimento per il cambio di governo.» Poche parole che dicono tutto. Petro non abdica alle sue idee, ma le subordina al principio superiore della continuità istituzionale. È la distinzione che separa un politico da uno statista: saper perdere senza perdere se stessi.
Quattro anni. Quattro anni in cui la Colombia, per la prima volta nella sua storia, ha avuto un presidente di sinistra. Un presidente che veniva dai movimenti sociali, dalla guerriglia smobilitata, dalle periferie dimenticate di Bogotà. Un presidente che ha osato mettere mano alla riforma agraria, alla sanità pubblica, alla transizione energetica. Che ha riaperto le relazioni diplomatiche con il Venezuela di Maduro, pragmatismo, non ideologia, e che ha rotto con Israele nel momento in cui Gaza bruciava sotto i bombardamenti, quando buona parte dell’Occidente guardava dall’altra parte o offriva copertura diplomatica al massacro. Quella rottura era una dichiarazione di principio in un mondo in cui i principi costano caro. Petro ha anche tentato, con risultati parziali, tra resistenze enormi e un Congresso spesso ostile, di aprire canali di negoziazione con i gruppi armati. Qualcuno lo ha criticato per ingenuità, qualcuno per eccessiva morbidezza. Ma chi ha vissuto decenni di guerra sa che la pace si costruisce con la parola, con la fatica del dialogo, con il coraggio di sedersi a un tavolo con i propri nemici.
«Voglio ribadire che siamo pronti per lo sviluppo del passaggio di consegne. Ci siamo preparati tecnicamente, metodologicamente e logisticamente per questo compito; in questo lavoro hanno partecipato più di 200 funzionari che hanno compilato le informazioni e raccolto le priorità di attenzione immediata con l’obiettivo di garantire la continuità dello Stato, che è un principio costituzionale.» C’è qualcosa di commovente in questa contabilità del potere che si dissolve con ordine. Duecento funzionari. Dossier. Priorità. È il contrario dell’arroganza del potere, è la cura di chi sa che il bene pubblico non appartiene a chi governa, ma al paese.
Ora arriva Abelardo de la Espriella, “el Tigre” di Barranquilla, con il suo cappello da cowboy, la sua retorica da uomo forte, la sua fretta di ristabilire i rapporti con Israele e di chiudere i tavoli di pace con i gruppi armati. Il contrasto non potrebbe essere più netto. E Petro lo sa. Lo sa e tace, con quella dignità che è già, di per sé, una critica. «Questo è un invito a realizzare un esercizio di transizione democratica nel rispetto dei principi di trasparenza, che sia agile e utile. Ma soprattutto che si realizzi in un quadro di rafforzamento dell’istituzionalità colombiana.» Un invito rivolto a chi lo ha sconfitto, a chi lo sostituirà, a chi probabilmente smantellerà buona parte di quanto costruito. Petro invita. E in quell’invitare c’è una grande forza politica.
La storia della sinistra latinoamericana è costellata di presidenze interrotte, di golpe, di esili, di morti. Petro esce dalla porta principale e non è poco. È, anzi, moltissimo. È la prova che un’altra politica è possibile. Non perfetta, non priva di contraddizioni, ma degna. Umana. Coraggiosa. Gustavo Petro lascia la Colombia con la testa alta. E chi ha a cuore la giustizia sociale, la pace e la dignità dei popoli, non può che riconoscergli il merito.
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