di Federica Cannas

C’era una volta una Colombia che aveva guardato in faccia il massacro di Gaza e aveva trovato il coraggio di rompere con Israele, pagando il prezzo diplomatico e commerciale pur di non rendersi complice. Era il 1° maggio 2024, Plaza Bolívar a Bogotà, e Gustavo Petro pronunciava parole che pochi capi di Stato al mondo avevano osato pronunciare: «Stiamo assistendo passivamente all’annientamento del popolo palestinese attraverso i bombardamenti, il blocco degli aiuti umanitari, l’assassinio indiscriminato di donne, bambini, medici e giornalisti, nonché i decessi per fame e malattie. Non possiamo accettare il ritorno dello sterminio di massa».

Quella Colombia non esiste più. O meglio, esiste ancora, vive nella metà del Paese che ha pianto nelle strade di Cali la notte del 21 giugno 2026, che ha appeso su un ponte un lenzuolo con il volto di Abelardo de la Espriella diviso a metà tra un volto umano e un teschio. Ma al potere, dal prossimo 7 agosto, ci sarà l’altra metà.

Poche ore dopo la proclamazione dei risultati preliminari, de la Espriella ha scritto su X in risposta a un messaggio di congratulazioni del ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar: «La Colombia ristabilirà e rafforzerà i suoi rapporti con lo Stato di Israele come mai prima d’ora. Israele può contare sulla Colombia come amica leale e alleata fedele. Che Dio benedica le nostre due nazioni». Non era una dichiarazione improvvisata, durante i comizi, de la Espriella aveva già annunciato relazioni più strette con Israele, soprattutto in campo militare, arrivando a definire Tel Aviv un «modello da imitare» in materia di sicurezza.

Un modello. Così chiama il presidente eletto della Colombia lo Stato che la Corte Penale Internazionale ha colpito con un mandato d’arresto per il premier Netanyahu, che la Corte Internazionale di Giustizia ha visto accusato di genocidio nel procedimento avviato dal Sudafrica. Tra i primi a congratularsi con de la Espriella, non a caso, c’è stato proprio Benjamin Netanyahu, insieme a Donald Trump e Javier Milei. Un parterre che dice tutto sull’asse politico che si consolida, e su cosa significhi per il popolo palestinese.

Il tempismo è feroce nella sua precisione. Mentre de la Espriella proclamava la sua «alleanza fedele» con Tel Aviv, il 23 giugno 2026 la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite pubblicava un rapporto di 94 pagine intitolato «L’essenza dell’infanzia è stata distrutta». La conclusione è formulata senza eufemismi. I bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane. Non vittime collaterali, non tragici effetti secondari di una guerra, ma bersagli. Dall’inizio del conflitto almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 feriti. Circa il 30% di tutte le vittime palestinesi era composto da minori. Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, la media è rimasta di un bambino ucciso ogni giorno. «Prendendo di mira i bambini», ha dichiarato il presidente della Commissione Srinivasan Muralidhar, «Israele attacca la stessa capacità del popolo palestinese di esistere e di determinare il proprio futuro». Israele ha risposto definendo il rapporto «una farsa calunniosa». Il nuovo presidente della Colombia lo ha chiamato alleato fedele.

De la Espriella ha vinto il ballottaggio del 21 giugno con il 49,7% dei voti contro il 48,7% del senatore e filosofo progressista Iván Cepeda, candidato sostenuto dal presidente uscente Petro. Meno di un punto percentuale di distacco, poco più di 250.000 voti su quasi 26 milioni espressi. Una delle consultazioni più equilibrate della storia colombiana. Circa tremila denunce di brogli, voti comprati, schede precompilate, minacce agli elettori, perfino operai ostacolati dai propri datori di lavoro, hanno accompagnato lo scrutinio.

Petro non si è fermato alle irregolarità ordinarie. Ha scritto su X di avere «prove di un cambiamento negli indirizzi IP di diversi server appartenenti alla Registraduría Nazionale», aggiungendo: «Il software è stato compromesso. L’unica entità al mondo in grado di farlo è lo Stato di Israele». Ha chiesto un riconteggio completo e un audit tecnico del software elettorale, promettendo di consegnare ai giudici l’elenco dei server alterati. Cepeda a sua volta ha impugnato oltre 33.000 seggi elettorali, definendo il preconteggio «non ufficiale e non vincolante».

Israele non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sulle accuse. Il silenzio, in questo caso, è eloquente quanto una risposta.

Sulla questione palestinese, la posizione di Cepeda era stata esplicita e senza ambiguità durante tutta la campagna: «Nessuna relazione con Israele mentre si perpetua il genocidio del popolo palestinese». Era una delle differenze più nette tra i due candidati, uno scontro di visioni del mondo prima ancora che di programmi di governo. Cepeda, figlio di un senatore comunista assassinato dai paramilitari, difensore dei diritti umani di lungo corso, rappresentava la continuità di una politica estera che aveva fatto della solidarietà con Gaza un principio non negoziabile.

