
di Federica Cannas
Pepe Mujica ci ha lasciati appena un anno fa. Oggi, 20 maggio, ricorre l’anniversario della sua nascita. Una vita intera cucita intorno all’idea che la libertà vera si ottiene sottraendosi al superfluo.
Prima di essere presidente, Mujica era un coltivatore di fiori. E prima ancora, un guerrigliero. Queste tre vite raccontano la traiettoria di un uomo che ha sempre creduto che il mondo potesse essere diverso, e che ha pagato quel credere.
Negli anni Sessanta entra nei Tupamaros, il Movimento di Liberazione Nazionale ispirato dalla rivoluzione cubana. Viene catturato quattro volte. In una di queste, nel 1970, riceve sei colpi di pistola e sopravvive. Nel 1972, quando la dittatura militare stritola l’Uruguay, viene rinchiuso in isolamento. Per quasi tredici anni. In condizioni che i relatori delle Nazioni Unite avrebbero definito tortura. Al fondo di un pozzo, letteralmente.
«Lì dentro ho imparato che la libertà non è avere cose. È avere tempo. E la testa sgombra.»
Per sopravvivere al buio e al silenzio, coltivava pensieri. Poi, uscito, tornò a coltivare fiori. La coerenza come forma di vita.
Esce nel 1985, grazie all’amnistia che accompagna il ritorno della democrazia. Non ha rancore, o almeno sceglie di non portarlo. «Mi disturbano quelli che fanno a gara con il torturometro», dirà. «È stata dura perché non sono stato abbastanza veloce. Mi acciuffarono.» L’ironia come corazza. Il sarcasmo come forma di dignità.
Eletto presidente nel 2009, Mujica trasforma il mandato presidenziale in un esperimento politico-esistenziale. Rifiuta di trasferirsi nel palazzo presidenziale. Mantiene la sua fattoria, i suoi cani, la sua compagna Lucía Topolansky, senatrice e moglie, compagna di lotte e di vita. Devolve circa il 90% del suo stipendio a organizzazioni sociali. Guida quel Maggiolino azzurro del 1987 che è diventato un’icona mondiale.
Dalla quota dello stipendio presidenziale che Mujica riceveva, tratteneva per sé circa 1.200 dollari, «quanto basta, visto che molti miei connazionali vivono con meno».
Ma Mujica non era solo un’icona di sobrietà personale. Era un riformatore concreto, radicale nei fatti oltre che nei simboli. Nel suo quinquennio, l’Uruguay legalizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso, depenalizza l’aborto, e compie il passo più audace, regolamenta la produzione e vendita della cannabis per sottrarre quel mercato al narcotraffico e allo stato penale.
«Abbiamo applicato un principio molto semplice», spiegava: «riconoscere i fatti. L’aborto è vecchio quanto il mondo. Il matrimonio omosessuale? Ci sono stati Giulio Cesare, Alessandro Magno. Non è una cosa moderna.» La politica come riconoscimento della realtà, contro l’ideologia che ignora le persone in carne e ossa.
Il 21 giugno 2012, al Summit delle Nazioni Unite Rio+20 sullo sviluppo sostenibile, Mujica parla per ultimo, a braccio, in spagnolo, davanti ai capi di stato del mondo. Per dodici minuti mette a nudo la contraddizione fondamentale del nostro tempo.
“Non siamo venuti al mondo per svilupparci soltanto. Veniamo alla vita per cercare di essere felici. La vita è corta e se ne va. E nessun bene vale come la vita — questo è elementare.”
Quel discorso, definito da milioni di persone online come «il miglior discorso pronunciato alle Nazioni Unite», non conteneva soluzioni tecniche. Conteneva una domanda filosofica scomoda. Se il modello di consumo occidentale è il traguardo, il pianeta non ce la farà. Quindi: vogliamo davvero quel traguardo?
La sua analisi era spietata contro il meccanismo dell’usa e getta, contro la logica delle lampadine costruite per rompersi, contro una civiltà che misura la crescita con il PIL invece che con la felicità. Non era anticapitalismo da manuale, era buon senso.
Chi non ha bisogno di molto non può essere ricattato da nessuno, né da un partito, né da un mercato.
Mujica ha dimostrato che vivere come si pensa è possibile. Anche dall’interno delle istituzioni.
Riforme vere, in un paese piccolo ma coraggioso. Il diritto delle persone LGBTQ+, la salute riproduttiva, la lotta al narcotraffico attraverso la regolamentazione. Non promesse, fatti.
Parlava come si parla al mercato, non come si parla in parlamento. E per questo lo capivano tutti. La chiarezza come forma di rispetto democratico.
C’è però qualcosa che Mujica porta con sé ed è la traiettoria di vita. L’aver attraversato il buio, anni di isolamento, sei pallottole in corpo, la dittatura, e non esserne uscito rotto, né rabbioso, né rassegnato. Esserne uscito libero.
Salvador Allende, in cui questo Centro trova il suo riferimento ideale, scelse di morire per difendere la democrazia il giorno del golpe di Pinochet. Mujica scelse di sopravvivere e poi di costruire. Sono due forme diverse dello stesso impegno: che un altro mondo non è solo possibile, è necessario.
Ho vissuto di tutto, ma non odio nessuno. E vorrei dire ai giovani: ringraziate la vita! Avere successo nella vita non significa guadagnare soldi. Significa rialzarsi e ricominciare ogni volta che si cade.
Oggi il Maggiolino è fermo. Ma la domanda che Pepe Mujica ha posto per tutta la vita è ancora in moto: di quanto abbiamo davvero bisogno per essere felici? E soprattutto: siamo disposti a costruire una politica che prenda quella domanda sul serio?
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