Quella continuità è stata sconfitta per un soffio. Ma il margine strettissimo e le contestazioni in corso raccontano che la Colombia non si è consegnata compatta alla destra. Si è spaccata, dolorosamente, quasi al millimetro.

Il 25 giugno 2026 Gustavo Petro ha scritto su Instagram una frase che vale più di un lungo editoriale: «Abrir relaciones con Israel y olvidar el genocidio palestino como se olvida el genocidio colombiano es una invitación a repetirlo». Riaprire le relazioni con Israele e dimenticare il genocidio palestinese, come si dimentica quello colombiano, è un invito a ripeterlo. Poche parole, e tutto il peso della storia colombiana, i paramilitari, l’Unión Patriótica, le migliaia di desaparecidos, riversato su Gaza. Un parallelismo che non è retorica, è memoria.

La parabola di Petro in questi quattro anni è la storia di ciò che costa fare la cosa giusta in un sistema internazionale costruito sull’impunità. Petro aveva revocato l’accordo di libero scambio con Israele e annunciato la riforma di quello con gli Stati Uniti, definendo la propria scelta non solo una presa di posizione morale contro la guerra a Gaza, ma un tentativo di ridefinire le alleanze economiche e di sicurezza del Paese. Il costo era stato immediato e concreto. Israele aveva interrotto la fornitura di ricambi per i jet supersonici Kfir della Forza Aerospaziale Colombiana, e polizia e militari si ritrovavano con fucili Galil prodotti localmente ma con brevetto israeliano che poteva essere ritirato in qualsiasi momento.

Nel luglio 2025 la Colombia era riuscita a coordinare una dichiarazione firmata da dodici Paesi, Bolivia, Cuba, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, San Vicente e Grenadine e Sudafrica, che prevedeva il blocco totale al transito di materiale bellico destinato a Israele e la revisione di ogni contratto pubblico che potesse favorire l’occupazione israeliana nei Territori Palestinesi. Era stato un momento storico, la prima azione coordinata intercontinentale di questo tipo al di fuori dei canali ONU paralizzati dal veto.

Tutto questo finirà il 7 agosto.

Non è la prima volta che Israele e Colombia intrecciano i loro destini in modo sinistro. Nel 1986, un ex alto ufficiale del Mossad fu ingaggiato dall’allora presidente colombiano Virgilio Barco per impartire corsi di «tattiche contro il terrorismo». Il tragico risultato fu lo sterminio dell’Unión Patriótica, partito di sinistra nato dagli accordi di pace con le FARC, un caso definito «genocidio politico» dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani. I legami non si erano mai interrotti: si erano rafforzati con il Trattato di Libero Commercio entrato in vigore durante la presidenza di Iván Duque, il predecessore di Petro. Ora, con de la Espriella, tornano alla luce con la sfrontatezza di chi non sente neanche il bisogno di giustificarsi.

Il nuovo presidente ha promesso di bombardare i campi dei narcotrafficanti con il sostegno degli Stati Uniti e di Israele, di costruire mega-carceri dove i detenuti sarebbero nutriti «di pane e acqua», e di ridurre del 40% l’apparato statale. Il modello Bukele applicato a un Paese già devastato da decenni di conflitto armato. Un modello che Israele ha accettato entusiasticamente come partner.

La cartina politica dell’America Latina racconta una storia che fa paura. Sono caduti quasi uno dopo l’altro tutti i governi progressisti, Argentina, Cile, Costa Rica, ora la Colombia, e presto probabilmente il Perù. Resistono l’Uruguay di Orsi, il Messico di Sheinbaum e il Brasile di Lula, ultimo baluardo di un progressismo agonizzante nell’area. Ogni caduta non è solo una sconfitta elettorale, è un segnale diplomatico per Israele, è un’alleanza che si ricostruisce, è una voce in meno che chiede conto dei crimini di Gaza.

Perché il punto centrale, quello che non dobbiamo perdere di vista, è questo. Israele è stato formalmente accusato di genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. La Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto per Netanyahu. Eppure nulla accade. L’impunità non è un fatto naturale, è il prodotto di scelte politiche precise, di alleanze che si rinnovano, di governi che decidono che Gaza non vale abbastanza da rischiare qualcosa.

De la Espriella ha detto che l’insediamento del 7 agosto sarà «l’inizio di una nuova era». Ha ragione, ma non nel senso in cui lo intende lui. Sarà l’inizio di una nuova stagione di complicità. La Colombia che aveva rotto con il carnefice torna ad abbracciarlo. Il mondo progressista, da Bogotà a Cali, da Barranquilla alle strade europee dove vivono i colombiani che hanno votato in maggioranza per Cepeda, lo sa. E non dimenticherà.

Condividi su

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

SCARICA L'APP del Centro Studi Salvador Allende sul tuo cellulare

INSTALLA
×
PWA Add to Home Icon

Seleziona questa icona in alto a destra PWA Add to Home Banner e poi scegli l'opzione AGGIUNGI alla SCHERMATA HOME

×